CONSONANZE E DISSONANZE / Andrés Catalán, “A volte l’esistenza si riduce allo stare dentro una stanza o fuori di essa” (traduzione di Lorenzo Mari)

 

A volte l’esistenza si riduce allo stare dentro una stanza o fuori di essa

 

A quanto pare ho comprato una finestra. Casa mia

è spaziosa, è bianca e grigia

e odora di cemento da poco armato. È

una casa dov’è sempre domenica,

nella quale scorrazzo

in un soggiorno privo di angoli,

senza nemmeno uno spigolo, e lo spiazzo

sarebbe per i fiori, qualche albero, c’è posto

perché giochino i bambini e l’urlo

isterico della vicina —Juan Luis,                                                                   

il prato!— si appenda alla chioma

della siepe, che lì s’impigli e non arrivi

fino a qui con maggior volume del mormorio

della brezza nell’erba.

 

Ma insisto:

a quanto pare l’unica cosa che ho comprato consisteva

in una finestra. E mento.

C’è di più.

La solitudine. Il lusso del silenzio. Dello spazio.

 

—Vi ho parlato della sala? Vi ho detto

che la parete si estende come la mappa

di un paese molto quieto e molto senza nessuno

pieno di stucco bianco e di speranza?—

 

L’unica malattia del nostro secolo

—ho letto da qualche parte— attiene alla carne,

per questo edifichiamo sempre in pietra.

E pietra è questa diga che i giorni assediano

dove il muschio non avvoltola bestiole nè il seggio

per future fronde, dove l’unica cosa

capace di sbriciolarsi forse è la finestra:

l’unica cosa che ho comprato; l’unico contorno

che un poco si scioglie dall’assenza di stupore,

con un vetro perfetto,

con un vetro blindato e le persiane

e il suo meccanismo infallibile contro i furti.

 

Fuori ci sono dei pennoni e c’è nessuno. Qui

ogni ora trascorre dentro una domenica, dentro una

domenica uguale fatta di pietra,

di scogliere di cemento dove mai

arriva a frangersi il mare del mattino,

dove nè un lieve vento dal sud nè aguzzo dal nord

pettinano —dato che non c’è— frangia dritta: drappo

che forse potrebbe mandare un segno al colle di fronte.

Qui non c’è luce, non c’è acqua. Per non

esserci non c’è neanche il prato.

non facciamo servizio, signore,

ha detto il vivaista al telefono—

e le strade si insinuano in cemento

dentro a un grigio triste e sporco in lontananza.

 

Io guardo. Vigilo appostato alla finestra,

senza muovermi. Alla finestra. Sono l’unico

ad aver deciso di trasferirsi nel quartiere.

Già lo sapete, di quelle —le conoscete, potete

vederle di passaggio,

coeurs légers!, –

dalle automobili—

con centinaia di case a schiera che si concentrano

in quella zona imprecisa che formano le periferie.

 

Io fui il primo.

Arrivarono tempi duri.

E fui l’ultimo.

 

E malgrado non esista una luce capace di sostenerci,

io guardo, mi appendo a questo vetro e all’unico

e lontano lampione —forse faro— che illumina in una strada

il nulla così moderno, così discreto, così

in stile inizio del ventunesimo secolo.

 

E quindi mi sono comprato una finestra

e qualcosa di più. Un labirinto intimo. Un labirinto

senza angoli, senza spigoli, di gran lusso,

un labirinto interiore con mille possibilità,

con tutti quei sì che si danno a chi abita

il vuoto: avendo la luce potrei

metter sul fuoco un caffé, avendo terra nel giardino

ararla e scavarla, avendo vicini di fronte

spiarli, portar loro una torta, innamorarmi

della donna di un altro, rubare le loro mele,

invidiare com’è ben tagliato il loro prato,

rompere i loro vetri o gridar loro, potrei

se passasse un’auto pensare chi ci sarà dentro,

se passasse un uccello – gabbiano? – verso quale campo,

se uscisse dal rubinetto un filo d’acqua

alluvionare i corridoi, naufragare senza annegare e,

anche se bagnarsi i piedi non voglia dire

la fine del mondo, pensare

che sono alghe a cingere la fronte

dei solitari.

Ma non passano auto,

nè ci sono vicini,

nè c’è terra nel giardino, nè c’è luce,

nè c’è acqua,

nè strade —non c’è asfalto—. Raschio

la corteccia di un albero impossibile. Vivo

nel mondo senza nomi

di un labirinto personale simile a un naufragio.

 

Resta soltanto d’aspettare l’acquazzone,

gettarsi in terrazzo e aprire fino a

spalancare finestra e cuore.

Che rispetti compimento

di pioggia il corallo dell’abbandono:

ornino le alghe

la mia fronte ed escano poi

galleggiando i corridoi e il mattino.

 

A veces la existencia se reduce a estar dentro de una habitación o fuera de ella

 

Resulta que he comprado una ventana. Mi casa

es espaciosa, es blanca y gris

y huele a hormigón recién armado. Es

una casa donde siempre es domingo,

donde campo a mis anchas

en un cuarto de estar desprovisto de esquinas,

sin un solo rincón y la parcela

daría para flores, algún árbol, tiene sitio

para que jueguen niños y que el grito

histérico de la vecina —¡Juan Luis,                                                                

el césped!— se prenda de la copa

del seto, que se enrede allí y no llegue

aquí con más volumen que el murmullo

de la brisa en la hierba.

 

Pero insisto:

la única cosa que compré resulto ser

una ventana. Y miento.

Hay algo más.

La soledad. El lujo del silencio. El del espacio.

 

—¿Os hablé del salón? ¿Os dije

que la pared se extiende como el mapa

de un país muy tranquilo y muy sin nadie

lleno de gotéele blanco y de esperanza?—

 

La única enfermedad de nuestro siglo

—leí en algún lugar— pertenece a la carne,

por eso edificamos siempre con la piedra.

Y piedra es este dique que acorralan los días

donde el musgo no ovilla sabandija ni asiento

para futuras frondas, donde lo único

capaz de desplomarse es tal vez la ventana:

lo único que compré; el único contorno

que se desciñe un poco de la falta de pasmo,

con un cristal perfecto,

con un cristal blindado y las persianas

y su mecanismo infalible contra robos.

 

Afuera hay mástiles y nadie. Aquí

cada hora transcurre en un domingo, en un

domingo igual hecho de piedra,

de arrecifes de hormigón en donde nunca

llega a romper el mar de la mañana,

donde ni un vago sur ni un afilado norte

peinan —pues no hay— cortina: grímpola

que acaso fuera signo hacia el cerro de enfrente.

No hay luz, no hay agua aquí. Por no

haber no hay ni césped

no damos servicio allí, señor,

dijo el hombre del vivero por teléfono—

y las calles se insinúan de cemento

en un gris triste y sucio en la distancia.

 

Yo miro. Vigilo apostado en la ventana,

sin moverme. En mi ventana. Soy el único

que decidió mudarse al vecindario.

Ya sabéis, de esos —los conocéis, podéis

verlos al pasar,

coeurs légers!,

desde los coches—

de cientos de casas adosadas que se agrupan

en esa zona inexacta que forman las afueras.

 

Yo fui el primero.

Llegó una mala época.

Y fui el último.

 

Y aunque no exista luz capaz de sostenernos,

yo miro, me prendo de este vidrio y de la única

y lejana farola —faro acaso— que alumbra en una calle

la nada tan moderna, tan discreta, tan

de estilo de principios del siglo veintiuno.

 

Así que me he comprado una ventana

y algo más. Un laberinto íntimo. Un laberinto

sin esquinas, rincones, muy lujoso,

un laberinto interior de mil posibilidades,

de todos esos síes que se dan al que habita

lo vacío: si tuviera luz podría

calentar un café, si tierra en el jardín

ararla y escarbarla, si vecinos enfrente

espiarles, llevarles un pastel, enamorarme

de la mujer de otro, robarle sus manzanas,

envidiarle lo bien cortado de su césped,

romperle los cristales o gritarles, podría

si pasara algún coche pensar quién irá dentro,

si pasara algún pájaro —¿gaviota?— hacia qué campo,

si saliera del grifo algún hilo de agua

inundar los pasillos, naufragar sin hundirme y,

aunque mojarse los pies no signifique

el fin del mundo, pensar

que son algas lo que ciñe la frente

de los solitarios.

Pero ni pasan coches,

ni hay vecinos,

ni hay tierra en el jardín, ni hay luz,

ni hay agua,

ni calles —no hay asfalto—. Raspo

la corteza de un árbol imposible. Vivo

en el mundo sin nombres

de un laberinto propio parecido a un naufragio.

 

Solo queda esperar al aguacero,

tirarse en el terrazo y abrir de par

en par ventana y corazón.

Que acate cumplimiento

de lluvia el coral del abandono:

engalanen las algas

mi frente y salgan luego

los pasillos a flote y la mañana.

 

Andrés Catalán

Nato a Salamanca nel 1983, è autore dei seguenti libri di poesia: Composiciones de lugar (UP José Hierro, Premio Félix Grande, 2010), Mantener la cadena de frío, insieme a Ben Clark (Pre-textos, Premio RNE, 2012), e Ahora solo bebo té (Pre-textos, Premio Emilio Prados, 2014). Nel 2015 ha beneficiato della borsa di studio Valle-Inclán della Real Academia de España, sede di Roma. Ha tradotto, dall’inglese allo spagnolo opere, tra gli altri, di Robert Frost, Louise Glück, Robert Hass, , Philip Levine, Robert Frost, Robert Lowell, Edna St. Vincent Millay, James Merrill e Robert Pinsky.
A veces la existencia se reduce a estar dentro de una habitación o fuera de ella è stata pubblicata per la prima volta nel 2014 dalla rivista Estación Poesia (qui il numero completo, in free download).

Immagine: Lucio Falcón, Avenida de Miraflores, Sevilla 1961

 

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