“La creta indocile” di Ivano Mugnaini – una recensione di Claudia Manuela Turco

di Claudia Manuela Turco

Ad aprile 2018 risale la prima edizione del libro La creta indocile di Ivano Mugnaini, avente prefazione di Elio Pecora e Nota di lettura finale di Ivan Fedeli.

Il volume è stato inserito nella collana “Intrecci” e, anche se si tratta di poesia, esso presenta non pochi punti di contatto con la produzione narrativa dell’autore.

La prima sezione, “Pietra che freme”, propone immediatamente l’argomento che tutto pervade, ovvero la morte, garantita come «un elettrodomestico / Philips con controllo illimitato di qualità».

L’unico antidoto contro di essa rimane l’amore. A riprova di ciò, quando la donna amata scompare, ella si rende protagonista di un’assenza che toglie significato a tutto il resto, e allora il poeta diviene «un essere ferocemente / innocuo, quietamente letale». E contestualmente la parola viene privata del suo potere curativo e protettivo.

La presenza animale è frequente in queste pagine, regalando squarci di armonia e di suggestiva bellezza anche nei momenti di incrinatura: i gatti silenziosi assorbono «il mistero dell’aria» o possono rilassarsi sul cofano di un’automobile senza temere pericoli; i cani si zittiscono spaventanti o piangono o urlano la loro e la nostra disperazione, ma la loro sensibilità risulta costantemente vivificante; i lupi possono ancora ululare alla luna, nonostante abbiano perso lo smalto vitale, e sono, come l’uomo, «ancora affamati di tenerezze / feroci».

Come ha scritto Javier Marías, persino una macchia sul pavimento cerca di resistere ai tentativi di cancellarla completamente. Tutto ciò che pulsa e vive, soffre e si ostina nella ricerca di una via di salvezza, pure quando pare che non ci sia più speranza. Questo persistente attaccamento alla vita rende il poeta grato per il percorso sin qui tracciato, a dispetto di tutto e di tutti. Basta un inatteso raggio di sole, perché l’umore più nero tramuti in qualcosa di più leggero e sopportabile, non di rado addirittura in uno stato d’animo diametralmente opposto.

«La vera nascita» avviene «nell’istante della prima gioia». L’autore vorrebbe esistesse una religione da poter finalmente abbracciare, una religione che propugnasse la felicità, una felicità stabile e duratura e priva di sensi di colpa, non un «piacer figlio d’affanno».

Procediamo nel nostro cammino sgretolandoci come l’asfalto sotto l’usura dei giorni, però qualcosa dentro di noi resiste, si ribella, non si rassegna. Essere uomo per l’autore significa plasmare la creta dell’esistenza, indocile per sua stessa natura, con tutti i limiti e le imperfezioni che ne derivano, ma comunque producendo dei risultati concreti, compiendo scelte ed esplorando nuove possibilità.

Sono presenti, in questi versi, anche lenzuola e pensieri sporchi (viene in mente “Il pescatore di asterischi” di Samuele Bersani), che fanno sentire «inadeguato all’eterno» (titolo di un suo precedente libro, oltre che di una lirica inserita nel volume in esame) il poeta, eppur vivo.

Inoltre, la poesia “L’attrazione” ricorda la canzone di Simone Cristicchi “La vita all’incontrario”, poiché sarebbe bello poter cominciare la nostra esistenza dal suo punto finale e ritornare indietro nel tempo, ritornare forti e giovani, anziché «muoversi dalla luce verso il buio».

La scrittura di Ivano Mugnaini è sempre molto precisa e sorvegliata, di un’eleganza discreta in cui però emergono salvifici e improvvisi attimi di accensione sanguigna con punte di ironia e sano umorismo, per consentire alla vita di fluire spontaneamente e alla poesia di creare nicchie accoglienti nei momenti più cupi, tra ricami della mente leggeri e una costante acutezza di visione.

Essere folli, ponendosi sopra le righe e ridendo o sorridendo, consente di mettere a tacere la ragione, quando diventa troppo opprimente. Rammentando parole di Rabelais, per il poeta «È meglio scrivere di riso che di lacrime» (Vittorio Alfieri diceva: «Giovine, piansi; or, vecchio omai, vo ridere»).

Talvolta Ivano Mugnaini – lo ammette lui stesso – vorrebbe non gli venissero in mente segmenti di versi, e non di rado prova disagio nel contesto sociale in cui viene a trovarsi, soprattutto nell’ambito delle premiazioni letterarie, che spesso ben poco hanno a che fare con la poesia vera e pura: «Non sono / in sintonia con il suo abitino color / pastello, con il suo anello incastonato / più saldo della dentiera e meno freddo / dello sguardo con cui taglia / lo spazio di questa sera che avrebbe potuto / essere quieta e solitaria, o calda di risa».

Il percorso di lettura, per quanto concerne La creta indocile, si snoda attraverso cinque sezioni: alla succitata e iniziale “Pietra che freme”, fanno seguito “Folli e strani castori”, “La speranza di settembre”, “Il sole d’autunno” e infine “Un altro giorno”.

Poiché a volte è possibile sentire che qualcosa o qualcuno per noi veramente non morirà mai, diviene accettabile addirittura il fatto di non poter capire cosa la morte stessa comporti. Di conseguenza l’attenzione può concentrarsi sul tempo a nostra disposizione, ipotizzandone l’uso migliore («Meglio fare come Raffaele, allora, il quale, / alla veneranda età di anni ventinove, ancora / non sa leggere l’orologio»).

A un certo punto Ivano Mugnaini parla de “La nostalgia della luce”: «mi chiedo, per salvezza o dolore / ulteriore, dov’è il sole, / dov’è rimasto, in quale attimo, / quale bar incrociato lungo la strada, / bibita dolce, colorata di occhi desiderati / un istante / una vita.». Talune affinità potrebbero risultare ravvisabili in parole kafkiane: «Negli ultimi tempi ripenso sempre più alla mia vita, cerco l’errore decisivo, colpa di tutto, che potrei aver commesso, e non riesco a trovarlo». Nel caso di Mugnaini è ricerca di luce, sebbene perduta; nel caso di Kafka, all’opposto, si può individuare una ricerca riguardante l’origine del buio, che ci avvolge individualmente.

Ma le due dimensioni, di luce e oscurità, si intrecciano. Come sostiene Lucia Gaddo Zanovello, infatti, quando stiamo in ombra avvertiamo la necessità del calore del sole, e quando siamo esposti al sole abbiamo bisogno, invece, dell’ombra ristoratrice.

Ivano Mugnaini, ci ricorda che, come pesci, possiamo sollevarci dal fango per divenire zampilli di gioia schizzando verso l’alto, verso un cielo che sorride alla vita, anche se forse non nasconde nessun segreto.

In tale contesto, “divergere” può essere “divertente” o salvifico, mentre la solitudine si interseca talvolta a inizi di storie senza seguito, storie mai esistite secondo un osservatore esterno, ma mai concluse per chi le ha vissute, tra i problemi di comunicazione più diversi.

Il libro si chiude sfiorando ambiguità esistenziali e facendoci ascoltare alcuni passi.

È occasione, per il poeta, di rammentarci l’esistenza di un “ponte”, di un «contatto tra carne e terra», solido e concreto appoggio, cui potersi affidare.

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