Regesto di una vita in versi. La poesia di Massimo Scrignòli

Ad agosto Carteggi Letterari si prende una pausa e sospende la programmazione ordinaria. Riproporremo post apparsi nel primo anno di attività. Daniela Pericone legge REGESTO (1979-2009) di Massimo Scrignòli (pubblicato l’11 novembre 2014).


 

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di Daniela Pericone

REGESTO (1979-2009), Massimo Scrignòli

Tra le molte motivazioni che sono alla base dello scrivere in versi ve ne sono alcune, secondo Iosif  Brodskij, “inconsciamente mimetiche: quel nero grumo verticale che le parole formano in mezzo al foglio bianco ricorda [all’autore, ndr] presumibilmente la sua stessa situazione nel mondo, il rapporto tra il suo corpo e lo spazio” (da Un volto non comune, Discorso per il Premio Nobel). Se dunque il poeta volesse misurarsi a definire una cartografia intellettuale ed emotiva della sua ispirazione dovrebbe intraprendere una sorta di viaggio à rebours a rintracciarne le radici più profonde lungo l’intero percorso della sua scrittura. È in tali luoghi che il poeta sa di ritrovarsi, dalla scaturigine dei suoi versi all’approdo (seppure di approdo sempre temporaneo si tratti), autentico e nudo, ma sfuggente e multiforme al contempo, dentro le parole, in quelle costruzioni del linguaggio in cui ha trasposto le altezze e gli abissi del proprio ingegno e del proprio sentire.

All’insegna dell’assunto eracliteo “il principio e la fine sono la stessa cosa” e delle speculari declinazioni eliotiane (“nel mio principio è la mia fine”, “nella mia fine è il mio principio”), Massimo Scrignòli pubblica un’opera circolare come Regesto (Book Editore, 2014), il volume che raccoglie il risultato della sua produzione in versi di un trentennio (dal 1979 al 2009), ossia nove libri di poesia (dagli esordi con Notiziario tendenzioso all’ultimo Vista sull’angelo), nonché una sezione dal titolo Lieve a portare che comprende sue traduzioni degli autori più amati (da Eliot a Pound, da Kafka a Celan, da Valery a Char), e una serie di importanti interventi critici sulla sua poesia, tra i quali rilevano quelli dell’amico e maestro Roberto Sanesi. Ultimo ma non trascurabile dettaglio, a definire meglio la cura e la valenza artistica e simbolica dell’oggetto-libro, la copertina è frutto dell’elaborazione grafica dall’opera Posizione della pittrice e poetessa Nina Nasilli, là dove i colori della sabbia e del legno parlano di elementi primigeni, di materia scarnificata all’essenza, di quel desiderio di bellezza e verità perseguito mirando alla radice delle cose che accomuna pittura e poesia.

Un’opera dunque ponderosa che si assume il compito di racchiudere il senso di una vita dedicata alla poesia (non dimentichiamo che Scrignòli è poeta-editore), tracciare le direttrici di un lavoro letterario coltivato con pazienza e misura in un arco temporale tale da consentire una riflessione sugli esiti raggiunti, in fine raffigurare il ritratto di un poeta nella sua dimensione umana e artistica.

Il primo libro, Notiziario tendenzioso (1979), porta il crisma delle parole di Giovanni Raboni che salutano come “grintoso” l’esordio poetico di Scrignòli, in un testo che, come molti inizi, mostra i segni di una sfida alla tradizione e la ricerca perentoria di uno stile personale. Il dettato ha un andamento prosastico, un timbro più assertivo che dubitativo, ed è fitto di rimandi e citazioni intertestuali ad ampio raggio (da Sanguineti a Woody Allen), neologismi (falsàlibi, insiemità) ed espressioni plurilinguistiche dal latino, francese, spagnolo, inglese, tedesco, inglobati nel discorso senza soluzione di continuità:

Eretico, forse, o congiunto di eretici

e banditore di vapori,

mentre le temps déborde, resto fermo a spiare

una gnädige Frau Tod

(tranquilla, lei) anche se poi dico che oggi il mio stile

(di vita) è non avere stile.

[…]

 

(da Notiziario tendenzioso)

È dai successivi (Lapsus?) (1981) e Uguale desiderio di diventare un indiano (1982), non a caso poi inclusi nel più recente Lesa maestà, che si delineano i tratti più peculiari della poetica di Scrignòli, temi e motivi già presenti nell’opera d’esordio assumono nuove modalità espressive, poi ricorrenti nell’intero corpus lirico, e soprattutto si precisa che l’interrogazione filosofico-esistenziale è alla radice di un carattere sapienziale già evidente in queste occasioni:

[…]

(Passerà anche la tentazione. Arriva, colpisce

nel punto esatto e passa. Lapsus?

Lapsus.

Le tracce che inseguo

sono le impronte lasciate nascendo

e questo perverso rincorrerci è sotto ogni

unghia, melmoso, pulsante come un cuore aperto.

Come dopo un errore imprevisto).

(da (Lapsus?))

Uguale desiderio di diventare un indiano, titolo inclusivo del quasi omonimo testo di Kafka tradotto da Scrignòli e inserito nel quaderno di traduzioni Lieve a portare, risponde in modo del tutto singolare alle suggestioni derivanti da una nuova considerazione della cultura degli Indiani d’America, ma gli esiti, come spesso accade in simili casi, superano il pretesto iniziale e i versi dispiegano orizzonti di significati fuori dai vincoli di spazio e tempo ed echi di questioni universali:

… dei morti, dico? (se non mi avessi

fermato): non c’è morte. Soltanto

un cambiamento di mondi.

 

Volevo anche dirti che da me, invece

c’è molta allegria; vieni

a trovarmi, domani …

 

ogni perduta occasione

è un peccato commesso.

 

(da Uguale desiderio di diventare un indiano)

Posti in chiusura al libro questi versi sembrano protesi a legarsi idealmente ai testi che compongono il successivo Qualcosa di illune (1986), un poemetto d’impianto mitologico-filosofico che rivisita il mito di Eros e Psiche, introducendo nel linguaggio innesti di nuova linfa, espressioni e lessemi d’intonazione oracolare, come luna e fuoco, termini essenziali di un viaggio iniziatico la cui impronta diverrà prevalente nelle opere degli anni più recenti.

Le linee del fuoco (1991) è infatti il titolo della raccolta che segue, là dove il “fuoco”, scrive Roberto Sanesi nella prefazione, “si dovrebbe leggere come luogo non di consumazione, o estinzione, ma d’energia che di nuovo prolifera e ricompone”. Si  approfondiscono i motivi fondanti del dire poetico di Scrignòli, la sua concezione della poesia come ricerca della verità, avventura inesausta del pensiero, o anche una sorta di viaggio di discesa agli Inferi e ritorno per compiere il quale, accanto alla simbologia della perenne mutazione richiamata dal “fuoco”, intervengono altre visioni, “percorsi e scavi d’acqua”, “spigoli del cielo” e “porte” e “scale”. Soprattutto scale, quali luoghi emblematici di un andare verso ciò che è mistero, che è nel contempo discesa e salita, e continuo avvicendarsi di luce e buio:

[…]

Allora ci sono, queste scale

ci sono e ci saranno,

nascoste e lucide

tra i solchi

nell’acqua.

E tutto intorno nessun altro

a nutrirci di terra.

(da Le linee del fuoco)

Da un elemento primigenio all’altro, passando dal fuoco all’acqua prosegue l’esplorazione poetica con il Libro d’acqua (1994), dove l’ispirazione affonda nella visione di grandi come Blake, Milton, Yeats e soprattutto Eliot, la citazione delle cui opere, velata o scoperta,  pervade ogni verso, immagine, atmosfera. E anche qui fa avvertire la sua parola l’amico Sanesi, tramite e traduttore dei poeti inglesi laddove lo stesso Scrignòli si dedica a una sua versione di East Cocker dai Quattro quartetti eliotiani. Perché in queste pagine più che in altre il poeta è consapevole fulcro del lascito della tradizione (in primis Dante e Leopardi) e se ne fa carico assumendola e com-prendendola in sé:

[…]

Improvvisamente,

come una voce, già ti scivola accanto; puoi

provare a voltarti, o a scartare di lato

c’è sempre un altro che ti cammina accanto …

[…]

(da Libro d’acqua)

La linea tracciata a questo punto è ben definita, il sentiero da percorrere è gremito di voci, quelle “voci esposte a nord” con cui si apre il libro Buio bianco (1999), una conferma e una ripresa dei temi che hanno attraversato finora il discorso poetico, ma anche un avanzamento verso un altrove, una ulteriore tensione spirituale. L’eleganza e la raffinatezza del verso toccano nuovi vertici in liriche scandite nei tempi di una architettura sinfonica e raccontano della fascinazione del poeta per la musica di Mahler, aspetto ormai inscindibile dalla scrittura, sempre più intrisa di un anelito tragico e mistico al contempo. Risentono, in specie, di tale temperie drammatica le occasioni in cui il poeta si confronta con l’idea della Morte, la Frau Tod del componimento omonimo, e il suo sostare “nella cenere delle rose” o “nella geografia degli angeli”, o quando si misura  con il senso dell’Eterno: “Questo congedo non è che un nuovo principio: / Ewig, Ewig, ripete eternamente il mare / eppure fuori ancora insiste Aprile / viola di primavera” (Ewig). Inquietudine del tempo che si sostanzia anche visivamente nella ripetizione di sintagmi o termini chiave da una poesia all’altra, come un passaggio di testimone, o più ancora, come i fraseggi ricorrenti di una sinfonia.

   Le poesie di Buio bianco verranno ricomprese in Lesa Maestà (2005), volume che Scrignòli dedica alla memoria di Sanesi scomparso nel 2001. Se ne avverte ovunque la presenza, sia nei testi esplicitamente dedicati o riferiti alla sua figura, sia nei temi e nei lasciti più squisitamente letterari, perché il ricordo è l’unico baluardo che l’uomo può opporre contro l’avanzare del nulla, la scrittura l’unico rimedio alla dispersione delle voci, tanto da far sorgere versi in cui a parlare è lo stesso Sanesi: “nascere – insisteva – / è uscire e non tornare, mentre / invece morire è entrare, andare / verso l’inizio di tutte le cose” (Verso l’inizio). E accanto, speculare alla voce dell’amico, la musica di Mahler, la sua “maestà dei violini / che di luce allaga” (Maestà dei violini).

   Conclude Regesto il libro Vista sull’angelo (2009), culmine dell’opera di Scrignòli,  vero compendio della sua poesia, nel quale confluiscono, per essere accolti e infine trascesi, i cardini della sua indagine poetica. Si è già accennato al carattere sapienziale della scrittura, più evidente e pervasivo in questi versi destinati a chiudere un ciclo. Ritornano i temi e i riferimenti che nel tempo l’hanno attraversata, si ripropongono i lessemi che ne contraddistinguono la voce, luna, fuoco, acqua, fiume, neve, rosa, scale, musica, eterno, vento, angelo. Su tutti l’angelo come emblema del sublime, con tutte le risonanze che porta con sé, basti pensare solo a Rilke, Klee, Benjamin, o forse il legame più diretto è con l’angelo di René Char, soggetto di un frammento tradotto da Scrignòli: “L’intelligenza con l’angelo, il nostro pensiero primordiale. (Angelo, […] lingua del silenzio più alto […] Conosce il sangue, ignora il celeste. Angelo: la candela che inclina a nord del cuore)” (da Fogli d’Hypnos).

Su tali accordi si genera il canto di Vista sull’angelo, dove lo sguardo ha un ruolo preminente e muove a trascendere l’apparenza delle cose e degli eventi, dai versi di apertura che introducono subito in una trama di segni e simboli d’intonazione orfica, invocati a comporre la visione tra ragione e intuizione:

E tuttavia

per uscire dal mondo dovremo

intuire

           decifrare

                           tradurre

l’angolo minimo di tempo dove

il pane è una luce verticale

Si passerà da una porta assente

che si può immaginare dietro

le scale, in basso, all’opposto

del rosso che occupa le ore

per tutto il giorno. Il vecchio guardiano

conosce ogni passo, i lati insidiosi

eppure ripete

                       “Entrate entrate, poi

scendete sette scalini a destra.

Il luogo della fenice è un triangolo

vi accorgerete subito dove

conviene arrivare dove

non si dovrà andare”.

Si entra nel triangolo

e non si pensa a come uscire

se mai si dovesse tornare, o a fuggire

anche se nessuno dice da che cosa

ma è certo che accadrà

in un’altra parte del giorno.

(da Vista sull’angelo)

fino allo slancio epifanico dei versi conclusivi, che si levano come un vento di metamorfosi, come il respiro di una figura angelica e terrestre al contempo, che proviene dal silenzio e preme dalle profondità dell’essere, e induce a ridonarsi alla vita, ogni volta morendo, ogni volta rinascendo.

Il vento adesso è il confine

illude in avanti i giorni

li risveglia in altre case.

Da mille anni l’albero delle pagode

osserva l’Angelo seduto nel silenzio

abbracciato alle ginocchia, arenato

nel segreto delle sue ali.

Ma quali sono i limiti di un segreto?

Né ombra né inverno. Forse soltanto

l’alfabeto infedele perduto

a nord, un soffio antico

dolce trasumanar della vista

su questa terribile felicità.

(da Vista sull’angelo)

Regesto, ossi

Non è il regesto di una conoscenza
sul viso notturno il lampo
che dal pomerio invita e cattura,
né qui un riverbero
può definire condizioni estreme
per il distacco.

Conoscere del fuoco

il calore in bilico sulla fiamma
è già rapirgli un segreto,
è toccare lo spiraglio
dove la voce svia
verso l’abbandono.

Così, tacendo ti parlo

anche di tutto questo:

del contagio di una piccola silenziosa

parte dell’occhio, un’iride quieta

che come vento largo ci sfiora

per un istante, un brivido

appena il tempo necessario per conoscere

la differenza tra voce e luce,

per riconoscere la pronuncia

di quello che siamo, di quello che vogliamo.

(da Buio bianco)

Massimo Scrignòli (1953), bolognese di adozione, vive in provincia di Ferrara. Nel corso di un trentennio di dialogo e collaborazione con i più importanti critici e poeti italiani del secondo Novecento, ha pubblicato diversi volumi di poesia.

Ha collaborato con pittori di fama internazionale come Baj, Chia, Benati, Pozzati, Bonalumi. Da molti anni svolge un’intensa attività nel campo dell’editoria, curando e coordinando collane di poesia, critica letteraria, filosofia; sue sono la versione e l’introduzione critica di” Relazione per un’accademia e altri racconti” di Franz Kafka (1997).

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