Antonio Devicienti su “I colloqui di Elpinti” di Alessandro Ricci (Coup d’idée Edizioni d’Arte, 2015)

Antonio Devicienti su I colloqui di Elpinti
di Alessandro Ricci

I colloqui di Elpinti di Alessandro Ricci

La lettura cui stavolta mi accingo muove da due motivi concomitanti: l’uno ha a che fare con un preciso progetto editoriale, l’altro con un autore pressocché ignorato e che merita, invece, attenzione e apprezzamento; sto parlando dell’editrice Coup d’idée Edizioni d’Arte di Enrica Dorna e di Alessandro Ricci, la cui opera è edita in forma antologica sotto il titolo I colloqui di Elpinti.
Enrica Dorna crede che ci sia una diffusa e intristente disattenzione ai valori reali degli autori e anche, a livello generale, una certa sciatteria nelle edizioni stesse dei libri di poesia, per cui si è inventata un progetto editoriale che vuole curare in ogni particolare opere davvero meritevoli, editandole sotto forma di libri pensati con dedizione in ogni loro aspetto: copertina, grafica, stampa, supporto critico; Coup d’idéé si affida allora alla passione (ma nient’affatto ingenua) e alla determinazione di Enrica Dorna, alla sapienza artistica di Giulio Paolini e al genio critico di Stefano Agosti; uno dei titoli pregevoli e irrinunciabili della collana è questo I colloqui di Elpinti. Alessandro Ricci (Garessio, Cuneo 1943 – Roma 2004) è stato un poeta di grande valore che ha pubblicato in vita due brevi raccolte (Le sagnalazioni mediante i fuochi e Indagini sul crollo) e del quale è apparso il libro postumo I cavalli del nemico, non ottenendo però il riconoscimento che meritava; i testi scelti per la silloge grazie alla decisiva collaborazione dell’amico fraterno e curatore testamentario di Ricci, Francesco Dalessandro (a sua volta poeta di valore), hanno la particolarità di essere composizioni ambientate nell’antichità romana del tardo Impero o nel Medioevo italiano e, soprattutto, di possedere una struttura prosodica, una sapienza linguistica e una potenza sia espressiva che rappresentativa davvero rare.
Temi che hanno toccato Ricci molto da vicino come persona (l’amore, la quotidianità esistenziale, la malattia, l’approssimarsi della morte) vengono affrontati con il ricorso alla dislocazione dal soggetto scrivente in figure e situazioni dell’antichità, per cui non è forse del tutto errato, leggendo i numerosi testi che hanno come protagonista l’Imperatore Giuliano o lo storico Ammiano Marcellino, interpretare i pensieri e le situazioni quali appartenenti a Ricci stesso; ma questa dislocazione o, come benissimo dice Agosti nel magistrale saggio finale, aspettualizzazione evitano il rischio della confessionalità e del soggettivismo, dell’autoreferenzialità e del patetismo, facendo sì che sia proprio la lingua poetica nel suo armonioso snodarsi di verso in verso a fissare definitivamente l’alto valore dei singoli testi. E se nella tradizione italiana sono molti i poeti che hanno affrontato argomenti “romani”, Ricci spicca per originalità di scelta e forza concettuale perché libera l’immagine che abbiamo della romanità in generale e, nel suo caso in particolare, quella più tarda, da stereotipi e fraintendimenti, mostrandone l’estrema modernità, il portato di suggestioni che si riverberano vivissime sul nostro presente. Logico pensare a Kavafis, ma qui mi preme riconoscere a Ricci una sua coerenza e individualità, specialmente se pensiamo che il poeta italiano lavora sui suoi testi all’incirca negli ultimi trent’anni dello scorso secolo, perseguendo una propria linea poetica e tematica che può trovare degli interlocutori, a mio parere, nelle traduzioni-ricreazioni poetiche dal latino di Pietro Tripodo, in un film come il Satyricon di Federico Fellini, nel progetto poetico di Giovanna Bemporad, nelle sapienti esplorazioni dell’antichità di Luciano Canfora, nel volume collettivo La fisica delle cose (Perrone editore, 2011).
Caratteristica tonale dell’intero libro è la lieve malinconia che lo attraversa e che scaturisce da un amore totale alla vita e al mondo, espresso sovente in pochi versi, all’interno del testo lungo, materiati di immagini eleganti e d’indubbia forza pittorica. Ecco ad esempio:

Gli ibis

Lo schiavo sudanese del porto
di Massilia, sfinito dai pesi
e dalla sferza, vede calare
dall’oneraria un mazzo convulso
di ali e becchi nella rete,
e sono atrocemente,
fra le risate della ciurma,
ibis rossi della Nubia.

Per gli eleganti horti dei capi
trascinati fin qui.

Lui che li vide accendersi
nei canali, e volare sui loti
e le canne in lente
file al crepuscolo, o intuìti
altissimi sulla savana, numi
in quella terra felice.

Aveva forse dieci anni.

Quella gran polvere all’orizzonte.
Chi diceva antilopi dalla Libia,
invece apparvero le coorti nùmide
che l’avrebbero preso.

(pag. 17)

C’è chi non mancherà legittimamente di pensare all’albatros di Baudelaire, ma fermiamoci a riflettere sulla costruzione del testo, strutturato in una prima parte che descrive realisticamente la condizione dello schiavo e l’arrivo degli ibis nel porto, nella terza strofa tutta accesa dalla bellezza degli uccelli liberi in volo (quel verbo, “accendersi”, ben rende il baluginare del rosso delle piume degli ibis, il suo lampeggiare nell’aria sopra il grande spazio di canali e savana) e nell’ultima parte che è il ricordo della propria cattura. Come facilmente si constata felicità e libertà vengono evocate proprio nella terza strofa, priva del tutto di sentimentalismo, ma percorsa da una bellezza ritmico-prosodica e immaginativa che rende alla perfezione la bellezza di un mondo amato e perduto.
La bellezza del mondo e del pensiero, dell’arte e dell’amore, assieme al tempo che da essa ci allontana perché sempre più ci approssima alla morte, leitmotiv fondante del libro, sembra suscitare in Ricci un paganesimo che è anche una dichiarazione di poetica e una presa di posizione intellettuale, oltre che esistenziale. Leggiamo prima per intero la composizione che segue:

La provincia marina di Bisanzio

Suìda il Tessalico compiva cinquant’
anni e fattezze neppur corrose
quando, finalmente un agosto,
imprese a lavorare nel Tempio
Nuovo di Cìpride, sulla sponda
linda del Cirro. Cómpito: il
frontone che dà sul mare,
con scene d’amore della dea
nata dall’acqua.
I non cristiani di Amisus si
commossero per l’armonia delle
forme che cosi velocemente
Suìda scolpiva: tenui corpi
fermati nella corsa, il tempo
rapido nel sasso, l’aumento
pagano del desiderio.
Ma quando Suìda dette mano ai
volti, fu cauto o s’interruppe.
Incidendo la pietra, turbato
la cancellava: «Non so ammettere
un viso meno perfetto per Cìpride
e meno amaro in Adone nel suo
punto di addio. E poi torna un
ricordo che m’ossessiona».
Così perdeva i giorni
nell’inquietudine scavando l’anima
del marmo e la sua. Infine si volse
al mare dai cavalletti e non lavorò
più.
I molti cristiani di Amisus venivano
alla riva per ridere di lui e della
fede tardiva nell’idolo, ma l’idolo
incompiuto lo feriva in cuore
atrocemente, ed egli non rispondeva.

Una sera d’autunno priva di vento e
di nuvole arrivò per mare da Amàstris
Teodoréto il Vecchissimo, apostata
per amore, e parlò a Suìda dalla
nave, perché «Era tempo che
lo facessi.
Dimentica la favola cristiana che bella
è l’anima sola. Ogni bellezza ha
un’anima, come l’hanno massi e parole
levigati o animali lisci per gioventù
e vigore.

Ricorda pure la tua muta d’Assiria
e da’ a Cìpride le sue sembianze.

Ma non temere se per declino e morte
non le rivedi. Incidi il desiderio,
sopportane la perdita o il fuoco. In
questo è l’ultima e prima forza
degli uomini che periscono.
Metti su Adone i tuoi occhi riarsi, ché
sono pure di un’epoca. E non recare altra
pietra da sovrapporre. Scava quella
che resta, plasma le facce in concavo,
come se altri dall’interno del tempio
o la radice del marmo le vedano
quali le pensi e furono.
Coraggio, Suìda. Le
figure cave, pura formula, anime cave,
resistono meglio al tempo».

(pagg. 23-25)

Ricci sembra non solo aver letto e assimilato i filosofi antichi (in particolare, mi sembra, gli stoici), ma persegue una sua saggezza del vivere e del morire di ascendenza greco-latina e modernissima nelle soluzioni proposte: “gli uomini che periscono” hanno una loro forza (prima e ultima) nel desiderio: “Incidi il desiderio, / sopportane la perdita o il fuoco” (e ricordiamo che il greco γράφειν, che vale “scrivere”, ha il significato originario di “incidere”) e tutta la parabola di Suìda sta nel sottolineare la distanza incolmabile dal monolitismo esistenziale e teologico cristiano (“Dimentica la favola cristiana che bella / è l’anima sola”) in favore di un amore per il mondo che mette in conto anche la perdita e l’assenza. L’umano si giustifica in sé, l’inquietudine dell’artista, per altro deriso, vi dona nobiltà e dignità ed è proprio un “apostata per amore” ad essere capace di scuotere Suìda: il paganesimo morente (tema caro anche a Kavafis) lascia un mondo più triste e povero, se non fosse che quei valori riescono a riflettersi di tempo in tempo, fino, ad esempio, all’arte di Ricci che sembra voler dare vita a “figure cave” tramite l’arte difficilissima del ritrarre “in concavo”, cosicché solo chi è nel tempio o la radice stessa del marmo possono vederle, ma è proprio quello il modo e il momento in cui traspare l’idea sottesa all’opera d’arte, la sua genesi e la sua ragione.

Il circolo di Messalla

DI TUTTI I MIGLIORI MIGLIORE,
LENTULO CI HA LASCIATI.

SON COSE CHE SI DICONO. SE
DI QUEST’EPITAFFIO LEVIGHERÀ
LA PIETRA, COSÌ LA SUA MEMORIA
IL TEMPO.

In questa cerchia di falsi nomi,
lui, chiamato col vero,
non ha scritto che un verso:

L’amore è celebrato con l’unghia leggera
del dito.

Astenendosi dal dirsi cieco, ci figurava
belli e bravi dall’angolo, e forse per lui
l’autore di un distico abbiamo
moltiplicato per due, di un carme
per tre.
Così d’una giornata scura
gli dicevamo la luce, della modesta
schiava che fingeva di amarlo
la dilezione, la non venalità.
Per lui abbiamo pagato in moneta
e finzione: la pena degli inverni
lunghissimi in primavere ventose,
quella di non dedicarci tutt’interi
al suo male nel fabbricare
pseudonimi.
E così, dividendo la spesa, non
l’abbiamo capito. Ieri al funerale,
in un mattino veramente solare,
con uccelli veramente in volo,
l’intero circolo di Messalla
raccogliendo le ceneri nell’urna,
eravamo pochissimi.
Proprio come della mano a lui
che carezzava l’ancella nelle chiome
bastava invece quell’unghia,
forse del mignolo,
forse della sinistra.

(pagg. 33, 34)

Quest’arte raffinatissima ed esigente eccelle nella tecnica dell’accenno e del dire a contrario. In un testo esemplare come quello testé letto e un po’ come nel precedente Ricci sembra adottare una sorta di tecnica del negativo fotografico, per cui leggendo bisogna immaginare la copia in positivo, lì erano i volti concavi, qui il mondo inventato per il poeta cieco, ma fondamentale è il concetto di poesia quale uno sfiorare la bellezza con l’unghia del mignolo, concezione aristocratica e non snobbistica, dato che si associa alla consapevolezza che si è in pochi quando si rende omaggio ad un poeta (“raccogliendo le ceneri nell’urna, / eravamo pochissimi”).
E un altro stilema di Ricci consiste nel rappresentare l’appressarsi della morte, ma come tempo in cui con tenerezza e tenue malinconia, non disperazione né risentimento, si considerano i propri ultimi istanti nel mondo o i ricordi che riaffiorano alla memoria. Nel testo che segue protagonista è Lucrezio, chiara autoproiezione del poeta italiano che, similmente a quanto spesso fa ad esempio Adam Zagajewski, rappresenta i pensieri di un personaggio di fama per guadagnare la giusta distanza e oggettivazione di temi che, trattati in forma di prima persona, potrebbero scadere nel soggettivo e nel patetico:

Una storia come le altre

A Marco Fabiano

E quando a Lucrezio venne la sonnolenza
che gli era stata annunciata e gli si
rivelò l’aumento euforico
delle erbe e dei fiori resi
scarlatti dal buio,
segnale esuberante d’un’estate estuosa
e magnifica in un
giardino selvaggio fra le città,
in quella sera, forse notte
di gialle
luna e ginestre su lontane
pendici, l’ocra del suo dolore
anch’esso divenne giallo, più giallo
della giallità del croco e del sole
quand’è potente e leggero, ed egli sentì
come un’onda di flauto i sospiri di ignoti,
giovani amanti poco distante, distratti ronzii
d’api ritardatarie, alcune terse
memorie degli sguardi che pure un tempo
l’avevano dimenticato, altre immagini
miracolosamente ridotte a una, ma
non ebbe a dolersene, e a quelli
concesse un bizzarro perdono senza ritorni,
a questa il dono e l’esattezza del volto
in uno specchio purissimo, e
sorrise di tutto,
degli insulti della plebaglia e dei dotti,
dell’indecenza e della furbizia, dell’esito
inutile dei versi, dei tentativi vani
di rapire un’anima e fonderla
con la sua, dell’ira chi sa se volontaria
della madre, dell’avvilimento e del fuoco,
sentimenti e fatiche: granelli
della clessidra, parole non oltre
la punta dello stilo; così il frullo
d’ali d’un uccello privo di nome tra le fronde
gli parve il suo stesso volo e non ridisse
un solo difetto del mondo, perché sentì
l’assenza totale del desiderio e della pena,
sofferta a correggere il tempo e l’aspetto
d’ogni cosa che ci contatta: l’invenzione
della gentilezza e del tocco,
delle calamite perfette,
è impossibile.

E forse, mentre s’accorse di non
aver mai pensato così poco e così bene
– o così poco e basta –, Lucrezio,
innamorato finalmente delle sue forze
che se ne andavano, del nulla
in cui si sarebbe disperso…

(pagg. 37 e 38)

Mi piace qui osservare che, sul filo del tema lucreziano, c’è un affiorare di suggestioni leopardiane (la ginestra); se infatti Ricci scrive “degli insulti della plebaglia e dei dotti, / dell’indecenza e della furbizia, dell’esito / inutile dei versi” pensa molto probabilmente anche a se stesso e al destino dei suoi libri, lucrezianamente e leopardianamente non si nega all’arido vero, con filosofica e poetica fermezza si appresta alla propria fine.
E si noti la bravura di Alessandro Ricci nel costruire lunghi e coerenti giri armonici, contrappunti sintattici che tramite la bellezza dell’architettura e della lingua provocano una partecipazione non epidermica, come è anche nel caso della morte di Guido Cavalcanti, altro testo dalla tessitura linguistica rigorosa e controllata che proprio per questo è in grado di trasmettere tutta la concitata emotività dell’io lirico latore delle “indiscrezioni”:

Indiscrezioni su Cavalcanti

I

– Uccidono Guido!

Lo grido nei vicoli
e nelle piazze, alle fontane
dov’è il viavai dell’acque,
ai cavalieri che passano
con le rosse zimarre,
alle celesti dame.
La gente che si ferma mi dice
che non è vero, che non ha
colpe, che non ho
colpa.

– Ma Guido muore! Ieri
ha scritto col sangue,
s’è sbiancato alla candela:

– TU PENSI CHE ARRIVI
DAL MARE?

– Poi non ha detto più nulla,
e c’era molta luna sull’assito
dell’altana. Ai primi
colombi dell’alba,
s’è sporto a guardare
il sole.
Io son da solo. Guido
mastica le mascelle,
il suo cuore è bellissimo,
io anche
ho paura.

II

Forse così, in un mattino
doloso di primavera, nato
dai versi, salito a rarità
di suono, a miracoli
di bianco sulla luce
di un volo che pure immobile
e cieco negli istanti
ultimissimi Guido seppe
volare e vedere, morendo
del proprio amore più che
dell’intransigenza
e del genio, e finalmente
sapendolo, come una perla
di Cina rinvenuta nell’anima,
stretta in pugno e di pari
natura, di pari grazia, lei,
lui, il mare poco
distante, il mare
che mescola…

Forse così l’immoderato
e miserando amico trovò Cavalcanti
al ritorno sulla terrazza,
un poco scivolato
dalla scranna, gli occhi
sbarrati in alto,
chiarissimi,
più del cielo.

Nella seconda parte della silloge (ne parla benissimo Agosti nel suo saggio) è lo storico Ammiano Marcellino a profilarsi come interlocutore e dell’imperatore Giuliano (importante, davvero importante proiezione di Ricci) e dell’io lirico; lo storico e scrittore che prosegue l’opera tacitiana narrando con severo equilibrio, tra le altre, le gesta e la morte del suo amatissimo imperatore è interlocutore privilegiato per una riflessione sulle direzioni che percorre l’esistere individuale e sulle connessioni di quest’ultimo con la storia. Accade nel lungo componimento di cui il libro è eponimo:

I colloqui di Elpinti

I

Forse perché
la giornata è bella, fatta
la primavera, lucido
il cavallo, non cigolanti
le ruote del carro, riparata
la strada, in fiore
le messi e qualche
ventre di fuoco offerto
per solidi o complimenti,
poi rosso,
rosso il miglior falerno
al buio tiepido
della notte e dei nostri
colloqui…
———————… o forse perché
non siamo stati né ingiusti
né avari o temiamo
di diventarlo, e quindi perché
il mattino, il pomeriggio, la sera
sembrano devoti e noi
probabilmente
a noi stessi ed anche – c’è
chi lo dice – il mese,
l’anno, volendo
il decennio…
————————-… forse per tutte
queste latitanti promesse o
che altro – la bellezza
del mare? –, perché dovremmo
temere ciò ch’è stato
deciso?

A queste
o a questa sola domanda
che ora ti faccio davanti,
anche se guardi i pesci
nella vasca e fingi
di non sentire, e che
in anni così lontani ti scrissi
e riscrissi sapendo
di non essere solo,
ancora una volta, Ammiano,
non rispondi,
non rispondi,
perché?

II

A lancinanti prore
sul dorso marino,
a palpabili mete
sotto
un’aperta tunica,
a boe terrestri nei trivi
o presso
il fuoco domestico,
a parole madide
o false che vogliano
udirsi,
alla stella affine
dei fati notturni,
alla pena
e all’odio vandalici,
ai mercati, al greto
sulle bell’acque:
a tutto;
l’uomo s’avvita a tutto,
povero Massimiano.

In tanta notte che s’avvicina,
poiché ammetti la paura
e la fine del suono,
per la tua boria infiammata
di solitario, accanto ed oltre
ed almeno
ti sopravviva e ti basti
un animale estremamente vivente
– serpe, falco
o cane argentati – , insieme

agli ondeggiamenti del grano.

(pagg. 39-42)

La fascinazione che Ricci subisce dal paesaggio viene trasposta in inserti lirici entro testi lunghi, evitando così i capitomboli del sentimentalismo e della descrizione fine a se stessa, anche perché una tale fascinazione è parte integrante del suo amore alla vita, i personaggi che agiscono sono letteralmente immersi nel mondo e ne assorbono ogni particola (luce, odori, suggestioni, spazi e tempi) restituendo in forma di parola tale osmosi; e a questa permeabilità nei confronti delle sensazioni si associa la riflessione e la proiezione verso la morte, secondo l’insegnamento dei filosofi antichi, per cui vivere è prepararsi alla morte, consapevolezza che permette di esistere in maniera cosciente e non superficiale. In questo modo la poesia di Ricci si pone, silenziosa ma perfettamente definita, in opposizione alla mentalità prevalente che predilige il giovanilismo rimuovendo la presenza della morte. Il silenzio di Ammiano, lo storico che ha una visione completa e sicura dei fatti, risuona tragico e inappellabile, per cui questa poesia sembra anche un intrecciare parole contro il nulla e contro l’impermanenza.
Ma, dicevo, la seconda parte della silloge è sotto il segno di Giuliano detto L’Apostata, colto prima e dopo la battaglia a lui fatale del 26 giugno 363; l’imperatore Giuliano polarizza tutto quello che Alessandro Ricci intende come valore: la cultura, l’esistere secondo la ragione filosofica, l’accettazione della sconfitta (anche quando quest’ultima può essere persino prevista e appare ineluttabile), la serenità di fronte alla morte. Lo storico Ammiano Marcellino è colui che sopravvive al suo imperatore facendosi ponte tra Giuliano e i secoli a venire, tra il tramonto del paganesimo e un’era (i nostri anni) che, in pagine come quelle di Ricci, sono in grado di comprendere e recuperare quel medesimo atteggiamento di virile accettazione del vivere e di amore per la bellezza e il sapere liberato, però, da ogni idea di colpa e di peccato. E allora, se Vetranione anticipa nelle sue riflessioni la disfatta ed esprime la propria devozione all’imperatore, nel testo intitolato Giuliano Ricci scrive:

Allora Giuliano, dopo
una notte insonne ma non
inquieta, all’alba quando
ogni tenda del campo
gli parve una duna come
ben oltre le sabbie,
infinite a perdita d’occhio, lisciate
dal levante che le invadeva, le issava
in un mare di chiaro:
——————————————-là:
percorrendo piano il perimetro
senza il contegno del capo,
rispondendo con un sorriso
al saluto quasi commosso
delle guardie di turno,
insonnolite all’ora del cambio
– saluti e sorrisi così simili
a quel lontano silenzio vibrato
nell’aria ferma, così diversi
dall’uso, così
nuovi -, pensò alla consapevolezza
e ai sussurri, a quella morbida
e rassegnata complicità,
pensò alle navi
che s’era bruciato alle spalle
i cui fumi forse si mescolavano
al velo gentile dell’enorme
giornata che si gonfiava,
ad altri pochi momenti,
in un solo momento adunati,
invadente ma non spietato,
senza rimpianti.
——————————–Poi
pensando a tutti
i suoi uomini che di lì a poco la tromba
avrebbe svegliati, si disse piano
che suoi erano pure l’errore e la colpa
del destino che li attendeva, ma non
del suo, cui mancava
appena qualcosa,
un gesto,
per la piena armonia.

(pagg. 46 e 47)

La scrittura di Alessandro Ricci si fa qui il “romanzo” di Giuliano, perfetto interlocutore, ma in versi, delle Memorie di Adriano se soltanto ci si fermi a riflettere sul fatto che la cultura antica e alcune figure modernamente “eroiche” continuano a effondere la propria suggestione e vengono innestate dentro una contemporaneità talvolta ostile proprio all’antico, considerato anacronistico e inutile e che quello che Ricci e Yourcenar fanno (ma si pensi anche alla Morte di Virgilio di Hermann Broch, ad Autobiografia del Rosso di Ann Carson) è leggere la contemporaneità tramite la sapienza antica, recuperando il valore dell’autodisciplina e del perfezionamento di sé, considerando la cultura e la bellezza orizzonti necessari di contro all’involgarimento di ogni momento dell’esistere. Probabilmente Ricci ha scontato sulla sua persona l’urto quotidiano con tale involgarimento, ma non ha fatto dell’antico un rifugio né un hortus conclusus, bensì un caparbio interrogare e cercare, se è perfettamente evidente che ogni verso della sua opera si lega con la contemporaneità, vi accenna e la interpreta. Il raggiungimento della “piena armonia” è proprio questo costruire, lento paziente e valoroso, una dirittura di etica e di pensiero e forse a maggior ragione quando la sorte volge al peggio, come nella chiusa dei Cavalli del nemico quando Giuliano vede due cavalli che aveva invano cercato con lo sguardo durante e dopo la battaglia e che sono proprio gli animali montati dai cavalieri persiani che lo hanno trafitto, cosa di cui l’imperatore prende coscienza solo ora:

(…)
Fu dal buio che s’allargava, a un’irruzione di gelo nel ritardo,
quando emersero i due mancanti: erano stati loro, più loro
di chi li aveva montati, a colpirlo nel petto,
e vide finalmente l’asta a due punte
che l’aveva trafitto:
il primo era un cavallo chiaro, morbido e triste, quasi
luttuoso. L’accompagnava, serpeggiandogli fra le zampe,
un gatto vecchio e ostinato: nella bocca sdentata,
in una presa insicura, la carogna d’un ratto
troppo grosso, ridotta a poltiglia
sanguinolenta.
—————————-Poi l’altro: un puledro aspro e impaziente,
avido ancora di zuffa, cui s’accodava, a distanza,
a fatica, forse per caso, un bianco
cane tremante.

(pagg. 49 e 50)

La sera è un vero e proprio poemetto che tematizza la morte dell’imperatore il quale scorge nel grande specchio issato sopra il suo letto le persone che si affannano per svellere il giavellotto che l’ha trafitto e chiuderne la ferita:

(…)
‘Svellere il giavellotto’,
amarne il cavo: quello
hanno detto e fatto gli amici
con morbidezza, di questo avverto
solo un brusio, quasi
suono – cembali da quale
dove? – da parte
a parte purissimo, piuma,
su e giù,
che accarezza i suoi spiragli
e che m’induce
da vita a morte
senza dolore.

Che c’è di vero in tutto questo?
Hanno issato uno specchio
enorme che mi esclude,
privo solo di me, per rispetto
di me?
(…)
(…), sono
semplicemente cieco, e se le pupille
sbiadiscono in albume, come si dice
che accada, il cuore crescendo
le sostituisce, fonde
memoria e invenzione, tutti
i granelli della clessidra,
dipinge gli aspetti
di uomini e cose, liscia
i contorni, quasi
li tocca.

(…)

Parve a Giuliano invece
d’essere completa-
mente solo,
con quei brani di sé, stati
o mancanti,
che una nostalgia sorridente,
sottilissima e quieta,
non gli volle tacere.

(…)
E allora la conoscenza
e il dolore. O all’inverso la sofferenza
e il capire, e l’arrendersi, e il non
odiare. Così, imperatore deriso,
ripensò agli inganni evaporati
ai quattro capi
del mondo e alle speranze terribili
(…)
E tutto gli cominciò intorno
a girare insieme: testa, corpo,
mondo… Che intorno
a che? Non come i molti,
folli galilei, lui
non l’avrebbe
saputo mai

(pagg. 51-56, passim)

La chiusa del poemetto, riportata sia nell’immagine che restituisce il manoscritto originale (i versi s’avvitano a spirale a formare un fiore o un gorgo, ché gli ultimi due s’allungano verso il basso della pagina, quasi fossero un gambo o un rivolo che scorre in giù) che nella versione a stampa, risulta essere una sorprendente invenzione di Ricci che, attribuendo ad Ammiano doti quasi medianiche, scrive:

Mehr Licht… Perché la luce s’irradia
oltre l’ostacolo? Lo fa anche il pensiero?
l’amore? L’anima?… Io non devo
alcun pollo ad Asclepio: devo
me, nessuno oltre
me… Je voisun port rempli de voiles et
de mâts… Non viverti, non
t’esaltare: consider Phlebas, who
was once handsome and tall
as you: fa’ scivolare questi
tuoi versi estremi
nel cavo della
ferita.
Poi muorine,
a loro insieme.

Per tutto il giorno, camminando piano nel campo sotto un sole stranamente velato, mentre gli ufficiali del genio davano ordini quasi sussurrati ai soldati che smontavano le tende, Ammiano sentì ripetersi quelle parole, fino ad impararle a memoria. Vi riconobbe Platone, ma non chi parlava in quella, o quelle lingue strane (pag. 58).

L’irrompere del nostro moderno e contemporaneo (Goethe, Baudelaire, Eliot…) dentro il tempo antico di Ammiano Marcellino è un’idea straordinaria perché di solito s’immagina il contrario, ma Ricci riesce in questo modo a dare forza sia all’antico presente dentro di noi, che alla grandezza delle realizzazioni della modernità e del contemporaneo che possono dialogare da pari a pari con l’antico; l’idea di tempo concepita dal poeta piemontese è strutturata nel senso della profondità (dal passato al presente e viceversa) e in maniera, come scrive Agosti, “attualizzante”, creando così un medesimo piano di compresenza tra presente e passato dove nessuno dei due viene sminuito a vantaggio dell’altro; questo porta, tra l’altro, ad evitare quello che chiamerei un archeologismo di maniera e una rappresentazione datata e stereotipata dell’antico, né l’antico è un travestimento di sentimenti e pensieri “moderni”, ma un fuoco vivo alimentato dall’amore nei confronti dei classici e capace di illuminare il nostro presente, per cui quello che oserei definire “l’esistenzialismo di Ricci” può delinearsi nel modo seguente, di esemplare saldezza costruttiva e alto valore concettuale ed etico:

E poi l’editto finale.
Qui, per fughe dolenti
alla marina metallica
giunti
– il mondo meno
il nostro,
meno
noi – , separati
flussi e ristagni, amore
e rinuncia, conoscenza
e oblio, un perdono
da un altro, puri
tronchi e relitti: cose;
stiamo in quel punto
vicino al tutto, vicino
al niente, dimenticati
dimenticando: sillabe
di parole, vani
granelli,
nell’alba ingenua
che non li aduna.

(pag. 61)

“Obliti / obliviscendi” è cifra oraziana già ripresa da Stefano D’Arrigo nel breve componimento che chiude Codice siciliano: “dimenticati / dimenticando” scrive Ricci che conserva una consapevolezza ferma della morte, come nel testo seguente, impietoso eppure capace di ribadire amori che urtano contro il desolarsi dell’esistere:

Scendere a volo
d’Icaro o passo
d’uomo nel silenzio
assoluto verso basse
e bassissime latitudini
e poi
quello che c’è
c’è.
Là stare, lì
smettere l’odio
e l’amore, dire
le parole dei grandi
classici in ebeti
pomeriggi, fra pause
lunghe di pochi
suoni, non aspettarsi alcuna
riconoscenza, alcun
restare di chi
si volle, di chi si
respinse e così, al fondo,
tra rumori lievi di acque
che cadono e uccelli che
salgono, finire
stupidamente.

(pag. 67)

A ragione si può infatti desumere che la strutturazione dei testi si riporti alle ferree e armoniose architetture degli elegiaci latini, perché “dire / le parole dei grandi / classici” non è privo di conseguenze anche sul modellare il proprio stile di scrittura e su di un procedimento compositivo che ha nella sintassi salda e articolata uno dei suoi cardini; ne risulta una poesia colta e limpida, che sa dire le tragicità dell’esistere e incantarsi ad un particolare del paesaggio, così come accade all’explorator che ha guidato la legione in direzione sbagliata, se ne rende conto e prende una decisione tragica, dettata dall’accettazione della sorte e della morte, trovando un ultimo atto di libertà e di felicità che sembra accogliere in sé tutto il senso del vivere:

(…)
Non fischiò
il pericolo ai suoi come avrebbe
dovuto. Si distese a guardare
una nuvola lentamente fra i rami,
tanto era troppo tardi.

(pag. 73, L’Explorator)

Potrebbe tornare alla mente la “lezione americana” sulla leggerezza e l’atteggiamento dei filosofi stoici che perseguivano la compostezza anche nella morte, ferma restando la consapevolezza dell’ineluttabilità della fine che Alessandro Ricci sobriamente così mette in versi tramite la figura del centurione Gaviso:

Accampamento di fine impero

A Vindonissa d’Elvezia
il centurione Gaviso passa
in rassegna le vene del polso
per trafiggerle col pugnale.

(Un mercenario vandalo
porterà il mastello
con l’acqua calda
e le tavolette del testamento).

Esce intanto a guardare
Vindonissa immune
dalla tragedia.
————————Laggiù si leva
il fumo delle colazioni
dalle capanne indigene,
si mescola al presagio
che pioverà fra i pini
anche oggi.

Al riparo dello steccato,
gli ausiliari giocano ai dadi.
I cani della legione
si contendono le molliche,
ma non è come sempre.
Nel tabernacolo
i comandanti concludono
che l’anima non sopravvive,
guardando fisso davanti a sé.

Le sentinelle hanno portato
birra sulle torri di legno:
la cavalleria alla fine
del turno inviterà i fanti
a mangiare i cavalli.

Le puttane siriache
al seguito dell’esercito
guidano personalmente
il carro fuori del campo,
colmo di doni.
—————————Fuggono solo
loro, ché sanno vivere.

Gaviso infatti
non ha più niente
da ricordare, e ritorna
alla tenda.

——————-Domani i Germani
romperanno da oriente.

(pagg. 78 e 79)

Antonio Devicienti


In copertina: Alessandro Ricci.

Un pensiero su “Antonio Devicienti su “I colloqui di Elpinti” di Alessandro Ricci (Coup d’idée Edizioni d’Arte, 2015)

  1. Antonio Devicienti non finisce mai di stupirmi con le sue letture così aguzze ed incisive di opere poetiche cui si accosta con profonda passione. Sono molto contenta che si sia occupato con una recensione così mirabilmente argomentata e ricca di testi di un grande poeta come Alessandro Ricci il cui labirinto poetico ad ogni lettura riserva nuove, stimolanti riflessioni. Grazie!

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