Cinzia Demi su “L’opera in rosso” di Massimo Morasso

di Cinzia Demi

Massimo Morasso-L'opera in rosso-copertina

Massimo Morasso, L’opera in rosso, Passigli, 2016

Come ho già avuto modo di dire in un precedente articolo intorno alla poetica di Massimo Morasso (http://www.altritaliani.net/spip.php?article2121) non posso che ribadire, anche per questo nuovo libro, il valore e il livello di questo autore, che restano entrambi tra i più elevati, attualmente, nel nostro Paese. Prova ne siano la ricchezza e la complessità ma, al contempo, la leggerezza e la comprensibilità che ci accolgono immediatamente, e ci accompagnano durante il percorso di lettura all’interno dei suoi versi.

L’opera in rosso ripercorre alcune delle tappe del cammino su cui si snoda la poetica di Morasso ampliandole, rivisitandole, rinnovandole quale segno di un necessario bisogno di continuità e di approfondimento del poeta che introduce, tuttavia, anche tematiche e riflessioni a latere, eppure tremendamente dentro, la quaestio che preme: il rapporto tra l’uomo e il suo destino, il suo compiersi, il crederci… Eppure l’ambientazione genovese, tanto cara al poeta – che in questo libro si avvicina ancora di più ai suoi confratelli quali Montale e Caproni, al secondo in specie anche per gli andantini tra le parentesi che, stilisticamente, lo ricordano –  sembra riportarci ad una dimensione tutt’altro che solo inconsciamente esponenziale, ma al contrario, profondamente metafisica, ovvero  legata a quell’esperienza delle cose che rende il ragionamento, e tanto più la poesia, vicino a quel vero indispensabile per il suo nutrimento e il suo compimento.  Ancora una volta, così come fu ne La caccia spirituale (Jaka Book, 2012) è dunque la città dell’anima – con il suo vivere quotidiano, lavorativo – con i suoi protagonisti più comuni e più insoliti, con i suoi venti e i suoi odori, a risplendere di luce sotto i riflettori dei versi, e a ricongiungersi, adesso molto più che in precedenza, alla città della giovinezza e del ricordo, degli affetti familiari, dei cari scomparsi e della loro assenza-presenza, fondamentale al poeta-uomo.

Qui, dove: Commercianti e cinesi / armeggiano con l’oro dei lucchetti mentre il sole / si pavoneggia in mezzo alle finestre si intravede dunque il fuoco del dimesso mondo di provincia che attende alla sua nuova giornata di lavoro, se pure in concorrenza con lo splendore della natura; qui dove Genova è una ratta che s’imbuca / con tutti i sensi a fare ressa dentro ai vicoli, visione palpabilissima di un’attitudine all’azione illusoria, qui dove Genova non ha potuto nulla contro /l’incedere dell’autunno, quale rinuncia quasi a lottare, qui, e solo qui, sembra comunque possibile intavolare un discorso con la propria anima; andare a colloquiare con i propri morti; affrontare il tempo passato con gli occhi dolenti della nostalgia, senza restarne sconfitti e soli – ma un poco soli si, forse, che sempre il poeta lo è -; ripensare alla vanità del tutto: Non crediamo più alle / grandi illusioni della giovinezza, / la loro buona, chimerica insistenza. Qui, e ancora qui, è in gioco la realizzazione, il compiersi del proprio destino, già segnato sin dall’infanzia: Cos’ero, allora? / Perché / iniziò quest’ansia di / scavare / in me, ma in quale / direzione? / Scendendo verso il centro / di Genova e del bimbo che vi si inoltrava / insieme alla sua mamma, per acquisti: / un occhio pieno di domande / semi-rivelazioni / interrogazioni / sviate nel bersaglio in parte / e in parte no. E ancora, altrove: Giardino, casa. / Dove il fanciullo destinato-a-scrivere / sa che l’attesa è misura dei morenti, / e i vivi… Un destino dunque previsto, intravisto nelle attitudini alla scrittura sin da bambino, così come è stato per molti dei nostri poeti tra i quali Bertolucci, ad esempio, che dice: “sono nato in una casa di campagna, circondato da quella bella natura ordinata, ben coltivata eppure piena di mistero per gli occhi di un bambino che era destinato a scrivere poesie”.

E questo destino, questa predestinazione diventa fondamentale per capire come si sviluppa in seguito, non solo la modalità di scrittura di Morasso ma anche, e soprattutto, la modalità di vedere le cose: mai da un unico e restrittivo punto di vista. In un capitolo del bellissimo libro di saggistica Il mondo senza Benjamin (Moretti&Vitali, 2014), l’autore – ripercorrendo una scena del film Dancer in the Dark di Lars von Trier – offre un’analisi delle varie percezioni di una situazione osservate attraverso una finestra, o meglio attraverso: «un’idea di finestra scevra dal suo uso, utile a identificare il luogo e il momento della fine, citando Rilke con Morasso si potrebbe dire che la finestra è quella “geometria dell’umano” che “senza sforzo” contiene la “vita enorme”. Ma, tutto dipende dallo sguardo. E i nove modi individuati dall’autore per guardare, altro non sono che i modi in cui una voce può dare espressione a una pluralità di sguardi, che possono essere letti come manifestazione di una sola e unica visione.» (dall’articolo sul sito www.altritaliani.net, sopra citato).

Ne L’opera in rosso questo avviene in vari testi ed è esplicitato nella poesia (che per prima ricorda il passo del libro dedicato a Benjamin) Ci sono nove modi di guardare una finestra, / o addirittura dieci se a guardarla sono i morti / con il loro sovrasguardo immateriale /che vede tutto il mondo in forma d’anima. […]. Ed è certo questo lo spunto per parlare della vita e della morte, della sopravvivenza dell’anima che passa anche attraverso il ricordo e la contaminazione dei due mondi che s’incrociano tra falene imbottigliate, scrigni che raccolgono sensi, l’eternità del mare… che s’incociano nella similitudine tra il cimitero di conchiglie dove è Difficile dire passato, / meglio pensiero del crepuscolo, ricordo, / il quid che unisce rocce a scheletri, e li allea. […] dove ogni cosa batte un colpo in mezzo al cuore / scoperchiandoci… e Il Cimitero di Staglieno che segna in modo indelebile il poeta: (L’immagine del cuore / che si sdoppi: / spacchi le celle / e azzeri ogni distinguo, / l’estro animale / dell’occhio rasoterra, / inessenziale…) che si porta con se i suoi morti, fin nell’antro della notte, nel cuore dei sogni, fino a sentirsi reciprocamente parte di loro, parte di lui: Mi risvegliano. Non mi lasciano in pace, / continuano a raggiungermi / senza più canto o voce / dall’al di là della terra. I miei morti. / La schiera dei miei morti.

E, se non c’è autore che non porti dentro di sé il piombo del proprio tempo vissuto e del proprio essere, non c’è dottrina che non abbia i suoi dottori, non c’è poeta che non tradisca – a modo suo – i suoi maestri, i suoi numi o le sue muse: Kierkegaard che pensava che ogni uomo / ha in sé un’inquietudine; Caterina Fieschi Adorno, Caterinetta, già protagonista di altri scritti di Morasso, alla quale egli chiede rinnovami, affinami al tuo bene; Antonio Santori (poeta e saggista, 1961 – 2007) raccontato in più momenti, e in specie, così ricordato: Questa è l’estate, e Antonio è morto sei anni fa. / Scirocco sulle altane. Quasi piove. / Dietro l’androne le rose che avvizziscono. / Antonio è morto sei anni fa, era d’agosto […]; Walter Benjamin, già più volte nominato; Mario Luzi, rammentato mentre Nel dedalo in Lungarno […] accoglie il giovane autore che: Lo osserva mentre parla di Machado / con le babbucce ai piedi. / Finché la sua parola non s’accende, / e le definizioni / si consumano, le vent /se lève (ancora citando Paul Valéry)… solo per fare pochi esempi.

Ma è nel testo finale che si compie la natura del libro di Morasso, una natura lirica e suggestiva dove l’io poetico è alle prese con la complessità del vivere e del morire, con le anime amiche e la propria anima che intraprendono insieme un viaggio per traghettare su un’antica-nuova sponda – e la barca diventa ossimorico simbolo del traghetto dantesco – tutto il sentire e la bellezza che sta nel suo sentire / l’eterno l’attimo il presente; verso il pensiero dei propri cari dentro al pensiero che adesso li contiene / anime prese, spera, in un chiaro mutamento; verso un’accettazione di una realtà altra che ormai sa di non poter conoscere/ l’al di là che si riverbera in parole, / [eppure] non per questo / non crede / di non poter sentire in lei il suo stesso fremito, / quando sfonda il suo perimetro la mente. Un’accettazione che si fa forza anche della condivisione con quanti incontrati nel viaggio, con un amore, un affiatamento, un’amicizia che rende al poeta il grande dono della sua unicità e del suo essere simile fra i suoi simili, la possibilità di appartenenza vista attraverso la poesia.

*****

da L’opera in rosso:

Scribere qui nescit, nullum putat
esse laborem: tres digiti scribunt,
totum corpusque laborat.

Davanti al Mac, io sono un amanuense medievale.
La psiche sulla punta delle dita
infastidita, iena che rode i rimasugli del pensiero,
fissa su un punto spirituale
radicato nel sangue, nelle profondità della carne.
Ogni potenza, dentro,
tenta di articolare la sua voce,
e io trascrivo,
ravvivo lontananze irriducibili in parole.
In me il passato non è morto. È qui,
mi lavora.

*****

I croceristi scivolano in short
e infradito nel dedalo dei vicoli.
Il porto, appena sveglio,
oscilla dentro a un ritmo affaticato.
Dal suo cantuccio,
una puttana ammicca a un fattorino.
Il vento porta odori forti,
un vecchio cane si sdraia sul selciato
e in un guaito smorza il sonno dei portoni.
Commercianti e cinesi
armeggiano con l’oro dei lucchetti mentre il sole
si pavoneggia in mezzo alle finestre.
I suoi raggi si posano sui volti,
riaccendono le ardesie.

*****

Gli urli del vento,
e un sole, in alto, che prosciuga.
Le tende sbattono, coatte.
La ghenga dei piccioni occhieggia tra le foglie.
Un torpido gabbiano
osserva dal tettuccio di una Yaris.
(Questo che esiste
si lega, dentro, fino alla vertigine
è un’eco che rimbalza
dall’al di là delle parole alla finestra
lungo l’oscuro, tenace corridoio
delle sillabe, memoria).

*****

È tornato l’autunno,
batte il maestrale come un picchio alla finestra,
e fuori il freddo, i senzatetto, e il grigio,
il grigio dappertutto.
Leggo di una durissima sventura,
perciò ora fermo gli orologi
e mi raccolgo.
Caterinetta rinnovami, affinami al tuo bene.
Qualcosa cambierebbe sulla terra
se l’amor proprio si inchinasse a povertà.

*****

Zefiro torna,
con le lusinghe della primavera.
Brioso, da ponente. E agita i germogli.
Appesa al muro una saturnia pyri. È immobile. Riposa.
In pieno giorno
brucia così il suo breve tempo,
lanciando alle distanze il suo messaggio
con le odorose antenne, filiformi.
Con le ali gigantesche, con gli occhi sulle ali,
per dire ai suoi nemici
bada, vattene via, da quest’oscuro ti vedo,
da questa bocca atrofizzata, chiusa al linguaggio
io annuncio all’invisibile l’istinto di non essere
che un tramite dell’anima, un passaggio…

Bologna, 14 marzo 2017


Massimo Morasso è nato a Genova nel 1964. Le sue raccolte poetiche sono: La leggenda della primavera (Edizioni l’Obliquo, 1997-2000), Viatico (Raffaelli, 2010), La caccia spirituale (Jaca Book, 2012) e L’opera in rosso (Passigli, 2016). Germanista di formazione, si è dedicato anche alla saggistica, alla narrativa, alla traduzione, alla critica letteraria e d’arte. Nel 1998, ha curato la riedizione integrale del “Supplemento Letterario del Mare”, il foglio italiano di Ezra Pound. Tra le altre sue opere citiamo libri “apocrifi” dal titolo Le poesie di Vivien Leigh (2005) e I racconti di Vivien Leigh (2009), e più recentemente Il mondo senza Benjamin (2014), Dolceamara invincibile belva (2015).


In copertina: Massimo Morasso (foto © Maurizio Caruso)

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