Consonanze e dissonanze di Lorenzo Mari – Cercando “Vie di fuga” (Besa, 2015) con Daniele Comberiati

CONSONANZE E DISSONANZE / Cercando “Vie di fuga” (Besa, 2015) con Daniele Comberiati

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Pur sperando segretamente in una secca smentita, ci sono zone d’Italia che mi sembrano largamente trascurate dall’immaginario letterario canonico, e tra queste, mi pare che spicchi, per estensione e importanza, un’intera regione: la Calabria. I luoghi di Saverio Strati, Corrado Alvaro e Enzo Siciliano non sono stati battuti da scrittori altrettanto noti, negli ultimi anni, e anche il recente film di Francesco Munzi, Anime nere (2014), avanza attraverso terre scarsamente esplorate dal cinema italiano.
Forse questo fatto non si traduce ipso facto in un vero e proprio vuoto nella coscienza locale e nazionale, ma ciò può comunque aumentare la vulnerabilità simbolica di questa terra. E la parola di Daniele Comberiati, con il suo ultimo romanzo, Vie di fuga (Besa, 2015), si trova allora ad entrare in un vero e proprio cono d’ombra, dove i consueti riferimenti alla povertà diffusa, alla ‘ndrangheta o all’ormai leggendaria Salerno-Reggio Calabria non rendono giustizia alla complessità e alla vitalità di tutta una regione.
Comberiati, però, fa di più: entrando in un luogo dove, apparentemente, campeggia la scritta hic sunt leones, il suo romanzo s’inerpica fino a Petilia Policastro, un fascinoso borgo del crotonese. La leyenda negra sulla Calabria potrebbe forse associare questo paese al dissesto idrogeologico che è emerso con tutta la sua forza nella primavera di quest’anno, ma Comberiati sceglie questo luogo per raccontare tutta un’altra storia.
Non priva, appunto, di vie di fuga.
Come ha già sintetizzato molto bene Carlo Baghetti su Minima & Moralia:

La fuga, che compare sia nel titolo dell’ultimo romanzo Vie di fuga sia nel sottotitolo de La caduta dei gravi. Roma, gli anni novanta, la fuga, è l’elemento che tiene uniti i due romanzi [di Comberiati], la lente attraverso cui leggere le storie qui narrate; storie molto diverse da tutti i punti di vista, linguistici, strutturali, spaziali, cronologici, ma che al loro interno contengono personaggi animati da una forte tensione verso l’esterno, non solo delle pagine del libro (…), ma oltre i confini nazionali, disegnando traiettorie di “fuoriusciti” esistenziali nonché geografici.

Avendo già parlato qui della Caduta dei gravi, mi limito a segnalare come il “fuoriuscito” di Vie di fuga, Matteo Bertola, sia anch’esso romano, proprio come l’autore e come i protagonisti della Caduta dei gravi, ambientata nella Roma degli anni Novanta. Gli indizi che portano verso una sovrapposizione della biografia dell’autore ai fatti narrati non finiscono qui, perché l’esperienza di Bertola è segnata dal precariato, sia lavorativo che esistenziale, un tema che Comberiati non fa mistero di conoscere sia per esperienza personale che per ricerca accademica (punto presso il quale le due strade spesso si intersecano).
Il protagonista, però, e qui viene il bello, non è un precario affine alle categorie sociologiche in voga, o ai sociologismi: Matteo Bertola lavora, infatti, come autore di epitaffi per conto di una multinazionale americana. Professione decisamente inverosimile, che può fare del Matteo Bertola necrologista una reincarnazione surreale del Giovanni telegrafista di Jannacci.
Piripiripi… Piripiripi…
Ritornello surreale, ai limiti del grottesco, che, un po’ come la vena psicotica del narratore di Capelli blu di Valerio Nardoni, come scrivevo qui, riesce a strappare il Bertola alla lunga, ripetitiva schiera di personaggi precari che – con l’eccezione di uno dei primi e più riusciti libri sul tema: Personaggi precari, appunto, di Vanni Santoni – hanno invaso la letteratura midcult italiana.
Se, dunque, nella costruzione del protagonista si mescolano l’ispirazione autobiografica e una certa vena surreale, cercando un reciproco equilibrio, poco può aggiungere la dichiarazione del prologo, con le sue “avvertenze, consigli, precauzioni” (dove la ridondanza, nel sottotitolo, segnala già un eccesso del quale l’autore è tramite consapevole), quando Comberiati cerca di definire una posizione estetica che valga tanto all’interno del romanzo quanto in relazione all’intero sistema letterario:

Il lettore interessato, dicevo, non cerchi nulla che non vi è davvero narrato: niente storie vere, nessuna cronaca che diventa romanzo, nessun tentativo di capire peculiarità e specificità della regione. Le vicende […] sono da prendere solo per quello che sono, in linea con il mestiere del Bertola, scrittore di epitaffi funebri: frammenti, schegge precarie che tentano, senza riuscirci, di dare un senso alla vita dopo la morte, per provare a convincerci che ogni piccola vicenda sia davvero il risultato di un disegno più grande e non il semplice frutto del caso.

Niente “storie vere”, di quelle che si appiccicano – anche qui, con ridondanza – a molti romanzi contemporanei come attestato di superiore interesse o qualità. Eppure, non c’è niente di più vero della storia che Bertola si appresta a dissotterrare a Petilia Policastro, cercando l’epitaffio adatto per i due personaggi venuti a mancare: Don Francesco Ciccio Truggo ‘O’ Puorco’ e Zi’ Antra.
Si tratta, innanzitutto, di una storia di emigrazione all’estero, dove le stragi sul lavoro di Monongah e Marcinelle stanno insieme, completandosi a vicenda – dato che potrebbe apparire artefatto e che invece coglie con esattezza la peculiarità spesso straordinaria delle rotte migratorie, tanto per gli emigrati italiani come per altri popoli, che sono spesso ricche di eventi tragici e tragicamente noti. Ad essa, e anche questo non dovrebbe risultare poi così inverosimile, si sovrappone la storia internazionale, con l’eccidio degli ebrei di Salonicco, e un evento della storia nazionale – questo sì, in buona parte rimosso dalla memoria collettiva – come la rivolta di Reggio del 1970.
Comberiati riesce a dar conto di tutti questi fatti con precisione scientifica, ma anche con leggerezza, costruendo, a pennellate, un grande affresco storico, nei quali i personaggi non perdono peso, ma acquistano un’accattivante regolarità di fisionomia.
Ed è così che, verso la fine del romanzo, la Calabria non emerge più come “un crogiolo di anime che si sfarina”, come nella citazione dalla Vita obliqua di Enzo Siciliano posta in esergo all’intero libro, bensì come posto che consente anch’esso vie di fuga.
Posto che ci sia qualcuno, come nel romanzo, a raccontarla e anche qualcun altro, come Bertola, o, saltando fuori dalla pagina, i lettori di Comberiati, che sia disposto ad ascoltarla, imparando, in una parola, a non guardarsi sempre l’ombelico.

Lorenzo Mari


In copertina: Daniele Comberiati (2013).

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