POESIA AL C14 ARCHITETTURA E POETICA

di Giulio Maffii

Il poeta ingenuo è un fossile che non sa di esserlo. Si aggrappa a una tradizione lirica ormai in disuso e farcita di retorica. I social sono C14 ed il ruolo di sperimentazione di nuovi processi creativi è spesso superato dal fattore negativo di sovrabbondanza. Rilevano Lorenzini e Colangelo in “Poesia e Storia” :

“Immersa nel reticolo mediale la poesia può subire un ulteriore deterioramento dovuto alla iper-esposizione mediatica della parola e alla perdita di consistenza della figura dell’autore nella caotica disseminazione….”.

Si assiste perciò ad un dilettantismo multimediale generico dal quale emergono a fatica alcuni progetti di notevole portata. Ultimamente Lietocolle ha messo online il nr.18 de “L’Ulisse rivista di poesia, arti e scritture. È un numero dedicato alle poetiche per il XXI secolo in cui scrivono alcune delle voci più interessanti della poesia contemporanea. Tra i vari articoli e saggi alcuni dei quali di ottima fattura e altri vaniloqui di personalità narcise, mi ha colpito la riflessione fatta da Andrea Inglese che firma un articolo dal titolo “Questioni di architettura più che di poetiche”. Tra l’ironico e il serio, Inglese coglie una sottile e necessaria differenza tra poetica ed architettura di un testo. Le considerazioni che l’autore fa su cosa sia l’architettura, sono un notevole e articolato punto di vista su cui fare ulteriori speculazioni ed integrazioni. Scrive Inglese

“Il procedimento architettonico – o installativo – ha invece un’ispirazione cosmologica. Si tratta di allestire diverse forme di enunciazione e diversi materiali di enunciazione, nell’intento non di includere tutte le possibili verità presenti in un soggetto plurale e contraddittorio, ma in quello di ampliare i contorni del mondo di cui il soggetto è parte, come flusso tra flussi, e nello stesso tempo come riflessione decentrata rispetto a questi flussi ”.

Questa visione mi sembra fondamentale nel processo di impianto e studio poetico. Se lo sproloquio tipico di molti è partire dalla poesia per giungere al proprio Io, Inglese fa un processo opposto. Attraverso una triplice visione della propria opera poetica “La grande anitra (Oedipus 2014)” mostra con disincanto quanto sia labile la nozione di interpretazione e di teorica poetica. Una tripartita nota della sua raccolta, tra l’altro gran bel libro, in cui a seconda della formazione del lettore si scopre una poetica diversa. Inglese narra di incontri con tre diverse tipologie di poeta: l’allegorico-narrativo, lo sperimentale, il poeta lirico-evoluto. Escamotage per raccontare le differenti sezioni del suo libro. In realtà l’autore si sofferma sull’importanza dell’architettura di un testo quanto più sull’importanza del termine “poetica”. Ricerca e costruzioni, fuori dal concetto di strutture e sovrastrutture, per cui un testo arriva ad essere installazione, enunciazione stessa del soggetto scrivente. Credo sia fondamentale allora ri-vedere alcuni concetti.

Rafael Navarro, Saragoza, 1940
Rafael Navarro, Saragoza, 1940

Il poeta scrive biografie. In un modo o nell’altro le scrive, siano personali, storiche, della natura, biografia significa anche storia, quella universale e quella personale. Il poeta è un soggetto politico perché deve combattere la soggettività borghese che rischia con un sistema capitalistico virtuale, di far crollare l’apparato poetico. Il mondo “reale” si proietta nel mondo poetico inteso come ipertesto sorretto da scrittura, idee. La soggettività borghese non include architetture, ricerca, sperimentazione che non sia vuota già alla nascita perché implosa prima di espandersi per mancanza di una architettura. Caproni già nel 1947 in un articolo apparso su “Fiera letteraria” aveva intuito uno dei problemi della poesia e aveva cercato di definire come “egorrea epidemica” l’ostensione narcisistica dell’Io (trasposizione di un sistema capitalista fallito, ovvero la poesia che implode su se stessa) che trascende ogni logica di poetica e di poesia. Potremmo però più opportunamente chiamare il tutto pulsione egorroica: il poeta diviene più importante della poesia stessa travalicandola ed assumendo su di sé l’importanza di opera d’arte. La “nevrosi da poesia” è palese.

Tornando al discorso iniziale e all’articolo di Inglese, c’è un punto su cui non sono molto d’accordo e che merita ulteriori approfondimenti. Inglese scrive

“La narrazione, in versi,…era un tentativo abbastanza disperato di riscattare la poesia dalla sua cronica impopolarità”.

Seguendo invece sempre l’esempio dei libri di Caproni, per citare il ‘900, – ma si potrebbero fare nomi contemporanei come ad esempio la Lo Russo [Poema],  la Liberale [Ballabile terreo], Gian Maria Annovi [La scolta] (seppure con risultati discutibili) ed anche Antonio Bux, poeta ellittico-speculativo, [Trilogia dello zero], – direi che narrazione e storia entrano di buon grado nell’architettura poetica. Qui non c’entra come noi intendiamo il concetto di Io (in un altro articolo ho sostenuto e lo ribadisco che Io siamo in molti altri e questo Io è parte integrante di ogni architettura), ma narrare sembra inevitabile se diamo un costrutto specifico ad una raccolta e non facciamo un semplice agglomerato di poesie sparse senza nesso.

La componente storica va intesa in senso ampio. Se scriviamo biografie come detto sopra è inconfutabile la presenza della storia. Il problema invece è avvertito diversamente dagli addetti ai lavori: precipuo è come entrare nella storia. Si cerca continuamente di dare un rilievo ed una garanzia autoriale nelle perfide e pleonastiche definizioni di “generazioni” . Siamo lontani da una organizzazione critica che permetta una nomenclatura, una tassonomia poetica. Sembra che le consorterie e le “scuole” invece vogliano accentrare il concetto storico e darsi una propria autorevolezza, autoproclamandosi periodizzate. La storia da considerare è quella invece che entra direttamente negli elaborati poetici, al pari dell’Io e del Me. Una poesia contiene più voci, più storie, un poeta contiene più voci, più registri, più scritture. Eliot in “Sulla poesia e i poeti” individuò tre voci narranti che all’unisono si fondevano nella voce udibile del poeta.

“La prima voce è quella del poeta che parla a se stesso, ovvero a nessuno. La seconda è la voce del poeta che si rivolge ad un uditorio…. La terza … quando tenta di creare un personaggio drammatico che si esprima in versi; quando egli dice non quello che vorrebbe, a titolo personale, ma soltanto ciò che può dire entro i limiti di un personaggio che dialoga con altri esseri immaginari”.

Queste voci vanno oltre il concetto di spersonalizzazione, di abbattimento del soggetto io-lirico e tutto il resto. La costruzione di un testo avviene su fondamenti invisibili, parafrasando Luzi, ma, senza essere dogmatici: la poesia frantuma i dogmi, Inglese ha perfettamente ragione quando afferma che

“… l’architettura agisce sulle nostre identità culturali, stratificate che ci appartengono nonostante i nostri più o meno virulenti distanziamenti critici”.

Jung ha scritto in “Psicologia e poesia”:

“… l’opera d’arte, infatti, non consiste nell’essere carica di singolarità personali (quanto più questo avviene, tanto meno può parlarsi d’arte) ma nel fatto d’innalzarsi al di sopra di ciò che è personale e di parlare con lo spirito e con il cuore allo spirito e al cuore dell’umanità. Ciò che è personale è limitazione, anzi vizio dell’arte”

Rafael Navarro, dalla serie Dipticos
Rafael Navarro, dalla serie Dipticos

Ciò ci riconduce alla pulsione egorroica che menzionavo prima. La cosa strana è che l’input caproniano sull’egorrea è rimasto quasi inascoltato e non approfondito. Probabilmente aveva colpito nel segno. Nella trasposizione soggetto-autore cola il mito narciso che scrive nell’esaltazione di sé e non per la poesia, con un pubblico, virtuale o meno, che segue le follie nevrotiche personali del poeta dimenticando la poesia come forza vitale e propulsiva, viva a se stessa, spesso in un vortice di identificazione con l’autore. Il lavoro del vero poeta troverà quindi il giusto equilibrio nella scrittura dove lo psichismo (ammettiamolo senza reticenze), troverà strada nella biografia poetica. Freud parlando dell’artista scriveva in “Al di là del principio di piacere”:

“… anche sotto il dominio del principio di piacere esistono mezzi e vie a sufficienza per trasformare ciò che in sé stesso è spiacevole in un oggetto suscettibile di essere ricordato e psichicamente elaborato”.

Ponzo illusion - illusione ottica che appiattisce la prospettiva sì da far apparire le linee gialle di misura differente.
Ponzo illusion – illusione ottica che appiattisce la prospettiva sì da far apparire le linee gialle di misura differente.

Psiche, storia, narrazione, architettura, pulsione egorroica da indirizzare correttamente, per giungere ad un tentativo di sopra-poesia con un uso del linguaggio che vada al di là del dogma “poetica”. Poi possiamo riparlare ulteriormente del soggetto Io, del riciclaggio del linguaggio per una forma “alta”, dell’ipertesto universale della poesia e degli archetipi collettivi che ci spingono ad un flusso scrittorio al di là di ogni borghesismo precostituito e frenante, anzi poeticamente franante.

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