CONSONANZE E DISSONANZE / Chi lo sa dopotutto? Aleksandr Blok, Paul Celan, “I dodici” (L’Arcolaio, 2018, trad. Dario Borso)

Tra i libri passati in sordina negli ultimi mesi, spiccano certamente – per rilevanza editoriale, interesse culturale e potenza della parola poetica – I dodici, scritto in russo da Aleksandr Blok, ri-scritto da Paul Celan in tedesco e infine ri-ri-scritto (oppure “tradotto”, se si vuole) in italiano da Dario Borso. Il silenzio che si trova a scontare oggi I dodici sembra dovuto, almeno in parte, alla tempistica: la pubblicazione è avvenuta pochi mesi dopo la chiusura del centenario della rivoluzione del 1917, debordando, dunque, rispetto alla logica memorialistica, in sé di brevissima durata, cui ci ha abituato la sfera social, nonché certo giornalismo culturale di rincalzo.

Eppure, l’opera meritoriamente riportata all’attenzione del pubblico italiano dalla casa editrice L’Arcolaio (dopo la pubblicazione dei soli Dodici di Blok per Marsilio e Einaudi) ha una portata temporale che va al di là del nostro (infinitamente piccino) momento storico. Portata che si può sicuramente dire canonica, se per “canonico” s’intende non solo un’acquisita classicità, ma anche la capacità di inserirsi nel canone illuminandone le interne linee di congiunzione e di frattura.

Linee che interessano, prima di tutto, il rapporto di Celan con la tradizione russa: nonostante Celan sia stato traduttore da almeno sette lingue, è precisamente entro i confini di questa tradizione poetica che egli si costruisce quella peculiare costellazione – Blok, Esenin, Mandel’štam – entro la quale può orbitare anche la sua stessa scrittura. Costellazione, peraltro, e non genealogia: quando Celan fa di Mandel’štam il proprio Meridiano – stando al titolo del suo discorso di accettazione del premio Büchner, nel 1960 – questo non comporta affatto un superamento delle sue letture-scritture precedenti, anzi, come commenta lo stesso Borso nell’introduzione al libro: “l’astro di Blok ne risultò oscurato […] eppure in un altro senso, precisamente riguardo al tema della speranza utopica con annesse amare vicissitudini, l’astro continuò a brillare tra le righe” (p. 24).

Si tratta di qualcosa di più di una semplice persistenza. I dodici di Blok, pubblicato per la prima volta nel 1918, rappresenta il livello più alto di quello che per Celan sembra essere stato, innanzitutto, un possibile punto di scaturigine del pensiero poetante e non, come nel caso di Mandel’štam, il segno di un preciso, per quanto complesso, affratellamento poetico.

E ciò che ne scaturisce, nei primi Dodici, quelli di Blok, è l’impeto rivoluzionario, dal quale il poeta si lascia completamente sopraffare, giungendo, poco tempo dopo la pubblicazione del poema, a fare un elogio pubblico del “bolscevico romano” Catilina. Da questo impulso nasce una visione che non è più legata soltanto all’eredità estetica simbolista, acquisendo, piuttosto, il ritmo e la complessità del montaggio ejzensteiniano, come giustamente ricorda anche la quarta di copertina dell’edizione Arcolaio.

Accade, però, che al termine di questa visione compaia una figura che non poteva non essere di grande scandalo nelle letture dell’establishment dell’epoca, ovvero Gesù Cristo. Che questo porti o meno a una grave contraddizione politica (come decreta la sorella di Trockij, commissaria del dipartimento teatrale, all’epoca, e primo censore della lettura pubblica del poema) o che sia forse interpretabile come l’innesto di una particolare declinazione del sacro, o di un certo titanismo tragico, l’immagine di Cristo, in ogni caso, anticipa un chiaro dato biografico e storico: per Blok il fuoco rivoluzionario andrà esaurendosi rapidamente, risorgendo poi in un’altra forma. Come lo stesso autore ebbe a scrivere in un appunto del 1920, puntualmente ricordato nell’introduzione, I dodici è stato scritto nel pieno dello sconvolgimento di tutti i mari della vita portato dalla rivoluzione, ma quello sconvolgimento, per Blok, trascende la stessa politica, secondo una modalità che, con il passare del tempo, rende possibile una visione retroattiva di marca diversa: “[…] nel poema rimase una goccia di politica. Vedremo cosa ne farà il tempo. Forse ogni politica è così sporca che una goccia intorbiderà e guasterà tutto il resto; forse non distruggerà il significato del poema; forse – chi lo sa dopotutto? – varrà da fermento, grazie al quale I dodici tornerà a essere letto in un tempo diverso dal nostro” (p 14).

Celan raccoglie la stessa intensità, senza per questo lasciarsi impigliare dalle oscillazioni ideologico-politiche che segnano gli ultimi anni della vita di Blok. Nello scritto introduttivo alle sue versioni, anzi, Celan sottolinea come I dodici sia un inno alla rivoluzione così ambiguo da poterne egualmente rappresentare una satira. Un’energia e un’ambivalenza che devono aver mosso la mano dello stesso Celan, se, nello stendere i suoi Dodici, questi non è arrivato a condensare la parola di Blok nella consueta petrosità celaniana, disponendosi, invece, a un lavoro di impasto linguistico che imprime nuove svolte a quegli schemi metrico-ritmici e a quelle citazioni integrali che, come riporta con dovizia di dettagli l’appendice alla traduzione (alla curatela del libro hanno contribuito anche Anna Maria Curci, Nadia Cigognini e Valentina Parisi), Blok trae non di rado dalla poesia popolare russa.

Dario Borso sembra seguire questa stessa strada, appoggiandosi di più alla versione celaniana che non a quella di Blok – d’altronde, Borso è noto traduttore dell’opera di Celan per Einaudi (e anche per altre case editrici, come nel caso degli importanti Microliti, usciti per Zandonai nel 2010) – ma senza tralasciare di dare conto, non solo nell’appendice ma anche in certe scelte traduttive, del testo di Blok. Anche a costo di scelte lessicali non comuni e talvolta vagamente dissonanti, pur se armoniose dal punto di vista metrico-ritmico, a Dario Borso è riuscito a fornire una nuova voce ai nostri Dodici.

E forse – chi lo sa dopotutto? – questo varrà da fermento, grazie al quale I dodici tornerà a essere letto in un tempo diverso dal nostro.

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