Io sì, tu no

Ad agosto Carteggi Letterari si prende una pausa e sospende la programmazione ordinaria. Riproporremo post apparsi nel secondo anno di attività. Laura Di Corcia intervista Marco Zupi sulle diseguaglianze (pubblicato il 1° luglio 2015).


La crisi della Grecia è solo la punta dell’iceberg di un processo che tende a rinforzare il privato a danno del pubblico e a concentrare la ricchezza nelle mani di pochi. Per questo vale la pena leggere l’intervista a Marco Zupi, che in “Disuguaglianze in via di sviluppo” (Carocci) ha affrontato il tema con acume e completezza. 

Non si tratta solo di povertà. Si tratta di quella forbice – ampissima, talvolta – fra chi possiede tanto e chi poco. E non è solo una questione di conto in banca, di proprietà: qui ci sono in gioco ben altri diritti. Se hai poche risorse, hai minor accesso alla sfera pubblica, giuridica e culturale. Un esempio: un avvocato, se lo posson permettere tutti? Per approfondire il tema delle disuguaglianze e della ridistribuzione, abbiamo intervistato il Professor Marco Zupi, Direttore scientifico del Centro Studi di Politica Internazionale (CeSPI) di Roma e con cattedre in Economia politica in diverse realtà accademiche, anche all’estero (dal Vietnam a Malta alla Danimarca).

Di cosa parliamo quando parliamo di disuguaglianza?

Normalmente se ne discute in termini economici, guardando soprattutto al reddito e alla ricchezza prodotta in un dato anno: il PIL, per intenderci. Fra le misure statistiche, una molto diffusa, anche motivo di orgoglio italiano, è l’indice Gini, introdotta appunto dallo statistico italiano Gini. Si oscilla fra due punteggi, zero e uno, dove lo zero indica l’uguaglianza assoluta, l’uno la disuguaglianza assoluta (quella situazione tale per cui una persona avrebbe tutte le ricchezze e il resto della popolazione niente).

Pare che questo indice abbia qualche limite.  

Risente molto della “pancia” della popolazione, cioè della fascia centrale. A correzione di questa, infatti, si stilano spesso i rapporti: si prende il dieci o il venti per cento più ricco della popolazione e si verifica quanto guadagna in più rispetto al dieci o il venti per cento più povero. La stessa cosa si può fare prendendo in considerazione non il reddito, ma la ricchezza, guardando al patrimonio finanziario e immobile. Si può costatare, quindi, che la disuguaglianza è ancora più marcata.

Si dice che l’85 per cento della ricchezza mondiale sia concentrato nelle mani di una percentuale di persone piccolissima, pari al 10 per cento.                                                                                                        

Sul piano dei confronti a livello mondiale la situazione diventa più ingarbugliata, perché si combinano due tipi di disuguaglianze: quelle fra Paesi e quelle all’interno di ogni singolo Paese. Dalla Rivoluzione industriale in avanti, è cresciuta soprattutto la disuguaglianza all’interno di ogni singolo Paese.

Questo dato sembrerebbe smontare la teoria di Kuznets, il quale sosteneva che alla lunga gli effetti nefasti del capitale si sarebbero armonizzati, smorzando le differenze e andando in direzione di una società più equa. Che cosa è cambiato rispetto agli anni Cinquanta?

Kuznets prendeva come dati di analisi le esperienze di Paesi che avevano attraversato pur in diverse fasi l’industrializzazione: la sua teoria era squisitamente occidentale e non può essere applicata a tutti i Paesi; non a caso è stata smontata da molti studiosi. Credo che sia importante focalizzarsi sugli anni Ottanta, dove si è registrato un cambiamento delle politiche economiche a livello mondiale.

Privatizzazioni a go go.  

Le tre parole d’ordine erano: privatizzare, liberalizzare e deregolamentare. Tradotto, ciò significa nutrire una grande fiducia negli automatismi del mercato. A fianco, però, c’è un aspetto molto importante: la tassazione. La globalizzazione consente ai grandi gruppi di poter sfruttare le opportunità a livello internazionale di regimi fiscali favorevoli senza incorrere nell’evasione fiscale. Pensiamo alla Apple: paga meno del tre per cento non perché evada le tasse, ma perché fa risultare la sua sede centrale nei Paesi Bassi dove i diritti intellettuali sono praticamente non pagati. Non a caso la Corte dei conti degli Stati Uniti si lamenta del fatto che sia erosa una base fiscale significativa da parte delle grandi imprese che operano negli States ma che riescono a eludere le tasse.

Così la ridistribuzione ce la scordiamo.

La politica deve riprendere il suo ruolo. Se c’è un elemento che ha attraversato indistintamente tutti i Paesi, dalla Russia alla Cina al Vietnam, passando per i Paesi dell’Africa e tutto l’Occidente è l’eliminazione del sistema di tassazione progressiva. Siccome si riduce l’aliquota marginale più alta, tende ad aumentare quella centrale, quella che pagano tutti: la classe media. Se pensiamo che negli anni Sessanta negli States l’aliquota marginale era pari al 90 per cento, ecco, ci rendiamo conto cosa sia successo in questi anni.

Viva la “flat tax”, la tassa uguale per tutti.

In Italia il paladino di questo sistema è stato Berlusconi, che diceva: un’unica tassa per semplificare, attorno al 30 per cento, per evitare appesantimenti burocratici. Ora se ne parla anche nei Paesi della Scandinavia… Culturalmente si riscontra una vera e propria rinuncia allo spazio di potere pubblico per ridurre le disuguaglianze economiche attraverso la leva fiscale. Questo è uno degli elementi che ha fatto sì che all’interno degli Stati aumentasse la distanza fra chi ha più e chi ha meno. Non è una situazione inevitabile: la politica, purtroppo, asseconda e promuove. Contano molto le leggi, nazionali e transnazionali.

La disuguaglianza, quindi, continua ad aumentare. Ma è solo una questione di reddito?  

Assolutamente no. Non c’è solo un piano economico, ma anche sociale e culturale. Chi è marginalizzato è più fragile rispetto a situazioni estreme, come, a titolo d’esempio, una calamità naturale. E poi non può far sentire la sua voce a livello politico. La disuguaglianza economica è un propagatore di malessere sociale complessivo.

Gli anni Settanta paiono lontanissimi.  

Gli anni Settanta sono stati il punto di arrivo di una fase storica che ha portato al maggior contenimento della disuguaglianza. Dalla fine del secondo dopoguerra fino alla fine degli anni Sessanta ci sono state politiche di elevata tassazione; l’Italia, per esempio, introdusse l’Irpef proprio a quell’altezza con un’aliquota che arrivava fino al 70 per cento. Ma in quegli anni nel frattempo cambiavano alcune circostanze a livello mondiale: nei Paesi in via di sviluppo, molto indebitati, furono imposte politiche neoliberiste per prorogare i tempi di pagamento ed evitare la bancarotta. Nell’Africa subsahariana furono oltre duecento i programmi di aggiustamento strutturale concordati col Fondo monetario e la Banca mondiale. Non è un caso che negli anni Settanta sia nato il modello post-fordista.

Perché?

Durante il miracolo economico il modello di industrializzazione era basato sulle grandi fabbriche e lì c’era lo spazio necessario affinché i sindacati rafforzassero il loro potere contrattuale. La risposta? Lo smottamento dei grandi apparati produttivi in cui si creavano masse di lavoratori coese. Il processo della globalizzazione ha aiutato molto in questo senso. Ci si è incamminati in una nuova fase, che vede contrapposti negli interessi i lavoratori del Nord e del Sud.

I famosi immigrati che “ci rubano il lavoro”.  

C’è una sorta di competizione fra gli ultimi: è la popolazione più vulnerabile dei nativi quella che ha più frizione con gli immigrati. La Lega Nord non pesca nel nulla. In Italia la popolazione è anziana e quindi c’è bisogno di forza lavoro giovane. Gli immigrati van bene quando sgobbano nelle fabbriche, ma non quando pretendono casa, prestazioni dei servizi sanitari.

La globalizzazione, appunto.    

Ma le cose stan cambiando; secondo me ora stiamo attraversando la quarta ondata del processo di globalizzazione. La prima si colloca a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento, dove si sono riscontrate molte emigrazioni, per esempio dall’Italia agli USA, ma anche scambi e traffici cospicui. Le due guerre han bloccato tutto. La seconda ondata è quella del miracolo economico, la terza è caratterizzata da un nuovo modello di globalizzazione basato sulle grandi imprese, modello che indebolisce gli Stati e incrementa le disuguaglianze. A questo punto la letteratura si ferma, ma io credo che ci sia una quarta ondata, a partire dal Duemila. Nella terza fase il Sud del mondo aveva un ruolo più simile al passato; ora, invece, alcune di queste economie tirano molto. I Paesi che hanno ridotto di più la povertà sono la Cina, l’India, il Vietnam e il Brasile, anche se paradossalmente le disuguaglianze sono aumentate. La situazione è cambiata a tal punto che se una volta producevo in Cina per vendere negli States, oggi produco per vendere anche in Cina.

Cambiano i rapporti di forza.    

Certamente. Si pensi solo che la Cina ha sostenuto gli Stati Uniti durante e dopo la crisi – il principale creditore dei buoni del tesoro statunitense è lei – perché ha bisogno che i cittadini americani comprino i prodotti cinesi. Oggi come oggi la capacità di spesa del mercato statunitense è superiore, ma fra pochi anni quello cinese lo sorpasserà e nel 2025 l’India sarà passata davanti alla Cina.

Che dire dell’Africa?

L’Africa combina la persistenza di problemi strutturali ad elementi nuovi che sono legati al fatto che un pezzo di globalizzazione le ha permesso di sfruttare almeno congiunturalmente le opportunità che ci sono. Nei prossimi dieci anni, fra le dieci prime economie mondiali in termini di crescita, sette saranno africane.

 Ci sarà un miglioramento nelle condizioni di vita degli ultimi?  

Ne dubito. Il modello di produzione non lo permette. È una vecchia storia: un tempo c’erano le materie prime, ora c’è il petrolio. Visto che la quantità di oro nero disponibile è diminuita, oggi conviene fare esplorazioni nei Paesi africani, come la Tanzania, l’Uganda, eccetera. Una prassi che, se fa schizzare in alto il valore economico, non si traduce quasi mai in una diminuzione della povertà: siccome è un sistema di produzione che occupa poca manodopera, solo una piccola parte della popolazione riceve benefici. Nella letteratura si parla di “oil curse”, “maledizione del petrolio”, perché in qualche modo questa risorsa disincentiva la democratizzazione del potere: i governi a capo di Paesi con disponibilità ampie in questo senso eliminano le tasse e i cittadini quindi sono meno spinti a chiedere il conto.

E la disuguaglianza si gonfia come un pallone.  

Quando parliamo di disuguaglianza tendiamo sempre a focalizzarci sulla povertà, ma così ci sfugge qualcosa. Dobbiamo invece pensare in termini di ridistribuzione e guardare alla collocazione di tutta la popolazione. Bisogna cercare l’anomalia, e questa, negli ultimi anni, la troviamo nella fascia più ricca dei cittadini.

I più ricchi fra i ricchi.

Capisce perché il tema della disuguaglianza, se colto da questo punto di vista, diventa pericoloso? Perché tocca interessi fortissimi, poteri che non vogliono cedere un millimetro rispetto alla posizione guadagnata. La soluzione che ammorbidisce questa tematica è quella che si concentra sui poveri e sulle classi medie, cercando dei correttivi. Ma l’anomalia non è lì.

Questa piccola minoranza diventa potente e intoccabile non solo da un punto di vista economico, ma anche politico e giudiziario.

E anche culturale. In questo modello di società ce la fa uno su mille. Come mai riesce proprio lui? C’entrano le relazioni col potere. Uno studio di un paio di anni fa, effettuato in Svizzera, analizzava i legami fra i grandi gruppi imprenditoriali e finanziari: risultava che erano meno di cento le imprese che detenevano il 70 per cento della ricchezza. Da questo punto di vista il neoliberismo si è associato all’individualismo, che significa per l’essere umano porre se stesso sganciato dall’appartenenza a una comunità.

Lei nel suo libro ha parlato anche delle Primavere arabe: come si collocano all’interno di questo discorso?

Negli ultimi anni si è parlato molto del cosiddetto “capitale umano”, ricordando che è necessario investire sforzi e risorse nell’istruzione, perché ci rende cittadini più consapevoli e quindi più protagonisti della nostra vita in relazione alla politica, ma anche sul piano economico, consentendoci di avere maggiori opportunità di ottenere una professione migliore e più redditizia. Per questo le famiglie hanno investito e continuano a investire negli studi dei figli. Nel Nord Africa questo è successo più che altrove; lo confermano i dati riguardanti la partecipazione femminile alla scuola. C’era un tacito patto sociale: una volta che hai studiato troverai lavoro.

E invece.

Non è stato l’unico fattore che ha posto le basi per la Primavera araba, ma sicuramente ha avuto un peso non indifferente. Le rivendicazioni per la democrazia erano forti, ma si associavano a una pesante congiuntura economica. E’ vero che erano Paesi con bassissima povertà assoluta (meno di un dollaro al giorno), ma una buona parte della popolazione guadagnava fra i 4 e i 10 dollari al giorno. Era uscita dalla povertà, aveva studiato molto, ma era in una sorta di limbo.

Voleva più meritocrazia?

Il sociologo inglese che introdusse per primo il concetto di meritocrazia (Young, nel 1958), non dava al termine un’accezione positiva e anzi ne specificava i vari rischi. Diceva che la società stava cambiando e che il merito – un mix fra intelligenza e sforzo – si sarebbe accaparrato il potere. Non a caso scrisse un articolo molto critico nei confronti di Blair, che era uno dei massimi sostenitori di questo sistema di selezione.

Dicono che si possa ovviare alla sfortuna tramite l’impegno.

Gli Stati Uniti sono il Paese della mobilità sociale, è vero, ma soprattutto per quanto riguarda le classe medie e alte. Una persona che parte dalla classe media può – più facilmente che in Europa – spostarsi nella fascia alta. Ma negli USA c’è meno mobilità fra le fasce più deboli.

Se sei povero, rimani povero.

La flessibilità del lavoro, il precariato, crea aree di vulnerabilità estrema. La dismissione, nel caso dell’Europa, del Welfare State, rischia di essere un problema. I sistemi correttivi sono indispensabili e non sono garantiti dal mercato. È vero, il Welfare State avrà anche delle pecche: bisogna aumentare l’efficienza e ridurre gli sprechi. Ma se utilizzassimo il sistema di tassazione progressivo, avremmo più denaro a disposizione.

Ma c’è – lo dicevamo – la globalizzazione.

Ci vuole una strategia fra Stati. Bisogna coordinarsi. Come mai nella lotta al terrorismo ci si riesce e altrove no? Come mai è più facile attaccare l’Isis che un paradiso fiscale? Bisogna puntare su quello e sul lavoro, che deve essere a condizioni dignitose e soddisfacente per tutti. Quindi basta con la fissazione sulla produttività in termini quantitativi, sì ad una crescita più compatibile con le esigenze dell’uomo e dell’ambiente. Occorre abbandonare quei modi di produzione che non occupano le persone. E soprattutto non ragionare per settori separati, ma unire le forze. Interagire.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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