Carteggi Inediti : tre poesie di Antonio Vittorio Guarino

Per Carteggi Inediti, oggi proponiamo tre poesie di Antonio Vittorio Guarino, (selezione a cura di Marta Cutugno).

Antonio Vittorio Guarino (Napoli, 1985) vive ad Avellino. Laureato in Filosofia e comunicazione presso l’Università degli studi di Napoli “l’Orientale”. Ha pubblicato: La Vita Beota (Ed. Il Foglio Letterario, 2009), La caduta dalla giovinezza (Onirica edizioni, 2011) e La costellazione dell’assenza (Fara 2016), opera vincitrice del VI concorso nazionale Faraexcelsior. Alcune sue poesie sono presenti su antologie, riviste e siti web.

*

Ad Anita
I pomi amari del sorbo arrossiscono tra i rami,
ed è il segno che presto indosseremo maglioni
al mattino e a sera guarderemo dalla finestra
la nera forma delle case e le luci accese di
stanze dove la vita prosegue nel segreto
di gesti goffi e familiari, di labiali non letti
per discrezione e di atroci tenerezze e pensieri
che il bambino sopporterà con la fronte alla mano e l’inquieto
desiderio di venirne a capo, venire a capo di ogni cosa.
E mentre considero tutto questo, tu ti avvicini
con un astro settembrino fra i capelli,
e mi dici che il viola è un colore paziente, che in esso
il rosso si acquieta ed il blu si accende,
e che non sai se il tempo passi o se il tempo ritorni;
che presto ogni mattino indosseremo maglioni
e che a sera dalla finestra vedremo le luci accese
delle case nere e le coppie mute gesticolare
e il bambino, fronte nel palmo, pensare chissà cosa…
Il fiore cade e tu ti allontani, e mentre mi lasci le mani
sorridendo chiedi: “Ma domani?… Come sarà
domani?”.

*

Tra le righe
Rimane nel testo
lo spazio bianco,
angusta sinapsi
inespressa, deus
absconditus
dell’incertezza.

Su quel vuoto
come su di un lago
piego il capo
e rifletto. Flesso
verso il bianco
il volto si specchia;
nell’inverso spettro
della realtà
la verità si inabissa,
come un gorgo
risucchia il con-testo:
tutto il mondo è implicito,
non detto,
non accaduto.

 

*

Passeggiata
Le nuvole a pugno sul duomo, le case in quiete come nelle favole,
i tetti dalle tegole marroni dove camminano a filo i piccioni e la banderuola
gira nel senso che il vento le ispira. Sotto si confortano i gatti
con qualche piatto di pane e latte. Un altro cammina, cammino,
su rotti massi di nera pietra il piede sinistro si affatica, ma il destro tiene –
l’equilibrio nel petto è dato dal non esserci col peso di quel che è. Sono
uscito di casa, ma qui si dice sceso, portandomi dietro un libro
non sapendo se leggerlo oppure tenerlo in borsa a ricordarmi che
le parole son salve comunque, anche se pigra è la bocca e restia
nel dirle – non importa, se ne ho una scorta per il mio silenzio
che qualcuno ha provvisto per me traendole dal suo. Io sono sceso,
dicevo, ma non ho trovato panchine, solo il quadro metafisico
di una piazza dove sparuti uomini siedono o ritti ricevono una luce
opaca, un’acqua immobile e grida di bambini dalle culle ai volti –
solo di profilo la figura di sedie bianche diventa nera, e il barista
toglie tovaglioli prima che il vento li alzi a mezz’aria per lo stupore
di ragazzine che sorridono ritirando le mani in braccia enormi
di felpe forse più grandi dei loro anni. Lungo i bordi di strade dissestate
ritorno ai luoghi che per me erano estate anche d’autunno, d’inverno.
Mi chiedo se è solitudine il vento su questo paesaggio o soltanto
qualcosa che le somiglia, se dare un nome agli angoli, ai cespugli,
alle pietre e fermarsi un attimo a contemplarli persino dove più
non ci sono sia nostalgia o semplicemente il memento mori
che gli assenti mi sussurrano, sussurro loro, dal non esserci,
esserci stati, qui, dove sono ed ero io con loro e qualcuno con me.
Sotto gli aghi puntati dei pini – alla mia destra la casa del francese
con una teca che conserva malamente i vestiti del bambino – cavo
dalla borsa il libro, lo apro e leggo; quando tra una pagina e l’altra, in mezzo
alla scorta per il mio silenzio il muso di un cane annusa, sbuca. “Mosè!
Mosè!” grida la signora. Poi, con il sorriso, una battuta: “Mi scusi, è curioso…
vuol sapere cosa sta leggendo, sembra gli piacciano
le parole…”.

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