“Voi non siete qui”, il romanzo di Guglielmo Pispisa

Ad agosto Carteggi Letterari si prende una pausa e sospende la programmazione ordinaria. Riproporremo post apparsi nel primo anno di attività. Recensione di Marco Olivieri al romanzo “Voi non siete qui” di Guglielmo Pispisa (pubblicato il 24 settembre 2014).


 


“Voi non siete qui”: un romanzo esistenziale, con un io narrante sgradevole eppure appassionante. Ma anche un romanzo politico, generazionale (per chi è nato negli anni Settanta), borghese e antiborghese, su una città di provincia come Messina e su una nazione provinciale e chiusa come l’Italia. Ironia e sarcasmo, gioco narrativo e sottile presa in giro finale, voluttà dostoveskijana nello scandagliare un’anima mediocre ma che vorrebbe ambire al sublime, uno stile diretto e senza fronzoli, con una scrittura coinvolgente e che conosce bene gli strumenti tecnici narrativi contemporanei. Strumenti narrativi (come i thriller e le suggestioni alla Brett Easton Ellis) rimescolati con un’impronta personale e sempre prendendosi beffa dei luoghi comuni, pur confrontandosi con essi. Una scrittura autentica, dolente, diretta a svelare l’illogicità del vivere e l’essenza effimera degli esseri umani, è quella che anima lo scrittore messinese Guglielmo Pispisa, classe 1971, nel suo quinto romanzo, dal titolo evocativo “Voi non siete qui”, appena pubblicato per la casa editrice “il Saggiatore”. Già tra i fondatori dell’ensemble narrativo Kai Zen, autore della Strategia dell’ariete (Mondadori, 2007), Pispisa ha pubblicato a proprio nome “Città perfetta” (Einaudi, 2005), “La terza metà” (Marsilio, 2008) e Il Cristo ricaricabile (Meridiano Zero, 2012).
La citazione, come esergo, del Dostoevskij di “Memorie dal sottosuolo” è più che emblematica: “Voi ridete? Mi fa tanto piacere, proprio tanto. I miei scherzi, signori, sono ovviamente di cattivo gusto, irregolari, sconnessi, pieni di sfiducia in se stessi. Ma ciò dipende appunto dal fatto che io stesso non ho alcun rispetto di me. E forse che una persona consapevole può avere un benché minimo rispetto di sé?”. Da qui parte il racconto – il sogno, il delirio, l’impietosa descrizione introspettiva di un mondo e di un io, senza confini netti tra realtà e irrealtà – dell’avvocato messinese Walter Chiari, costretto sempre a precisare di non essere nemmeno parente del celebre attore. Uno che non ha fatto mai una scelta vera e che si è sempre lasciato vivere, seguendo l’onda degli eventi personali e collettivi. “Non ho il coraggio di essere l’uomo che vorrei, ma mi manca l’umiltà di accettare l’uomo che sono. Questo è il problema della mia esistenza, il motivo primo della mia insoddisfazione. Non sono adatto. Quello che è successo, che mi è successo oggi, può significare rinascita o distruzione. Conoscendomi, propendo per la seconda eventualità. Potrei scaricare la responsabilità sulla mia generazione, mettermi in coda alle migliaia di coetanei che fanno lastime, tutti a dare la colpa al momento storico, alla società, alla crisi. Mai nessuno che faccia un passo avanti, che dica sono stato io, c’ero anch’io”, ci spiega l’improbabile Walter Chiari, inadatto a vivere e compulsivo consumatore di ansiolitici, nell’incipit del romanzo. E ancora: “I ragazzini romantici dell’Ottocento leggevano I dolori del giovane Werther e si tiravano un colpo in testa per amore, a noi era toccato Wall Street e volevamo scopare Daryl Hannah in un loft di Manhattan dopo aver trascorso la giornata a fare milioni con l’insider trading alle spalle della classe operaia. Non c’era molta differenza, a parte il fatto che cinismo e disincanto erano diventati valori. Ci ricasco; proietto sui tempi la mia carenza di virtù morali”.
Procede abilmente su questo filo sottile, tra denuncia indiretta di una società senza etica e sguardo privo di edulcorazioni su se stesso e sul proprio agire amorale, il viaggio interiore di un antieroe che guida un romanzo da leggere tutto d’un fiato. Un romanzo denso di momenti comici, paradossali, erotici e grotteschi, ma anche drammaticamente ricchi di intuizioni e osservazioni profonde sulla natura irreale del vivere e sull’assurdo modus vivendi dei piccolo borghesi e dell’alta borghesia, classi accomunate da una spinta tanto materialistica quanto inconsistente.
“Voi non siete qui”, sin dall’inquietante titolo, quasi un grido esistenziale tragico e disperato nonostante i toni dissacranti dell’io narrante, coglie lo spirito del tempo, l’incertezza e il doloroso frantumarsi di ogni sguardo dal respiro lungo. La solidità, materiale e psicologica, è sempre più un miraggio, in una cultura occidentale da basso impero, e i tanti, deboli “io” dell’epoca di Facebook non formano un “noi” autorevole, mentre l’ironia (anche se non ci salva) rimane l’unico baluardo a sostegno dell’intelligenza e della consapevolezza contro l’illusione di dipingersi meglio di come si è. Da Internet alla moda dei tatuaggi, lo scrittore gioca con i totem e le religioni del nostro tempo per evidenziarne la vacuità. Tanti gli elementi interessanti disseminati nella storia: la massoneria (con riferimenti all’iniziazione del protagonista di Un borghese piccolo piccolo), l’alta finanza corrotta e spregiudicata, la giungla degli avvocati e della legge, il viaggio in Russia per affari top secret, l’eclisse di ogni sentimento collettivo di resistenza collettiva (ma si cita il movimento No Muos e i rischi che venga manipolato dai cosiddetti poteri forti), la crisi della coppia e gli slanci erotici di questo assurdo Walter Chiari, genitore incerto e quarantenne un po’ adolescente, in cerca di un padre che non c’è più. L’autore muove queste pedine come frammenti di un paesaggio antropologico e sociale – immersi in uno scenario in bilico fra thriller e indagine interiore, al pari dei vari personaggi – subìto dal protagonista, senza che un soffio di vera indignazione sembri guidarlo verso un’altra vita. O, forse, chissà, tra delirio e realtà, dal sottosuolo si può pure riemergere e c’è ancora qualcosa da salvare.
Interessante l’ambientazione messinese, spenta città di provincia ma pure specchio di una realtà inospitale e arida, in una dimensione universale: “Questa città ti ha rovinato. È quello che pensano tutti, qui, eppure è strano, perché questo posto in realtà non c’è. Messina non esiste. Irriconoscibile ai suoi stessi abitanti, perché priva di connotazioni vitali. (…) Messina è dunque un luogo senza memoria, come chi lo vive. Siamo qui ma non guardiamo qui. Siamo qui, ma non siamo qui. Da ragazzo con gli amici consideravamo la città una stazione di transito dove si attende prima di andare da un’altra parte; (…). Messina è il ponte. Che non c’è. L’opera faraonica che non serve, tanto più imponente quanto assente. Il collegamento da un posto che non è Messina a un altro appena fuori Messina. Il monumento alla fanfaronaggine, alla cialtroneria, all’essere buddaci, come diciamo qui, sbruffoni. Sulle mappe dei radi pannelli per turisti buttati a casaccio in centro, accanto al circoletto rosso che indica la posizione, la scritta dovrebbe essere Voi non siete qui. Noi non siamo qui. E anche se ci siamo, la testa è altrove”.
Questa descrizione dimostra che, nel romanzo di Pispisa, la realtà c’è, eccome, ma incastonata in 203 pagine che scorrono veloci e intense, raccontando un quadro complesso. Un enigma paradossale – tra i misteri dell’esistenza, la mancata crescita di una generazione e di un uomo, gli istinti e le sensazioni di un corpo colpito da un trauma forse irreparabile – intrecciato con il nostro tempo inquieto e disperato.

Marco Olivieri

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