Amore e logica in MOSTROCALIGOLA ai Magazzini del Sale – regia di Roberto Bonaventura

di Marta Cutugno

Vivere è il contrario di amare”

Messina. Una nuova versione di MOSTROCALIGOLA in scena ieri 27 e oggi 28 gennaio ai Magazzini del Sale per la regia di Roberto Bonaventura ed i costumi di Francesca Cannavò, una tappa inedita dello spettacolo che già ha calcato le scene del Forte Teatro Festival e del Vittorio Emanuele e che segna un punto di maggiore contatto con il suo pubblico.

Caligola, il terzo imperatore romano. Caligola il despota, l’eccentrico, il depravato. Nell’opera di Camus – versione 1941, che insieme a “Lo straniero” e “Il mito di Sisifo” completa la trilogia dell’assurdo, la follia del tiranno è accentuata dal dolore per la morte di Drusilla, sorella e amante.

Il pubblico raggiunge le proprie postazioni, sulla scena l’atmosfera è allucinogena. Tutto è già in corsa per il dramma della “stupidità che diventa assassina”. Sono minuti di potente fisicità, di scontri, di cadute. È disarmante, stupefacente la lenta e graduale parabola che porta Monia Alfieri a crollare e ricrollare sul pavimento, in antitesi al potere e alle sue maglie. Un primo inganno ferma la macchina scenica ma lo spettacolo non è finito ed incontra le parole di Camus nella voce del regista, il discorso alla televisione del 12 maggio 1959: “… il teatro è un luogo di verità. Generalmente si dice, è vero, che è il luogo dell’illusione. Non lo creda affatto. Sarebbe piuttosto la società a viver d’illusione …”.

Nell’ipnotica performance di Monia Alfieri, Gianluca Cesale e Giuseppe Giamboi, lo spettatore può cogliere i mille volti di un solo oppressore nel concreto, nella vita, nelle esperienze di ieri e di oggi. Tra i flashes sembra materializzarsi la sua immagine sprezzante, mentre morde l’oliva e dice “Avete finalmente capito che non è necessario avere fatto qualcosa per morire”.

È bene che voi sappiate subito …”. Il testo di Roberto Bonaventura è un geniale patchwork dai molti inserti, che non si smiela nel drammatico e lascia riflettere nel comico. Per scorgere Caligola, quel “mostro che alberga in ognuno di noi”, Bonaventura apre tante finestre, una numerosa serie di flashati input: scenari da passerella, il pestaggio al barbone in “Arancia Meccanica” di Kubrick, il discorso di Camus alla cerimonia per il Nobel del 1957, la sfuriata del datore di lavoro siciliano che si sfoga in lingua madre, il talk show e la partecipazione del pubblico, il “gentile e spietato pubblico”, Pasolini e la banale ferocia della televisione, i domandoni da quiz, “Cos’è la democrazia?” e “lei … sulla scena cosa prova?”. Eccezionali i tre attori sul palcoscenico: una sinergia pazzesca in uno spazio ampio che gestiscono con l’impotenza e la leggerezza che ne conviene. In chiusura, per dire addio a Caligola che torna nella storia da quelli che hanno paura di amare troppo, non basteranno il maalox ed un limone sul tavolino : tre nasi da clown come interlocutori e incursioni luminose di un desktop insegue, opprime quelle figure riducendole ad ombre, sagome in trasparenza, lavagne scure dai messaggi multimediali in sovrimpressione. E poi la morte.

Caligola non è morto, è qui, è la, è in ognuno di noi.

“Noi ci mettiamo la nostra storia, quella che viviamo, adesso, noi che scriviamo, noi che leggiamo, noi che osserviamo. Osserviamo amore che poi diventa odio, vita che subito diventa morte. Assistiamo alle guerre e al dolore. Dei padri, dei figli e degli animali.  E versiamo lacrime. E poi? Poi pensiamo al denaro. Tutto sguazza nelle finanze. Il Tesoro, ciò che è importante.
E lui, Caligola, dilaniato dal dolore per la morte di Drusilla, la sorella amata, desiderata e divinizzata, viene invitato a pensare agli affari di stato, a ciò che conta, proprio al Tesoro. E allora comincia il gioco: mettere sullo stesso piano la Vita e il Tesoro. Un gioco che richiede logica. Bisogna essere logici. Ma non c’è amore dove c’è logica. E’ così che si diventa mostri, tutti insieme.

Roberto Bonaventura

 

Foto di Giuseppe Contarini

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