Il male necessario, di Arturo Mazzarella

Ad agosto Carteggi Letterari si prende una pausa e sospende la programmazione ordinaria. Riproporremo post apparsi nel primo anno di attività. Vincenzo Frungillo riflette su Il male necessario di Arturo Mazzarella (pubblicato il 17 novembre 2014).


 

coverL’ultimo libro di Arturo Mazzarella, Il male necessario (Bollati&Boringhieri, anno 2014), si propone un compito delicato: analizzare il senso del male nella produzione artistico-letteraria dei nostri giorni. L’intuizione davvero notevole di questo saggio sta nell’aver riportato l’esperienza del male dalla dimensione etica a quella estetica. Così il Don Giovanni mozartiano, affrontato da Kierkegaard in Enter-Eller, diventa un modello per i nostri tempi.

“Egli non apparteneva alla realtà, e tuttavia con essa aveva molto a che fare […] Non soccombe sotto il peso della realtà, non era troppo debole per sostenerlo, no, era troppo forte; ma questa forza era una malattia. Appena la realtà aveva perso il suo significato di stimolo, era disarmato; stava qui il male. Ne era cosciente anche all’istante dello stimolo, e in questa coscienza stava il male”.

In queste parole pregnanti si annida quella che sarebbe diventata una componente fondamentale per l’esperienza estatica del secolo ventunesimo. Se Don Giovanni era un eroe, ossia un eccezione rara, pur se paradigmatica, del suo tempo, questo modo di percepire il mondo è diventa nel giro di un secolo la norma, anzi, questo processo ha uno sviluppo ancora più profondo fino ad intaccare il modo stesso di strutturare le visioni del reale. Tanto che Mazzarella, citando il lavoro di Antonio Damasio, parla di “deficit percettivo” ossia di graduale “disintegrazione degli schemi -mappe neuronali- che legano tra loro i vari segmenti della percezione”. Il paradosso apparente è che il solo “aggregatore molecolare dell’universo sensibile” diventa il male. Ma allora cos’è il male? Stando alle parole di Kierkegaard è la volontà che desidera se stessa fino ad annullare, annichilire, qualsiasi forma di senso condiviso. Il mondo, per una dinamica interna all’io e al suo desiderio, non è più rappresentabile, così come già avevo intuito Nietzsche in quella che solitamente viene definita la fase mediana della sua produzione filosofica. Qui ha inizio una seconda tappa della ricostruzione di Mazzarella. L’autore ci ricorda che i primi scrittori che narrano il male con un piglio da entomologo, fuori quindi da qualsiasi intendo provocatorio o conoscitivo, così come ancora accadeva con Baudelaire e Dostoevskij, sono Kafka e Proust. Basti pensare al racconto di Kafka Nella colonia penale, la parabola perfetta del torturatore che si sottomette alla propria stessa macchina, confondendo la grazie con la pena. Il carnefice diventa la vittima. Prima di affrontare gli autori a noi più vicini, Mazzarella dedica un ampio capitolo all’analisi del romanzo postumo di Goffredo Parise, L’odore del sangue. Il protagonista maschile, Filippo, nel quale si può riconoscere lo stesso Parise, idealizza la compagna di una vita. Questo che dovrebbe essere un atteggiamento volto al bene, nasconde in realtà l’incapacità del protagonista di percepire la compagna nella sua concretezza di individuo desiderante. L’interruzione dell’individuo, ci ricorda Mazzarella con Levinàs, è la forma di violenza più radicale. Silvia diventa con gli anni una parte della proiezione desiderante di Filippo, fino ad avvertire il bisogno di ritrovare un contatto reale con la propria sfera sessuale. Intraprende una relazione con un giovane uomo dall’indole violenta. Il nuovo rapporto si conclude tragicamente, con l’omicidio di Silvia per mano del suo amante. Indirettamente Filippo si sente responsabile dell’omicidio, in lui ha agito l’istinto vampiresco dell’esteta. Silvia è la vittima predisposta che rigenera la vita. Il male ha finito con l’operare per riflesso nei gesti di entrambi i protagonisti del romanzo. Filippo e Silvia incarnano il ruolo di vittima-carnefice, il solo veritiero al di là di una progettazione di specie condivisa e “naturale”. Il desiderio senza oggetto, di lacaniana memoria, è mero godimento, che assomiglia alla morte. L’amore è altra cosa. Se l’amore è davvero la condivisione di sguardo su un senso reale pur se misterioso. Nella parabola di Filippo e Silvia ciò che domina è invece una volontà cieca. Il male si manifesta nell’impossibilità di definire un Sé nella dialettica con l’estraneo e questo avviene perché non esiste una reale alterità, se si fa eccezione per lo stesso principio d’individuazione. “In mancanza di un sentimento organizzato della coesione e delle frontiere del corpo, la distinzione chiara tra esperienza interna ed esperienza esterna, tra il Sé e le rappresentazioni d’oggetto non ha possibilità di emergere”, ci ricorda Mazzarella con le parole di Didier Anzieu. Questo mutamento “psichico planetario” soggiace alla logica del martirio ed è reiterato nelle sequenze dei film di Haneke Benny’s video e Cache, di von Trier, Antichrist e Ninphomaniac vol. 1,2, ma anche nelle pagine di Bolaño, i femminicidi di 2066, di Sebald con Storia naturale della distruzione, nelle opere di Cattelan, i manichini dei bambini impiccati a Milano, o nei quadri di Richter, October 18 1977. La nostra cultura, portata all’indistinzione, riproduce nelle relazioni quotidiane e apparentemente banali la vittima da immolare. Il meccanismo vampiresco dell’esteta si istalla su quello che viene solitamente definito divismo di massa. Ognuno è divinità a sé, centro e ragione del potere che gestisce. Lo sguardo dell’esteta è anche quella del narciso che soffre la mancanza di un reale contatto con la propria sfera emotiva. Houellebecq, tra gli autori affrontati in questo saggio, parla appunto di “distacco emotivo” dalla realtà. L’arte del secolo ventunesimo, l’esito più consapevole della linea rossa tracciata da Mazzarella, è rappresentata da scrittori, registi e pittori che riducono al minimo, nascondono, l’artificio per coinvolgere, insieme all’autore, il fruitore dell’opera d’arte nella dinamica sanguinaria dell’esteta. La creazione artistica si limita a delimitare uno spazio, riconoscibile da tutti, nel quale istallare lo strumento della reciproca vessazione. All’artista, che ha il peso di riattivare il senso ormai nascosto della comunità, non resta che invertire i segni di questa macchinazione malefica, così facendo si cala in essa, la adotta, e cerca di rovesciarla. Si pensi ad esempio allo spostamento delle raffigurazioni di Charles Ray. Mazzarella conclude il suo saggio con una frase di Lacan:

“Non c’è legge del bene se non nel male e attraverso il male”.

Capire ciò che muove il nostro sguardo sul mondo serve per scongiurare il maleficio che ci portiamo dentro. L’operazione successiva sarebbe forse dedicarsi ad una reale, consapevole, poetica della relazione. Lo spazio dei sacrifici è da sempre il terreno su cui attendere gli auspici per la fondazione di nuove comunità.

Vincenzo Frungillo

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