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Antonio Devicienti su “Trittici (il segno e la parola)” di Anna Maria Ferramosca (Dot.Com Press, 2016)

Anna Maria Ferramosca, Trittici – il segno e la parola
Dot.Com Press, Milano, 2016

copertina-Trittici

Trittici (il segno e la parola) di Annamaria Ferramosca vede la luce per i tipi di Dot.Com Press di Milano. Desidero scriverne qui per due motivi concomitanti: il primo è che ogni nuovo libro di Annamaria merita attenzione e il secondo che questo volume desta interesse anche come oggetto-libro.

Il titolo si spiega per il fatto che l’autrice ha scelto quattro artisti figurativi (Amedeo Modigliani, Frida Kahlo, Cristina Bove e Antonio Laglia), di ognuno di loro ha eletto tre opere alle quali ha affiancato suoi testi in versi; il sottotitolo esplicita la connessione diretta tra il segno (pittorico-figurativo) e la parola (poetica), là dove da sempre per l’artista d’origine salentina l’occhio e lo sguardo risultano essere determinanti motori per la scrittura.

Accade così che si prende in mano il bianco volumetto di 15 per 21 cm., si cominciano a sfogliare le circa cinquanta pagine di carta avorio Fedrigoni Palatina da 100 gr. e Acquerello da 250 gr. e si rimane folgorati dalla bellezza delle immagini e dei relativi testi (e viceversa).

Qui mi fermo alcuni momenti: l’accenno alla qualità e alla grammatura della carta non sia considerata un mio (forse strano, forse inutile) vezzo, ma, in quanto lettore, tengo a dire quanto importante sia per me il libro di poesia anche quale oggetto e in quanto portatore di bellezza pure nei suoi aspetti tipografici; e scrivo questo su una rivista-web che vive contemporaneamente a una Casa Editrice (le Edizioni di Carteggi letterari) la quale profonde ogni cura possibile anche nei confronti della qualità grafica e tipografica delle proprie pubblicazioni; chi ama la poesia ama spesso il libro, desidera averlo con sé, sentirne tra le dita la complessa vita fatta non solo delle parole stampate.

Apriamo ora Trittici; trascelgo, dei tre testi che dialogano con la pittura di Modigliani, il secondo di pagina 13:

ritratto di jeanne hebuterne

“sempre ti sposo sempre
sul fondale di letto nuziale
sono da poco sveglia e ancora
non mi abbandona il sogno mi vesto
mi dispongo sazia montagna azzurra
mi lascio perlustrare
boschi sui fianchi con
chiazze di sangue

inspiro la tua vernice lunare
da narici africane
mentre tenti di de-finirmi
chioma rossa cedevole labbra chiuse
a bisbigliarmi muta
dell’assoluto che sei

mi proteggi di fasce verticali l’addome
dove trema l’embrione mi cresce in lutto
lo guardo con vuote congiuntive blu
ché nemmeno ho pupille per nutrirlo”

Qui Annamaria Ferramosca s’immedesima con Jeanne Hébuterne, la modella del dipinto non che compagna di vita di Modigliani, ne immagina i pensieri, i sentimenti: imbastisce, a ben leggere le sue parole, una riflessione sull’atto creativo. “Sposare”, “sognare” danno avvio ai pensieri. Sullo sfondo c’è il letto nuziale, luogo e simbolo dell’atto amoroso che è anche atto generativo e pure atto del guardare – è proprio il guardare (anzi, il “perlustrare”, molto più incisivo, molto più radicale) la continuazione nella luce del giorno dell’atto amoroso; la “sazia montagna azzurra” è sintagma che dice molto bene sia l’imponenza della figura femminile che la solennità della maternità; si giunge quindi alla seconda strofa nella quale viene invertita la prospettiva da cui abitualmente si guarda un dipinto: ché in questi Trittici, molto spesso, è il personaggio ritratto a parlare e a guardare, dal proprio punto visuale, il pittore e, di conseguenza, lo spettatore; è l’applicazione sistematica della prospettiva del guardare e della dialettica oggettoguardato-soggettoriguardante che deriva, tra l’altro, da las Meninas di Velázquez; è così che irrompono sulla scena la “vernice lunare” di Modigliani e le “narici africane” di Jeanne – bastano due locuzioni così immediate e pregnanti per dire una realtà estremamente complessa e che va dall’ispirazione spesso melancolica del pittore italiano all’apertura ad altre culture e mentalità in atto nell’Europa di quegli anni, dalla presenza insidiosa della malattia (la tisi) all’amore incondizionato e totale di Jeanne… Accade allora che da ognuna delle liriche del “trittico” si possano isolare versi che sembrano corrispondersi e richiamarsi tra di loro, costruendo una sorta di filo rosso capace di unificare il ciclo: “l’embrione mi cresce in lutto” già preannuncia il tragico futuro di morte per l’appassionata Jeanne e “lo guardo con vuote congiuntive blu” ha, nel testo dedicato al primo dipinto del trittico, quale suo corrispondente il verso “ti parlo in silenzio azzurro senza pupille” (pag. 11) e troverà a proposito del dipinto successivo versi a proprio contrappunto dialettico come i seguenti: “tu dipingimi ti prego le pupille / fammi occhi chiari ben fissi nei tuoi / dovranno dire a infiniti occhi in stupore / di te di me / nel lunghissimo tempo” (pag. 16) – intendo dire che lo stilema di Modigliani del riempire di un solo colore l’intera mandorla dell’occhio si fa leitmotiv decisivo nei versi di Annamaria, il colore azzurro con le sue diverse tonalità veicola l’idea del guardare, ma anche del dolore e dell’amore sofferente, del difficile rapporto psicologico e sentimentale tra un genio della pittura e le sue donne, dell’altamente problematico costruirsi, passo dopo passo, speranza dopo speranza, dolore dopo dolore, di una propria personalità e indipendenza dentro l’amore e dentro la devozione da parte di ognuna di queste donne (che sono, qui, di volta in volta, amanti o figlie). Si comprende bene, allora, quanto il tema della femminilità sia presente nei versi di Annamaria Ferramosca, ma non secondo vezzi e atteggiamenti molto di moda attualmente, bensì in maniera matura e complessa; lo stesso scegliere il transfert delle modelle dei dipinti consente all’autrice di evitare ogni tipo di soggettivismo e confessionalità e, distanziando da sé l’oggetto della contemplazione, di mettere in scena una riflessione articolata sul ruolo della persona (in particolare di quella di sesso femminile) all’interno del rapporto di coppia.

Non è allora un caso che proprio Frida Kahlo sia artista molto amata da Annamaria:

autoritrattocon scimmie

“capitano son capitano
in bianca livrea una dea
e la ciurma è
ipnotizzata invaghita
mi assorbe mi brancica
occhi carbone all’unisono persi
sul mio profilo irriducibile

non si replica un visoabisso
labbra serrate sul non detto
nell’umore di foresta nel
fogliame largo che mi sfolgora
la bella carne e il pensiero dell’effimero
che vela di lontananza le pupille

negra corona sul capo intrecciata
in forma d’infinito schiavo amore
negro tetto di ciglia sovrappensiero
occhiuragano impenetrabili”

(pag. 19)

I composti, tipici della scrittura di Ferramosca, come “visoabisso” e “occhiuragano” riconducono al tema dello sguardo e potenziano in modo esponenziale i significati veicolati dai singoli sostantivi; talvolta sembra che gli strumenti che la lingua ci offre non bastino alle necessità espressive di Annamaria Ferramosca e allora ella inventa questi composti che, nello spazio della nuova parola nata per accostamento, assumono la forza di magneti potentissimi. E anche in questo testo la consapevolezza di donna e di artista fa sì che Frida esprima, in modo immaginifico e simbolico, la propria poetica così appassionata e che davvero sembra geminata con l’uragano.

Ma negli altri due testi dedicati alla pittrice messicana, Annamaria pare raccogliere le molteplici suggestioni attorno alla creazione artistica, alla sua concomitanza con la maternità e il suo venire dalla natura (sempre femminile, sempre simboleggiata da una dea-madre) che s’incontrano leggendo libri come Ciclica e Curve di livello e Porte/Doors e Paso doble: “destino incendiario” e “sete creativa” scrive Annamaria per l’interposto pensiero di Frida nel testo di pagina 23, mentre nell’autoritratto di pagina 20 Frida ha dipinto (meglio: tatuato) sulla propria fronte il ritratto di Diego de Rivera, lo stesso Diego, ma infante e dotato di un terzo occhio, ch’ella stringe tra le braccia, a sua volta seduta in grembo alla dea Terra, nel dipinto riprodotto a pagina 22; è molto interessante il fatto che si tratti sempre di autoritratti, ma eseguiti nel modo peculiare di Kahlo: altamente simbolici e complessi, intrisi di suggestioni culturali messicane e precolombiane e di elementi autobiografici; mi sembra di poter affermare che in Trittici sia proprio Frida Kahlo l’alter ego di Annamaria, il suo riconoscersi come in uno specchio, ma, ribadisco, cercando con il suo stile armonioso e musicale, di colta e nello stesso tempo spontanea eleganza, una rappresentazione non solipsistica e men che meno compiaciuta di pensieri e di sentimenti.

A ulteriore dimostrazione di quanto ho appena affermato, ecco il dialogo con le tre opere di computer art di Cristina Bove, ecco l’affermarsi, in questo passaggio del libro, e l’esprimersi di un bellissimo rapporto di sororalità: due artiste si riconoscono amiche e sorelle nell’arte e nella vita, s’incontrano e il bene che ne nasce diventa poesia.

aggancio

“Aggancio

minuscola ma ferocemente centrale
una donna
in cammino sul pianeta sfigurato
– quiete dopo l’apocalisse –
la terra le sta chiedendo una rinascita
ora che la luce è tornata a splendere

lei risponde come fa una madre
che cerca un riparo per il parto
ripete la sua marcia preistorica
dal cerchio di Stonehenge verso
il fulgido che squarcia gli orizzonti

lei cammina verso un futuro antico
– intorno le voci risuonano nuove
il cuore sempre uguale –
lei dimentica
ogni colpa ogni miseria
ho ancora semi da salvare
bestiame da ricoverare
ricomincerò con le sorgenti con i boschi
e il lago ai suoi piedi gorgoglia vita

racconta di come acqua e terra si amano
disegnando anse lungo i fiumi

lei sente l’erba che nel bere trema
sapendo che al rigoglio seguirà la fine
eppure sorride dell’effimero
so di vivere solo per rinascere
filo d’erba o forse gazzella o tortora
fino a che s’alterneranno giorno e notte
lei continua a lasciar traccia dei rifugi
ponti passaggi tagli
testimone testarda di albe nuove possibili”

(pagg. 28 e 29)

Qui torno per qualche istante a parlare dell’oggetto-libro: le tre opere di computer art di Cristina Bove sono stampate ognuna in alto e in orizzontale su di una pagina che, però, è di fatto doppia, per cui il lettore che giunga a voler vedere le realizzazioni di Cristina e a leggere i testi di Annamaria deve dispiegare la pagina doppia ripiegata su sé stessa, ricevendone così l’impressione di un raddoppiarsi e/o dispiegarsi dello spazio sia illustrato che scrittorio (il testo si dispone su due colonne parallele sotto l’immagine e continua poi nella pagina accanto); anche in tal senso siamo di fronte a una poesia che ha bisogno dell’immagine (che da un’immagine parte, non lo si dimentichi) e che riafferma anche il proprio essere spazio e spazialità (personalmente sono molto legato alla bella espressione inventata da Yves Bergeret della “langue-espace”, dal momento che sia l’atto concreto dello scrivere sia la recitazione mentale o ad alta voce del testo sono anche costruzione di uno spazio e che la lingua stessa delimita – ma per aprirlo e metterlo in discussione e intrecciarlo con altri – uno spazio fonico, culturale e storico).

Per quel che riguarda il testo esso mi appare come uno dei più fedeli a un tema molto caro ad Annamaria Ferramosca; chi li ha letti riconoscerà anche qui suggestioni e movenze rintracciabili in molti testi di Curve di livello e Ciclica, per cui questi versi di Trittici hanno radici nella voce di Annamaria ogni volta che canta la femminilità come difesa e riaffermazione della vita e come baluardo contro la distruzione del pianeta: nei libri cui ho testé accennato c’è il tempio-corpo della dea di Tarxien, c’è una spiaggia sarda dove prende il bagno una donna incinta, c’è il meditare d’intelligenti e sapienti donne etrusche, c’è la danza che vince il morso della tarantola, c’è la voce dell’embrione per la madre in trepido ascolto… Ma qui c’è, in sovrappiù, l’immagine inventata da un’amica-sorella e, di nuovo, una donna in cammino; le donne nella poesia di Annamaria non esprimono banalmente il rapporto sentimentale o anche irrazionale e istintivo con il mondo – si rilegga il testo che ho scelto e ci si renda conto che anche questa donna (tipograficamente la parola è centrata rispetto agli altri versi allineati tutti a sinistra) è “minuscola ma ferocemente centrale” e che cammina per il pianeta sfigurato con una consapevolezza e una determinazione ben poco sentimentalistiche o irrazionali (o anche arazionali); c’è la coscienza di una cultura alle spalle e dentro questa donna (il cerchio di Stonehenge, una precisa simbologia anche geometrico-matematico-astronomica, dunque) che si mette in cammino verso “un futuro antico” (ossimoro deflagrante, direi) portandosi dentro una precisa consapevolezza di quel che deve fare; e si noti pure come la penultima, brevissima strofa, si apra con il verbo “raccontare” che vuol dire consapevolezza e costruzione (o ri-costruzione di una cultura) e come il “sente” dell’ultima strofa sia rincalzato due volte da voci del verbo “sapere”, per giungere infine alla forte allitterazione di “testimone testarda”.

Ho affermato a più riprese che parlare di “poesia femminile” significa rinnovare per l’ennesima volta la ghettizzazione di cui le donne continuano a essere oggetto; la poesia di Annamaria Ferramosca e quella di Cristina Bove mostrano un itinerario percorribile, lungo il quale i temi della femminilità, della gravidanza, della generazione di nuova vita, della cura e del prendersi cura vengono affrontati in modo molto personale e alieno da mode o da (a volte inconsapevoli) autoghettizzazioni; Annamaria possiede un riconoscibilissimo e suo peculiare timbro di voce che costruisce versi armoniosi e senza sbavatura alcuna, riflesso ritmico-prosodico di un’idea di donna e di persona libera e consapevole, aliena da pregiudizi e da preconcetti.

E dal trittico per Antonio Laglia ho scelto il testo che segue:

il camerino di lindsay kemp

“è appena l’inizio della musica
tra poco si offriranno
movenze inaudite sul palco
e silenzi
il mimo ha una parola perfetta
capovolge ogni allarme
disegna rivelazioni

ma a noi non importa il sussulto
dei convenuti (a volte levita Lindsay)
a noi importa che presto esploda l’estate
la sua protezione dall’ombra
l’urto rovente che dissolve i miraggi

noi amiche nella luce di Antonio
terra e luna allo specchio oscillanti
la danza imminente ci farà ruotare
sfolgoranti d’arancio e grigiazzurro

bastano minimi moti
a fare in pezzi lo specchio beffardo
perforare il passato
scrollare il destino dalle promesse
abbiamo fiori ai piedi
– uguale l’indaco sul tappeto sulla tenda
per un continuum di cielo –

una luna bionda si compiace
del cappello di paglia sospeso
sul pianeta rossoautunno
eternamente ingenuo
sulle solite domande irrisposte
la solita sfida

qui si danza una perfezione
si festeggia che cosa?
che cosa si vela nel fondo
degli occhi? o tra i capelli?

tra poco sulla scena
si scioglieranno i capelli vorticando”

(pagg. 35 e 36)

Osserviamo subito che nel caso presente il “dialogo tra le arti” è triplice: pittura, poesia e danza e che l’arte di Antonio Laglia, apparentemente realistica e descrittiva (minuziosa nell’offrire dettagli, illusionistica nell’appressarsi alla fotografia) rimanda, invece, all’enigmaticità del reale, spalanca abissi ricolmi di domande. Molto bene coglie Annamaria quest’aspetto (scrive, con maestria: “il mimo ha una parola perfetta / capovolge ogni allarme / disegna rivelazioni”), per cui le due figure femminili che provano i cappelli davanti allo specchio (e non passi inosservata la presenza, appunto, dello specchio), la capacità di “levitare” di Lindsay Kemp, la dialettica dei colori “rivelano”, appunto, ciò che direi non sta “dietro” la realtà, ma “dentro” di essa e che è anche parola-che-danza, definizione, questa, che ai miei occhi ben si addice alla scrittura stessa di Ferramosca, capace di “sciogliersi i capelli vorticando” ed ecco, come già molte volte nella poesia dell’autrice romano-salentina, la circolarità del moto, quest’accogliere nella propria poesia la ciclicità del vivente, il riconoscere negli oggetti, nei gesti e nei rapporti tra gli esseri umani connessioni di bellezza e d’armonia. La parola poetica viene così a rendere visibili con gli strumenti del suono e delle pause le medesime relazioni che un dipinto porta alla luce tramite le forme, i colori e la spazialità; grazie a quello che ho chiamato “dialogo tra le arti” la scrittura costruisce un ponte verso la pittura, non tenta di sostituirla, ma di renderle onore e di ampliare, per sua virtù immaginifica, quanto (ed è già di per sé immenso) la pittura stessa ci dona o suggerisce o trasmette per propria forza di suggestione.

Antonio Devicienti


In copertina: Anna Maria Ferramosca (Fonte: Anna Maria Ferramosca).

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