Tiepida “Carmen” al Vittorio Emanuele : plauso all’ipnotica Anna Maria Chiuri

di Marta Cutugno 

Messina. In scena al Teatro Vittorio Emanuele, la prima di “Carmen” del francese Bizet, l’opera in quattro atti, su libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy, ispirato all’omonima novella di Prosper Mérimée che segnò un punto di compimento ed alta maturazione nell’evoluzione stilistica e nella costruzione drammaturgica e musicale del compositore. Le repliche saranno domenica 11 e martedì 13 febbraio – Allestimento Fondazione Teatro Coccia di Novara, Produzione Ente Autonomo Regionale Teatro di Messina. 

Carmen” – storia della bella e sensuale zingara che consuma un dramma di libertà e morte, anticamera e radice della cruda realtà che riconosceremo nel verismo italiano – debuttò il 3 marzo 1875 all’Opéra-Comique di Parigi e passò alla storia per l’epico fiasco, causa di una profonda delusione dalla quale Bizet non si riprenderà mai. Al centro delle polemiche del tempo, i contenuti poco morali e la morte della protagonista, dissonante rispetto ai soliti standard dall’opéra-comique. Il riscatto di Carmen e di Bizet arrivò dopo poco e sino ad oggi l’opera è tra i titoli maggiormente proposti nei cartelloni delle stagioni liriche di tutto il mondo.

La tiepida Carmen messinese del Vittorio Emanuele, non sconvolge e non entusiasma.
Le scenografie di Luca Gobbi non possono dirsi propriamente articolate e prevedono un impianto di due scalinate stabili, dal principio alla fine dell’opera, ed alcuni altri inserti che rendono più ricco soprattutto il primo atto, con un grande arco murale di ingresso, balaustre ed il cancello in ferro della manifattura tabacchi. La taverna di Lillas Pastia richiama grandi lanterne che scendono giù dal soffitto, due tavoli e poche sedie fatti fuori nella parte terza, di ambientazione rocciosa e notturna – scale stazionarie – affidata ad uno sfondo luminoso blu e all’immagine della luna piena. Lo sfondo colorerà di rosso sangue l’orizzonte oltre la Plaza de Toros quando Carmen cadrà riversa a terra, colpita a morte da Josè. Nell’insieme scenico, la regia di Renato Bonajuto è sufficientemente organizzata ma non brilla in originalità e non prevede particolari guizzi: più attenzionato è il movimento dei solisti, meno la gestione delle masse che non raggiungono buona amalgama con il corpo di ballo, Coral Art Flamenco – coreografie di Deborah Brancato. Il gioco di luci di Fiammetta Baldiserri risulta abbastanza pertinente e si adegua al contesto.

ph. Elisabetta Saija

Anna Maria Chiuri è una Carmen ipnotica, maliziosa e nostalgica, che, da eroina consapevole, modula ottimamente nel canto carica erotica e affermazione di se (nel ruolo di Carmen, domenica 11 e martedì 13 febbraio, Paoletta Marrocu). Azer Zada carbura in “corso d’opera”: nella prima parte, lo slancio del suo Don Josè è contenuto, la vocalità timorosa ma Zada da il meglio dal terzo atto verso il finale che lo vede maggiormente coinvolto e sicuro nel lasciare giungere al pubblico l’incomunicabilità, il rifiuto, il dolore della sua violenta reazione. Micaela, detentrice del linguaggio bizetiano della sentimentalità, è Chiara Mogini, voce fresca dal carattere sensibile, in maturazione. (La Micaela di martedì 13 febbraio sarà Alexandra Zabala). Non sempre reggono i volumi e le intenzioni di Lisandro Guinis che interpreta un toreador Escamillo sicuramente spavaldo ma non esente da attimi di forzature. Completano il cast Paolo Maria Orecchia (Dancaire), Didier Pieri (Remendado), Gianluca Lentini (Zuniga), Lorenzo Grante (Morales), Leonora Tess (Frasquita), Irene Molinari (Mercedes – nella recita dell’11, Sara Palana). Tra questi un plauso va alla freschezza ed al chiaro talento di Leonora Tess nel ruolo di Frasquita che si impone per vocalità ampia e ottima presenza scenica.
Sul podio il M° Carlo Palleschi, grande e finissimo concertatore, le cui più che palesi intenzioni, il cui raffinato e dinamico gusto nel voler raccontare il divario eterno tra la leggerezza e la tragicità di Carmen, si sono incontrati/scontrati con l’Orchestra del Teatro Vittorio Emanuele nella dimensione del tentato miracolo: dato oggettivo è che non si possa pretendere qualità da una compagine preparatasi con esiguo numero di prove e sezioni sonore per le quali ci sarebbe da valutare necessari rimpasti. Buona la performance del Coro Lirico “Francesco Cilea” diretto da Bruno Tirotta, che mantiene precisione e bene si difende nonostante risulti sottodimensionato. Ottimo, sicuro e tenerissimo il Coro di Voci Bianche “Bianco Suono diretto da Agnese Carrubba. A fine recita, il pubblico che si auspica si abitui presto ad essere plaudente nel rispetto dei tempi operistici, ha salutato degnamente e con calore gli artisti.

In immagine di copertina, particolare : Grapich design e promozione Tina Berenato 

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