Antonio Devicienti su “Trobar leu” di Simone Giorgino (Spagine, 2016)

Simone Giorgino, Trobar leu 
Spagine, Lecce, 2016

Simone Giorgino (nato a Lecce nel 1975) è, credo, uno dei poeti e uno degli intellettuali che meglio e più efficacemente ha raccolto l’eredità di Antonio Leonardo Verri, dimostrandone in maniera fattiva, ma anche progettuale, la validità e la fecondità. Si faccia però, per cortesia, attenzione: non dico questo per stabilire una linea di subordinazione e/o di epigonicità di Giorgino rispetto a Verri, ma, da un lato, una naturale e bella continuità e, dall’altro, una personale ricerca e proposta di scrittura che, come accade per tutti i poeti consapevoli, non prescinde dalle ricerche che l’hanno preceduta e che ne hanno costituito la pianta fertile su cui innestarsi.
Già il fatto che questo libro veda la luce grazie a Spagine, organo d’informazione ed editoriale emanazione dell’Associazione Culturale Fondo Verri di Lecce, ha un suo significato: Giorgino stesso è molto attivo all’interno del Fondo Verri, appassionato gruppo di amici e di studiosi del poeta di Caprarica che ne cura l’archivio e ne continua lo studio e la memoria; la sede del Fondo Verri, in Via Santa Maria del Paradiso 8 nel cuore antico e bellissimo di Lecce, rappresenta col suo stesso essere situata in antiche stanze in pietra leccese e in una città e in una terra che, per quanto straordinarie, non sono sempre generose con i poeti, un segno tangibile di quanto Antonio Leonardo Verri sappia essere ancora motore e Maestro per molti Salentini (e, spero, non solo).
C’è poi un’ulteriore osservazione preliminare secondo me necessaria: fanno da esergo a Trobar leu una Nota dell’autore e poi alla prima sezione (“Quaderni”) alcuni versi di Vittorio Sereni; ecco quanto si legge nella Nota: “Trobar leu: il titolo è fuorviante. Non c’è leggerezza nelle poesie che seguono, semmai volatilità (angeli, pulviscoli, celicole). Volatile è anche la scrittura, che non è un precipitato della mia esperienza delle cose, ma un precipitare – o meglio un vorticare: non c’è alto o basso in questa “mappa” – dietro alcuni indizi di senso.
La poesia non è mai sufficiente alla vita. Per questo m’interessano i progetti che non pretendono di fissarle, l’una o l’altra, in una forma stabile: ai testi conclusi, definitivi, preferisco la precarietà degli appunti , oppure l’incoerente volontà , finzionale e no, di cancellarli.
Il libro accoglie alcune poesie che non sono finite , ma che forse possono “bastare” e “funzionare” così. È la storia di un taccuino e del suo proprietario, un tizio che abbozza due tre versi, cerca come può le sue ragioni , s’illude persino di trascriverle; e poi, immancabilmente, ritratta tutto e si scervella su un’ipotesi di stralcio. Infine, estenuato, dirotta tutto il suo agonismo sull’esercizio di una vocalità sempre più afona, sul brio di una musica ormai rarefatta, volatile”.
La lucidità esatta del percorso e l’avvio di un vasto progetto aperto, fluido, coincidente con il vivere stesso posseggono una marca verriana inconfutabile, ma vengono condotti in maniera personale e coerente anche con le premesse, riconoscibili sia nel libro di poesia a questo precedente (Asilo di mendicità, Nardò, Besa Editrice, 2007) che in quell’opera singolare e suggestiva che è Venenum cui accennerò a breve.
I versi sereniani successivamente riportati riflettono su quel tipo di poesia che ha “lo scrivente come eroe”, “uno osservante sé mentre scrive / e poi scrivente di questo suo osservarsi”; ciò, afferma il poeta di Luino, può essere sintomo del fatto “che la riserva è quasi a secco”, che cioè l’ispirazione poetica è esaurita; ma, conclude Sereni, questa potrebbe essere anche una tappa obbligata e gli ridarebbe coraggio. Tali versi, insieme con la Nota premessa da Simone Giorgino all’intero libro, ci aiutano a varcare la soglia, a entrare dentro Trobar leu.

OSTENSIONE

Farneticare farnetica e a volte
agita gli arti come se
volesse scacciare le mosche.

Ha comprato un quaderno
senza righe quadretti o date
senza disegni e loghi e imprime
per scherzo o prova il volto su una pagina.

Immagina – ma tanto non accade –
che sorpresa sarebbe e che calvario se un bel giorno
poniamo tra ottant’anni lo trovassero
ancora intatto in qualche sua valigia
impolverata della vecchia casa.

E che miracolo e che soddisfazione
se sfogliando qualcuno indovinasse
quello che forse pare il suo profilo
ammiccante fra le pagine bianche del sudario.

(pag. 13)

Come Simone ama scrivere o far scrivere in alcune note biografiche, egli “è uno degli autori di Venenum”; ebbene: Venenum (Lecce, LiberArs, 2001) è il risultato originale e stimolante, rimasto purtroppo appartato (ma anche per volontà degli autori credo) di un sodalizio a tre che ha riunito i poeti Simone Giorgino, Michele Truglia e Luciano Pagano portandoli a pubblicare un corposo volume, Venenum appunto, nel quale gli itinerari di ricerca dei tre sono concomitanti, dialoganti e, nello stesso tempo, ben identificabili; i testi di Simone in Venenum sono spesso parodia (e il termine è qui inteso secondo l’etimologia della parola) della liturgia cattolica, per cui si constata subito e l’interesse di Giorgino (come poeta e come studioso) per la letteratura medioevale e delle origini e il suo appartenere anche ad una “linea poetica meridionale” per la quale liturgia e sacralità forniscono ancora stilemi e temi alla scrittura. Non a caso c’è qui, quindi, un titolo come “ostensione” e proprio per il testo incipitario, non a caso si può individuare un nesso tra Trobar leu e Venenum, non a caso l’imprimere il proprio volto sulla pagina richiama direttamente la Sindone e la sua ostensione, appunto. E il sudario è, qui, un quaderno dai fogli perfettamente bianchi, come lo è la “neve” di Verri (Il pane sotto la neve è il titolo di uno dei suoi libri più belli), Verri che era nato e scriveva in una terra in cui la neve è fenomeno rarissimo: ma, ovviamente, è il bianco intatto della pagina prima del segno e/o della scrittura, è il bianco della neve prima che venga segnata da passi animali o umani ad essere tema e motivo di riflessione. Aggiungerei che nel testo di Simone c’è un poeta che pensa alle pagine bianche di un quaderno come al proprio sudario, come se il volto fosse, a ben riflettere, la scrittura stessa che, dimenticata in una valigia per ottant’anni, possa tornare alla luce, ostensa allo sguardo altrui (“calvario”, ma anche “soddisfazione”); e due sono, per me, i motivi d’interesse nel riflettere su quest’autorappresentazione del poeta leccese: per quanto tempo ancora quaderno, pagina, penna e libro a stampa continueranno ad essere anche metafore della creazione poetica, là dove computer, tablet, documenti di testo eccetera stanno cambiando rapidamente la nostra percezione della scrittura stessa? E la polverosa valigia esiste già: è la borsa che Kavafis morente si era portato in ospedale e che conteneva testi a cui desiderava ancora lavorare; è la valigia di Pessoa piena dei suoi manoscritti; è la mitica e mai trovata (ammesso che sia mai esistita) borsa cui Walter Benjamin teneva più della sua stessa vita nei suoi ultimi giorni a Port Bou e sono i manoscritti di Voronež, la scatola per scarpe contenente i Mikrogramme di Robert Walser…

MAPPA

Dove corri in quale
viottolo corte corridoio
in che perimetro
giri rigiri
e a che incrocio della mappa

è polvere di tufo in briciole
o muffa salmastro
residuato sulle nocche
sulla pelle diafana che scortichi
sui muri della tua città

è la maceria di diavoli leoni
angeli mostri gufi
ostie evangelisti delfini serpi
mezzelune dei cani saraceni
putti zampe di passeri

o altre macerie e asfalto
dedali di semafori e di gas
piloni dell’Enel

o altre cose volatili in macerie
sull’agendina nera che scortichi
sul laccio sdrucito che squaderna
tutto l’inchiostro tutte queste cose.

Bevi un poco.
Hai sete.
Non hai sonno.

Corri. Cammina.

“Camminammo a lungo intorno”.

(pag. 14)

Dopo Vittorio Bodini, Vittorio Pagano e Claudia Ruggeri, ecco che anche Simone Giorgino si confronta fatalmente con una mappa psicologica e mentale: quella di Lecce. La riflessione sulla scrittura conduce inevitabilmente a ripensarne i luoghi, mi sia concesso chiamarli così, geografici e, in questo caso, la “mappa” e la “Lecce di Trobar leu” ribadiscono che i luoghi detti in poesia non sono i luoghi stessi, ma il testo capace di alludere al luogo, eventualmente di trasformarlo o trasfigurarlo attraverso la rappresentazione poetica, ponendosi il testo a sua volta come luogo dell’accadere linguistico; di conseguenza l’aggirarsi del “tu” nella città, lo scorgerne sia le sculture in pietra leccese del Seicento e del Settecento, sia gli elementi diciamo così moderni (trovo rimarchevole la citazione dei “piloni dell’Enel” che ricorrono in almeno due punti del libro, quegli orribili coni di cemento grigio capaci di portare alla massima espressione la bruttezza dei moderni arredi urbani), tutto questo tematizza anche l’aggirarsi della scrittura e della voce poetica entro i limiti del testo, porta ad espressione il rapporto che s’instaura tra la persona che fisicamente percorre la sua città e l’atto dello scrivere, dell’aggirarsi nel testo, tra le parole, imbastendo ritmi – ricordo che già in Venenum il girovagare per le strade e i vicoli di Lecce è leitmotiv determinate del carattere dell’intera opera. E se Trobar leu è anche uno scartafaccio di un libro in fieri, l’insonnia e il camminare a lungo intorno costituiscono belle metafore dell’immaginare e dello scrivere. È “la città che si sfarina / in grani e in polvere” di pag. 15 (Ronda), costituendo lo sfondo ad atti quotidiani compiuti da persone che, dopo la sveglia e la prima colazione, “invaderanno il mondo come spettri / sperduti nella ronda / degli affari loro” (pag. 16, ibidem). Proprio dentro quest’anonimità l’io comincia a delineare la propria storia, a partire da quando, bambino, immaginava sé stesso quale un minuscolo punto di luce tra gli altri destinato a spegnersi:

(…)

—————————-e il mio dolore era

la traccia impressa fresca
per terra e già coperta di foglie secche
in fretta attorno a tutto a mucchi e sterpi
intrecciano corone ad un quesito
che ho inciso sui petali a memoria
– storia nella storia, intrico nell’intrico –


Farei un falò fra ulivi e asfalto
ex voto di fumi d’argento
e lingue di fiammelle:
segreta grafia che si fa intendere
—————————-solo da dee
di guardi in cima in cielo
—————————-(sibille, sentinelle)
—————————-e poi da me.

(pagg. 17 e 18, Sentinelle)

Infatti la citazione da Ugo da San Vittore concretamente presente all’interno del testo successivo (“tutto questo / mondo […] è come un libro / scritto dal dito di Dio”) rafforza l’idea portante della presente sezione di Trobar leu nella quale la scrittura tende a identificarsi con il vivere, essendo vivere una sorta di scrittura che confluisce in un libro in continuo divenire, in un quaderno, appunto, o in un taccuino:

(…)
sul quaderno nella brutta
copia di una poesia da poco
cominciata: due tre versi e manco e subito
————————————————————————–smarrita.

(pag. 20, Alba)

L’idea e l’immagine del palinsesto, l’atto dell’abradere il testo per scriverne uno migliore risulta allora inevitabile:

PAPERMATE

L’aria è chiara e cantano gli uccelli.
Per esser sempre fiero della forma
da piccolo tenevo nell’astuccio
una penna Replay per sgomberare
i fogli dai peccati di minuta.
La gomma alcune volte non serviva
a cancellare tutto rimanevano
dei segni più profondi di parole
che proprio non volevano saperne
di andar via di ritornare all’ombra.
Non c’era più l’inchiostro c’era un’orma
di linee incomprensibili da parte
a parte un relitto di lettere
che mai sarà pronuncia piena e tonda.
L’aria chiara e il canto degli uccelli.
L’aire claro e ‘l canto deli aucelli.
L’airs clars e.l chans dels auzelhs.
Ad un foglietto abraso basta ambire
per nulla dire più di quanto occorra.

(pag. 22)

Simone Giorgino mostra, in questa composizione, il formarsi o l’emergere del testo definitivo (o considerato definitivo) che è contemporaneamente (e l’idea mi piace moltissimo) un cancellare, un emendare continuo – ma senza che le varie fasi precedenti del lavoro sul testo scompaiano del tutto – e un procedere dalla tradizione – la stessa lingua italiana impiegata scaturisce da fasi diverse e stratificate che le stanno alle spalle. La passione filologica di Simone sa essere anche ispirazione poetica e consapevolezza totale del farsi del testo e insisto sul concetto che è interessante e modernissimo: è il testo lo spazio fisico e relazionale entro cui la scrittura viene ad esistere e nel quale l’io, prendendo coscienza della propria distanza dal reale, riduce le sue istanze. Vecchi quaderni, riportando in concreto anche versi cancellati, parte da un quaderno ingiallito nel quale l’autore ritrova versi d’amore, cosicché proprio la poesia amorosa (e lirica) costituisce il polo dialettico grazie al quale il farsi della scrittura di Simone s’interroga su sé stessa, trovandosi essa perfettamente consapevole delle spinte avverse alla poesia lirica e amorosa determinate da una realtà storica, politico-sociale ed economica che obbliga chi scrive a rifiutare la fuga negli struggenti sentimenti privati e contemplativi.
E difatti la constatazione non può essere se non la seguente: “io ho sognato / di saldare l’effimero e l’eterno / e ancora espio / e ancora scrivo” (pag. 23, Vecchi quaderni).
Una conseguenza possibile di quest’inseguire un testo possibile e coerente con il nostro tempo del dis-in-canto è riconoscerlo già formatosi e stratificatosi su di un muro di città; in Graffiti (pag. 26) l’apparente collazione di frasi del genere più diverso (sconce, d’ispirazione politica, romantiche, eccetera) si conclude con una sorta d’invito: “e c’è scritto sul muro finché sei vivo sentiti vivo”, anche perché si legge in Scrivere all’aperto (pag. 27): “Ma il ponte tra te e il mondo è raso al suolo / e invano tenti di cavarne / qualcosa, due versetti / su un uomo che cammina tutto solo / (…) / Pensi davvero d’essere tu il solo / scrivano ciondolante nei quartieri / del centro?”
E più oltre, sempre nel medesimo testo:

E forse proprio tu sei chiuso dentro
il taccuino di un altro, un mitomane,
o chessò io, un soldato delle belle
lettere, un astruso pittore
alcolizzato, un musicista affranto
che sperpera spettacolo
di sé, in pieno mercato. Il seme
del piangere annacquato ad arte
cade giù dalla vita che è impermeabile
e, se Dio vuole, non si fa ritrarre
nel letamaio lindo delle carte.

(pag. 28)

Se in Cuore di carta (pagg. 30-32) l’autore racconta sé stesso con totale consapevolezza della propria situazione esistenziale e storica (“Abito qui” conclude lapidariamente il lungo testo), mi pare che Simone Giorgino vi sottenda anche una sua distanza da altri autori salentini (che ben conosce e probabilmente ama) come Salvatore Toma , Claudia Ruggeri e Stefano Coppola, proseguendo pure in tal senso la lezione verriana; intendo dire che non sono il trauma né la ribellione portata fino alle sue estreme conseguenze anche esistenziali cifra della scrittura giorginiana, ma uno sguardo estremamente razionale, un modo di concepire la scrittura quale strumento di conoscenza e tentativo di presa sul reale, meccanismo del quale chi scrive conosce a menadito gli ingranaggi – ma ciò non vuol dire che la scrittura non sia anche capace di trasmettere l’emozione insita nel fatto stesso di vivere e di scrivere (il “sentimento dell’immaginazione” di cui parla Pessoa).
E proseguendo sul tema dello scrivere mostrandone ingranaggi e retroscena leggiamo:

LARVE

Fra il gelido dei fogli larve e larve
segni segnacoli senhals
e musiche nel gelo di emistichi

(nel lume di gelo che ravviso)

————–(e stalattiti e stalagmiti)

su candide cave di carte

———————————————(a gocce)

frasi

————–sconce

———————————-graffiti.

(pag. 33)

Fedelmente verriano mi sembra il verso “Da qui si vede il mare. Basta ciarle” (pag. 35, Da qui si vede il mare) e in più passaggi del libro i “poeti ciarlieri” rappresentano una poesia vuota che gira su sé stessa, incapace di dire e di dirsi. Con coerenza la seconda parte del libro (che s’intitola proprio Trobar leu) è allora introdotta dai versi di Franco Fortini “E chi aprirà i vecchi miei lessici e legga / le carte soffiando la polvere, almeno / abbia un giusto scuotere del capo, il capo alzi, guardi / se la mattina è acuta, esca”. Il rifiuto nei confronti del letterato che si dedica alla letteratura come attività fine a sé stessa appare chiara e Trobar leu, nel suo aspetto di libro sperimentale, riafferma la sperimentazione quale ricerca, la scrittura quale apertura all’esistere; la stessa disposizione grafica dei testi vuol restituire l’idea di un taccuino o quaderno nelle cui pagine recto e verso rappresentano il rapporto dialettico tra testi che si rimandano tra di loro o vicendevolmente si parodiano; la pagina 44 riporta un Sonetto i cui versi, abbondantemente ipermetri, si sono dovuti stampare sfruttando la verticalità e non l’orizzontalità della pagina sonetto_trobar_leu

e l’abnormità metrica, ma anche prosodica e tematica sviluppa di nuovo l’idea di una derivazione dalla tradizione e di una consapevolezza totale della propria contemporaneità dentro la quale la scrittura cerca nuove forme e nuovi itinerari anche stilistici – non è un caso, tra l’altro, che Giorgino abbia scritto un ricchissimo volume su Carmelo Bene (L’ultimo trovatore. Le opere di Carmelo Bene, Lecce, Milella, 2014) e uno altrettanto ricco proprio su Verri (Antonio L. Verri. Il mondo dentro un libro, Copertino, Lupo Editore, 2013), studiando in tal modo due autori che del rapporto tra modernità e tradizione hanno fatto un cardine della loro opera.

… e via plagiando, ma nei covi
nelle carte dei poeti, nei loro manicomi
ha altri guizzi la fiamma, ha altre
posture il tronco e gli arti non com’io
col sorriso da ebete, col mio
trobar leu da scioperando
che apparecchio, che imbastisco
un mio poco memorabile
adagio compimento ma con brio
di quella che considero la mia
sola praticabile poesia:

rimar lento.
Pronti, partenza, via.

(pag. 46, Esercizi per un buon cominciamento)

“Guardarsi scrivere” non è qui narcisismo, non è cadere nell’equivoco di considerare il sé stesso scrivente al centro dell’universo, è invece il riconoscere le proprie mancanze e debolezze, guardarsi anche con ironia e compatimento, forse accettare uno status che pertiene ad ogni poeta della nostra contemporaneità e che non significa (tengo a spiegarlo qui in modo inequivocabile) accettare una propria subalternità di scrittura rispetto ai grandi Maestri, ma vuol dire consapevolezza piena e definitiva che si scrive nell’epoca della perduta e irrecuperabile unità del reale (cosa ormai acclarata da ben oltre un secolo se non di più, ma di cui, pare, molti poeti non si sono ancora accorti) e che ogni tentativo di scrittura poetica è anche zoppia del dire, dato che il linguaggio si trova a non riuscire a dire compiutamente il reale, a scontrarsi con l’inscalfibilità del reale medesimo, per cui il libro di poesia è e rimane, nel suo farsi verso un’impossibile compiutezza, un taccuino.
E ancora soccorre l’autoironia e poi, di nuovo, torna ad imporsi il tema dello sguardo:

(…)
i versi lievi nella mia memoria, i versi
mai annotati nei taccuini
e salmodiati e salmodianti
di cui non trovo traccia
allenato a ripeterli com’ero
in giro in macchina, da solo fumando
a labbra serrate saggiando
la qualità dell’aria in pose
da oracolo di circo equestre

(pag. 48, Nota);

(…)
Guarda. Guarda bene. Guarda:
come si fa la pagina brunita
come dal niente prende dimensione
la lettera la cifra
la voce che prima smarrita
ora batte alla porta, invita
al vento fresco che si insinua
in casa a fare grembi delle tende
a rompere vetrate e stipiti
a rovesciare ninnoli
a spaginare ad archi i libri

(pagg. 52 e 53, Inciso. Quis est hic?)

E infatti c’è ben poca eroicità nel “mestiere” di poeta, oggi:

(…)
Pace. Tacete. Dittàtemi dentro
ma svelti: devo andare a lavorare

(pag. 56, Ipotesi di stralcio).

Nel testo a seguire che propongo alla lettura riemerge la dialettica tra l’impulso a poetare secondo i dettami della poesia lirica e la distanza critica che il poeta contemporaneo sa e deve prendere anche rispetto a sé stesso in quanto poeta. Il tema delle Muse, ma distolte e distorte dalla loro classica bellezza (si pensi tra gli altri a Montale, a Sinisgalli) trova il seguente svolgimento:

LE SIRENE DELLE RIME CHIOCCE

Per emblemi per semi antichi per cieli e polvere ti vedo in
saliva e bende in levità di vento a vortici sui viali spettro
———————————————————————————————–[dentro il
vetro dei bar dei negozi con la soma di nacchere di vielle.
——————————————————————————–[In ritmo e metro
cano -is, cecini in cecità di canto per squarciar coltri
———————————————————————————–[ammansir fiere
indice sfregando medio e pollice alla pappa
con le sirene delle rime chiocce all’angolo – biascicando –
———————————————–[guardare gustare sentire odorare toccare
ed in referti in documenti trarne
la cifra la sentenza. Questo è quanto.

L’acqua di pozzo è nell’oro dei calici.

Domandando battesimo
o lo squarcio dello scisma
le dita le orecchie muravano
le mani gli occhi muravano.

“Non veder, non sentir m’è gran ventura”

Con gli scherani a ridere e a fumare.
Con le signore dalle parrucchiere.

Tutto è vano, tutto quanto.

“Dimenticate i libri di poesie, coglioni
le rime le terzine i versi dispari”.
Lasciatelo così com’è con la sua biro
a mezz’aria che non vibra e che non libra
fatto anche lui di fogli nella foto
piagata in due potrà esibirla
alla richiesta di un tutore
dell’ordine e poi “parlando basso”:
“Guarda: avrei potuto ma non voglio”.
Farà due passi fuori: “Andiamo a vivere!”
contento del caffè, di un giro in centro.
Quando sarà più saldo dirà tutto
il resto del poema ancora muto
sul tavolo soltanto perché lui non l’ha voluto
————————————————————————ancora scrivere.

(pagg. 57 e 58)

Non è un caso che, in questa sezione del libro, tre testi abbiano il titolo Ipotesi di lei (stampati, lo si noti, in corsivo) e che a loro contrappunto ci siano composizioni intitolate Nota e che il tono lirico-amoroso delle Ipotesi sia contraddetto per contrasto dal tono prosastico e talvolta ironico delle Note: anche il richiamo in apertura di ognuna delle parti di Trobar leu a due autori come Sereni e Fortini si riconduce alla dialettica tra una pretesa poesia “ingenua” e “ispirata” e una poesia che riposa su solide conoscenze teoriche e critiche; senza rifarci alla distinzione schilleriana tra poesia “ingenua e sentimentale”, diciamo che la costruzione del libro messa in atto da Simone Giorgino tiene conto di tutte le acquisizioni critico teoriche dell’ultimo secolo, che filologia e semiotica, sociologia e storia vengono ad essere le fondamenta per la scrittura dell’autore leccese, anche a riprova del fatto che proprio a Lecce e nel Salento, luoghi periferici eppure fecondi nel contesto storico e culturale italiano del XX secolo e dei primi decenni del XXI, vengono elaborate scritture estremamente consapevoli e molto complesse nella loro problematicità e nella loro capacità propositiva; il “primitivismo” di certi poeti salentini è un’invenzione pubblicitaria senza fondamenti critici, un libro come Trobar leu possiede una consapevolezza nella progettazione, nell’esecuzione e nei risultati capace di far piazza pulita di ogni equivoco e approssimazione critica, proprio come a ragione pretendeva Antonio Leonardo Verri. E non si dimentichi che allegato al libro è un cd in cui Simone Giorgino e l’altra voce straordinaria, quella di Ilaria Seclì, recitano propri testi sulle musiche composte ed eseguite da Gianluca Milanese: il cd amplia dunque lo spazio del libro-taccuino e della pagina, le voci dei due poeti, suggestive e ammalianti, la musica di Gianluca dicono di un sodalizio artistico e amicale che anch’esso contraddice la mitologia (falsa e falsante) dei poeti salentini “selvaggi” e “solitari”. E bisogna aggiungere che anche Michele Truglia e Luciano Pagano, i coprotagonisti, ripeto, di Venenum, continuano ad occuparsi di poesia e di critica, animando una ricerca che, partendo da un luogo geografico e culturale preciso (la Terra d’Otranto) e da ineludibili maestri (Bodini, Verri in primis) trova incessanti connessioni con il suo tempo e con numerose altre aree geografiche.

Antonio Devicienti


In copertina: Simone Giorgino.

3 pensieri su “Antonio Devicienti su “Trobar leu” di Simone Giorgino (Spagine, 2016)

  1. Mi scuso per un refuso che segnalo grazie alla gentilezza di Ilaria Seclì: Ilaria recita testi tratti sempre da Trobar leu.
    Un grazie a Gianluca per la paziente ed elegantissima impaginazione dell ‘articolo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *