Soffiati via, di Vito M. Bonito

Ad agosto Carteggi Letterari si prende una pausa e sospende la programmazione ordinaria. Riproporremo post apparsi nel secondo anno di attività. L’analisi di Natàlia Castaldi alla raccolta “Soffiati via” di Vito Bonito (pubblicato il 16 luglio 2015).


di natàlia castaldi

La lingua poetica non può richiamare indietro nulla. Non redime, non convoca, non dona alcun ritorno. È un atto sacrificale che non ha fine.”

Soffiati viaNella nota che accompagna la pubblicazione di Fioritura del sangue, Vito M. Bonito ci porta a conoscenza di alcuni pensieri sul linguaggio poetico in generale e, dunque, sulla sua visione personale della poesia e del suo compito-origine, illuminanti per la comprensione non solo della precedente tetralogia (A distanza di neve, Campo degli orfani, La vita inferiore, Fioritura del sangue), ma anche per questo nuovo libro, che rappresenta la summa, la piena “fioritura” della sua ricerca poetica, laddove la parola si assottiglia per raggiungere la tragica tenerezza dei fiori fin dentro la descrizione più cruda, facendone “sbocciare” quella leggerezza essenziale per farsi carico e condurre il travaglio esistenziale senza appesantire mai il respiro del lettore, la pronuncia di ogni singolo nome.

Vito Bonito pag 43

“La lingua poetica sta nell’apocalisse e vede la precedenza, ne comprende il silenzio abissale, s’incammina verso un rito della commozione.”

Ed è la commozione a condurre il canto di ogni singola creatura di questo mondo dell’ombra che, ribaltando la visione dantesca, si costituisce in un sistema conico capovolto, in cui ogni fragilità resta sospesa, in bilico, priva di contrappasso o pena, ma anche di redenzione che non risieda nella sua stessa sovraesistenza, che qui si mostra in tutta la sua lieve essenza, quasi fosse eternamente “soffiata dal vento” della pronuncia stessa del suo stesso nome che, parola dopo parola, s’inanella e transita dall’autore al lettore con compartecipazione catartica – quell’ormai dimenticato pathos proprio del” canto dei capri” nella tragodìa ellenica.

Vito Bonito pag 76-77

In questo fragile equilibrio che compone Soffiati via, reggendolo senza tregua e senza sbavature, Vito M. Bonito fonde la lectio di Celan all’esperienza personale che riveste sì di scabra essenzialità pur senza dimenticare di evocare la Comœdia e il suo percorso di intima espiazione. Il cædĕre, il cédere, il tagliare sono qui sinonimi di un legame viscerale con la parte infantile di noi dinanzi al dolore. Gi alberi, le mani, gli arti fioriscono di morte, maturano frutti come bambini appesi, sospesi in quella dimensione del sé che non ha tempo, non ha età, ma eterna fragilità che si mescola alla polvere e all’ineluttabile crudeltà propria a tutte le cose. Altri gli elementi chiave in questo sistema ultraterreno sono costituiti da piccoli dettagli, qui pennellati per dire una quantità infinita di sensazioni e emozioni attraverso la semplice denominazione, quasi infinitesimale, di una tonalità e dei suoi più terribili contrasti: il biancore, il candore della neve, la sua freddezza, il gelo, la paura, la tenerezza, l’innocenza, sono dettagli minimi che si vanno a perdere impattando violentemente con il loro più crudele opposto: il fuoco del “forno d’oro di Dio“, il sangue sacrificale degli innocenti versato all’infinito.

Vito Bonito pag 72-73

Nonostante l’impresa per chiunque ardua e pretenziosa – si potrebbe anche dire – di ripercorrere un ultraterreno in cui poesia e dolore coincidono con un carico letterario alle spalle ineguagliabile, Vito M. Bonito con il suo Soffiati via ci accompagna in un viaggio attraverso il quale ogni cosa ha un nome definito e fragile, evanescente quasi, sicché persino la verità del dolore più crudo, appare tanto delicata da rivelare il suo risvolto più osceno, laddove con osceno si intenda sottolineare l’attrattiva e quanto di più affascinante possa esserci in una dimensione sì dolorosa da generare quasi compiacimento e continuo richiamo, con cui nessuno, per logica e per canonica istituzione sociale, vorrebbe doversi misurare, o anche solo, doversi confessare.

Vito Bonito pag 50-51

Non mi sorprende dunque il silenzio critico su questo libro tanto elogiato tra gli addetti ai lavori nello stralunato mondo artistico della poesia, dacché io stessa nel misurarmici riconosco quanto non sia facile per un recensore doversi confrontare con la scomodità delle emozioni e delle pulsioni umane più profonde, capaci di elevare il pensiero a sfere e ambiti così mistici da rivelarne gli aspetti più inumani e bestiali.

Vito Bonito pag 44-45

A questo punto è necessario dire anche che questa poetica apparentemente tanto “sottile” da apparire fragile, è al contrario sì densa da cifrare nella sua essenzialità un bagaglio di conoscenza del mezzo poetico talmente vasto e ricco che riconoscerne ogni eco, rimando, assonanza, appare come un gioco infinito nel quale il lettore è – a priori – destinato a fallire. È tuttavia possibile rivelare alcuni “padri” cardine, oltre ai su citati Celan e Dante, altrettanto necessari a comprendere lo spaesamento tragico, quasi infantile, che caratterizza il canto di misericordia e dolore di quest’opera; palesandosi come inevitabile, nel leggere gli elementi bambini di questo lavoro, pensare al fanciullino del Pascoli, ancor più sapendo e conoscendo il grande impegno critico che il nostro autore ha dedicato al grande poeta del secolo passato. Ma è doveroso sottolineare come la poetica del fanciullino in Bonito si spogli delle ampollosità poetiche fini al canto e al metro, per vestirsi di un linguaggio che definiremmo “puro”, “restituito”, privo di fronzoli e appesantimenti innaturali: un linguaggio bambino, appunto, che nel suo definirsi e definire le cose dischiude la tenerezza tragica di tutto ciò che non ha i mezzi per comprendere le ragioni del dolore, ma anche le differenze tremende tra quanto di più crudele e quanto di più bello l’esistenza e la e la sua fine ci possano offrire.

Vito Bonito pag 28-29

In conclusione non mi resta che invitarvi alla lettura di questo libro, la cui fragilità e leggerezza è pari e contraria alla densità della sua consistenza strutturale e del suo messaggio di rivelazione e dolore.

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