Francesco Motta: la fine dei vent’anni è l’inizio di un sogno

di Libera Capozucca

Milano, Alcatraz, 1 Aprile 2017

Non sarò qui a decantare il talento di un giovane artista di cui la critica ha già molto parlato tessendone lodi, a precisare come si sia fatto conoscere rapidamente attraverso un disco d’esordio pluripremiato e di quanto sia ormai sulla via del successo sicuro. Per chi avesse un attimo di tempo da perdere e non fosse venuto lo scorso sabato all’Alcatraz a Milano, riferirò proprio del concerto in questione, fanalino di coda a “La fine del tour”.

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Facciamo solo qualche passo indietro. A Marzo 2016 esce “La fine dei vent’anni”, considerato dalle principali testate musicali il miglior disco dell’anno. Parte il tour che tocca molte città e registra il tutto esaurito: un piccolo fenomeno comincia a crescere. Francesco Motta, classe 1986, dimostra che per riempire locali di buona musica, ci vuole talento punto e basta. Ieri sera una nuova conferma: l’Alcatraz gremito di gente, pubblico adulto (sorpresa!) a cantare tutte le canzoni del disco, e la fine del tour che diventa una potente festa di saluto.

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Pam! Parte la musica. L’inizio sghembo, volutamente imperfetto, dal taglio artigianale e lo-fi di “Se continuiamo a correre”, sembra un’allucinazione siderale in versione istantanea di strada. Il ragazzo canta parole asfittiche e molesta ogni strumento, gioca a fare il “divetto” e scherza con i componenti della band che a volte si perdono in lunghe suite sonore. A seguire “Del tempo che passa la felicità” e “Prima o poi ci passerà”, in un crescendo retro-nostalgico, dove la narrazione cattura atmosfere sfuggenti come il tempo che scorre. Il sound, dal gancio melodico perfetto, è crepuscolare. Arriva lisergica “Mio padre era un comunista” in cui trovano posto il concreto quotidiano e parti vocali accartocciate su pensieri ferrosi. Tra ballata e canzone d’autore “Una maternità” e “Sei bella davvero” ci raccontano, in stile lirico e naturale, cosa significa prendere posizione nella vita. E poi giù ancora con “Roma stasera” e “Abbiamo vinto un’altra guerra” a consumare l’irruenza del rock nell’immediatezza del pop, attraverso un collage suadente, emotivo. Meritoria la dimensione creativa del live dallo spirito autentico, forse un po’ auto compiaciuto, ma dotato di personalità. Il pubblico, copiosissimo, gradisce e attentamente ascolta.

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E bravo Motta. Il 2016 avrà anche segnato la fine dei vent’anni ma di sicuro rappresenterà l’inizio di un viaggio lungo un sogno.

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