“Il Mio Nome è Caino”- l’amara normalità del male in musica e parole

di Marta Cutugno

“Non sono un assassino. Ho soltanto imparato ad amministrare la morte, che è un’altra cosa”

Messina. Tempi intensi, la voce ferma di un killer e la musica proveniente da un Beichstein. Ieri sera al Teatro Savio, la prima de “Il mio nome è Caino” di Claudio Fava, in nuovo adattamento, per la regia di Laura Giacobbe con Ninni Bruschetta e Cettina Donato al pianoforte, spettacolo prodotto da Maurizio Puglisi per Nutrimenti Terrestri ed inserito nella stagione “Aria Nuova in Me” curata da Davide Liotta. Si replica oggi alle ore 18:00.

“Il mio nome è Caino perché la prima persona che ho fatto ammazzare era come un fratello per me”. Caino non è un assassino. È colui che uccide senza fretta, con ruvida rabbia, esercitando “la pazienza che è la misura del tempo”. Ninni Bruschetta regala al numeroso pubblico del Teatro Savio l’ottima interpretazione del killer tratto dal romanzo di Claudio Fava, presente in platea. L’attore e regista si muove dall’introspezione alla condivisione del suo male con il pubblico e lo fa con ritmi e variazioni di intensità che creano una sospensione temporale. Al suo fianco la pianista, compositrice e direttore d’orchestra Cettina Donato, che ha eseguito le sue composizioni dal vivo, al pianoforte, con il garbo e l’eleganza che da sempre la contraddistinguono. Le musiche de “Il mio nome è Caino” sono frutto di un lavoro a quattro mani con il protagonista, come raccontato in una recente intervista a Carteggi Letterari. Allusioni al repertorio classico ed a quello popolare si miscelano al Jazz, due brani editi e tutte composizioni originali in corsa fino al più conosciuto “The Sweetest Love“. La ricerca musicale che ha accompagnato la genesi di questo lavoro teatrale ha fatto sì che il risultato finale assumesse i contorni di una vera e propria partitura. Lo spettacolo, infatti, è uno sciogliersi di note e parole che si intrecciano, con delicato e sempre opportuno rigore, nella rappresentazione degli eventi. Esempio vivo ed eclatante di quanto appena detto è la morte dell’amico Rosario: la musica sorregge i suoi passi, si alterna alle riflessioni, descrive la colluttazione con i carnefici ed “i pensieri di coccio“, la debolezza di Caino dinanzi la delusione consapevole del “fratello di quelle stagioni, il compagno di attese“. Bruschetta killer sorprende, inoltre, con l’interessante interpretazione del brano “My Funny Valentine” che funge da intermezzo, un faccia a faccia con il pubblico, il “vecchio equivoco” tra il bene e il male.

La regia di Laura Giacobbe si inserisce attentamente tra le maglie del testo e lascia che questo riesca a navigare senza interruzioni nello spazio scenico, individuandone i suoi punti cruciali. Il contesto necessario e funzionale si materializza, si mostra e poi trova altra forma per dare la possibilità al protagonista di ricostruire intorno a sé, ogni volta, un nuovo tassello della sua storia personale. Oggetto di questa evoluzione è il racconto del mafioso, dalla partecipazione al primo omicidio alla sua morte. In apertura, sedia e microfono per il fittizio dialogo con il giudice lasciano il passo alle stanze dei poteri forti, alle strade di campagna siciliane, ad un bar palermitano, alle candele accese di un corteo. Caino si sposta, alla ricerca dei suoi luoghi e la scena prende vita insieme a lui perché le immagini che si porta accanto fluttuano negli occhi e nella mente dello spettatore, immagini supportate dalla meticolosa cura del disegno sonoro di Patrick Fisichella e del disegno luci di Renzo De Chio. Insieme all’imperante presenza del pianoforte a coda, a sinistra del palcoscenico, le scene ben curate da Mariella Bellantone si concentrano su un unico pezzo che è posto al centro, davanti ad una parete che divide gli spazi, un elegantissimo mobile bar degli anni quaranta con inserti in pelle e piano in marmo. Per i costumi dei due artisti in scena, Cinzia Preitano sceglie le intramontabili suggestioni del nero, mentre, per una breve parentesi, un’impermeabile ci restituirà Ravidà, il politico.

 

“Le armi sono fatte solo per uccidere”. Caino affronta i punti deboli della sicilianità che, in questo spettacolo, trovano concettualmente espressione, con i rinforzi del caso affidati a formule dialettali ed a contaminazioni della musica. È la mafia che si racconta ma dal punto di vista del killer. Mafiosi si nasce, – dice Caino – non si diventa e lui, figlio e nipote di capomafia questo lo sa bene. Sono moltissimi gli aspetti tecnici del fare mafioso affrontati dall’assassino: la differenza antica tra ammazzare e comandare, la paura travestita da rispetto da immortalare in una fotografia ed i regolamenti di conti che mai hanno meritato l’attenzione e lo sgomento da parte della società civile. Senza dimenticare gli aspetti meccanici, i suoni prodotti dagli oggetti di morte, la disciplina di uno sparo, i gesti essenziali che lo accompagnano, l’esplosione ed il buio tutto intorno. Poco più di 50 minuti col fiato sospeso ed un silenzio eloquente in sala. Ed anche se, alla fine, Caino non sarà mai più Caino, mentre Palermo si allontana mostrando il volto umano dell’amministratore della morte coi “pensieri morti in testa“, l’amara normalità del male troverà il suo compimento obbedendo ad un destino già scritto.

FotoInScena di Giuseppe Contarini

 

“Il mio nome è Caino”, Produzione: Nutrimenti Terrestri, con Ninni Bruschetta e Cettina Donato al pianoforte, Regia: Laura Giacobbe, Allestimento: Mariella Bellantone – Costumi: Cinzia Preitano – Disegno Luci: Renzo Di Chio – Sound Designer: Patrick Fisichella – Illustrazione: Antonella Arrigo – Progetto grafico: Riccardo Bonaventura – Foto: Giuseppe Contarini

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