Fetale – Giusi Buttitta

Giusi Buttitta è una giovane autrice di Bagheria, impegnata nella scrittura di testi e adattamenti di soggetti e sceneggiature per il cinema. Nel 2012 è stata covincitrice del Concorso Internazionale dedicato alle Sceneggiature per Lungometraggio Endas International Screenwriter Expo, nella categoria Drama/Thriller/Horror, con la sceneggiatura La formula di Dio.
Da diversi anni tiene una rubrica (che lei preferisce definire “osservatorio”) su alcune testate locali (cartacee e online).
Milleparolecirca – Sull’assenza è la sua prima raccolta di racconti per i tipi di Navarra Editore, da cui abbiamo espunto il racconto che segue.
La scrittura della Buttitta è essenziale, schietta, cruda in modo disarmante nel rivelare le vite e i retropensieri dei personaggi che racconta, eppure – come si evince già dall’uso dell’esergo posto all’inizio di ogni racconto della raccolta, la crudezza del narrato e del lessico che mette in atto serba, di contro, in sé i germi di una fascinazione evocativa, poetica, che ne tradisce – talvolta ingenuamente – la partecipazione emotiva.

Il tema dell’assenza è il filo conduttore di tutti i racconti e di volta in volta determinerà i destini di personaggi che, sia pure tra loro profondamente diversi, si ritrovano accomunati sotto il denominatore della sconfitta sociale, dell’incapacità di ribellione e ricostruzione di sé. I suoi protagonisti sembrano rifiutare il ruolo di “attore” della propria vicenda di vita, quasi subendola; si tratta di un repertorio di vittime che nell’annientamento di sé capovolgono il loro status, con l’unica azione che appare loro possibile: trasformarsi in carnefici di se stessi, talvolta con un malcelato compiacimento. Eppure l’autrice non si crogiola nella commiserazione dei personaggi, non li giustifica, non li accusa: li racconta, semplicemente li racconta nella loro tragica nudità, sì da condurre il lettore, alla fine dell’intera lettura, a meditare sulle diverse storie e vicende con un atteggiamento partecipato e maieutico allo stesso tempo, che nella pietas della domanda e del dubbio dinanzi alla fragilità dell’umano, si volge a chiedersi cosa sia veramente l’assenza, e di chi, o di cosa che non sia già ineluttabilmente vuoto dentro ognuno di noi.

La formula del racconto calza perfettamente alla Buttitta e al suo ibrido scrittorio capace di concentrare in un migliaio di parole le meraviglie e gli orrori di una vita intera.

nc

***

Fetale

Ho compresso l’eco del mio divenire.
Ho compreso l’onda del mio pensiero.
Rendimi liquida, è nelle tue corde.

Non si rubano le caramelle ai bambini, anche se sei una suora cattiva. Non si costringono ad urinare tenendo aperta la porta del bagno, nemmeno se sei una mamma apprensiva.
Assecondavo la strada e mi godevo il morbido che solo certe curve ti sanno regalare, quella simbiosi perfetta tra andatura e strada e il silenzio che diventa sempre più si- lenzio, mentre la campagna diventa sempre più campagna. La pioggia non era lì per caso, io c’ero perché c’era la pioggia, senza, avrei rimandato, avrei atteso la giornata perfetta.
La strada continuava ad essere asfaltata, e il mio distacco era sereno. Procedevo regolare, ignorando il cambio e la sua funzione. Paesaggi di urbanizzazione selvaggia smisero di perseguitarmi progressivamente e ciò mi diede un sollievo che avevo già messo in conto.
Sapevo che non appena quella serie crudele di orribili case abusive avesse assunto un significativo carattere di discontinuità, io avrei avuto un’idea un po’ più diluita del- l’orrore.

4 aprile 1988

La mia amica Maria mi racconta che suo zio le vuole bene, le regala leccalecca e la tiene sempre in braccio.
Ora le ha regalato anche una bambola che fa pipì, ma solo se prima le mette l’acqua in un piccolo serbatoio. Maria sostiene che suo zio, se sarà promossa in quarta elementare, le regalerà una Barbie. Maria dice che suo zio è bravo, solo che alle volte quando la tiene in braccio sente puntare contro di sé qualcosa come un dito, ma più grosso, un dito che suo zio tiene dentro ai pantaloni. Alle volte, gli occhi di suo zio diventano lucidi, quasi volesse piangere, quando lo zio fa così Maria ha paura perché pensa sia colpa sua, lo zio diventa rosso le afferra un braccio e la stringe un po’ più forte, poi intorno al dito grosso nascosto dentro i pantaloni appare una chiazza, lo zio le dà mille lire, la fa scendere dalle sue gambe e le ordina di andare a giocare. Maria pensa che suo zio è come la sua bambola quando fa pipì.
Le case erano quasi del tutto scomparse, un albero alto e spoglio mi ricordò le impiccagioni secondo il manuale dei film western.
L’impiccagione, in un casuale gioco di rimandi, mi consegnò l’istantanea della mia amica Maria suicida a quattordici anni senza che nessuno abbia mai saputo il perché. Ricordo che lo zio volle a tutti i costi pagare le spese del funerale. La famiglia gliene fu riconoscente. Da allora, Maria fu solo una foto su una lapide. Lo zio conservò gelosamente la bambola che faceva pipì.
La strada non era più asfaltata, pietre di modesta dimensione e schizzi di fango s’infransero contro le fiancate laterali dell’auto, le pietre rimbalzarono, gli schizzi di fango si depositarono a futura memoria.
Persi la fluidità del gesto di fronte alla strada che all’improvviso si presentò in salita, scalai una marcia, variai l’inclinazione del piede che si occupava dell’acceleratore e salii con un decisionismo che non mi era proprio. Prevenivo possibili accenni di slittamento delle ruote giocando opportunamente sull’acceleratore, abbozzi di gimkana alla ricerca di tratti meno fangosi e molli. Non ci volle molto per raggiungere la vetta del promontorio che con enfasi potevi anche definire “collinetta”.

La strada assunse un profilo pianeggiante, da lì a poco, una volta percorso un breve tratto costeggiato da alberi, mi si presentò davanti uno spiazzo di terra incolta e in- sana, morbida di pioggia e di veleni. Spensi il motore e lasciai che le spalle aderissero completamente al sedile, respirai un po’ e non mi stupì il lento appannarsi dei vetri. L’abitacolo, quando vuole, sa essere un ventre materno. Fluttuavo nel suo liquido senza l’aiuto di stupefacenti. Gli uccelli neri sugli alberi, di vedetta, regalavano coreografia a basso costo. Scesi dall’auto, il tacco affondò ed un sorriso affiorò, la pioggia lava, alzai lo sguardo e la fissai. Era violenta, mi penetrò negli occhi, ma l’accolsi perché l’aspettavo. Qualche istante, giusto per capire che c’ero, poi tirai fuori dal portabagagli al borsone nero telato e mi avviai. Scelsi un punto che sembrasse il centro di qualcosa, sfruttai un leggero avvallamento naturale, mi ricordò una nicchia, una culla, una tana, un ventre, poggiai il borsone a terra e cominciai a spogliarmi.
Riposi, con la tipica cura che si addice alle celebrazioni, i vestiti dentro il borsone. Le scarpe, in particolare, le riposi all’interno della tasca laterale. L’ultimo capo che misi dentro furono le mie mutandine con i cuoricini, mi chiesi se quei cuoricini si addicessero ad una donna di trent’anni come me. Conclusi che i cuoricini e le mutan- dine erano portatrici di una discreta dose di malizia.

Potevano condurre molti uomini alla masturbazione. Ero nuda, completamente nuda. Mi inginocchiai e poi mi distesi, adattandomi progressivamente all’avvallamento. Mi rannicchiai, imitando posture fetali. Poggiai la guancia sulla terra che trasudava acqua, ottusi rivoli di fango raggiunsero le mie labbra socchiuse, un po’ le serravo, un po’ lasciavo entrare il liquido per assaporarne il gusto. In bocca filtravo l’acqua deglutendola, la terra invece la conservavo tra la lingua ed il palato. Volevo mescolarmi, volevo impastarmi. La pioggia continuò, la mia solidità non fece un passo indietro, nemmeno un accenno di solubilità. Ormai, ogni intimità del mio corpo, ogni suo banale anfratto o piega era invasa dal fango. Sentivo d’esser terra, fitte di commossa felicità mi avvamparono. Serviva un agente che mi decomponesse rapidamente, mi venne in mente la mia professoressa di scienze e le sue lezioni. At- torno a me, disposti a cerchio, sei increduli cani randagi soppesavano i miei fianchi scarni. Il capobranco sembrò aver pianificato la spartizione.
Mi venne in mente Meg Ryan in Harry ti presento Sally. Sorrisi e i cani mi sfiorarono, annusandomi.

2 pensieri su “Fetale – Giusi Buttitta

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *