Inediti – Giacomo Cerrai

Ad agosto Carteggi Letterari si prende una pausa e sospende la programmazione ordinaria. Riproporremo post apparsi nel secondo anno di attività. Inediti di Giacomo Cerrai presentati da Viola Amarelli (pubblicato il 29 giugno 2015).


da Otto sedute (pensieri che indugiano sulla porta di uno studio)

 

seconda seduta

 

chiamami per nome.

Se sono io risponderò, da dietro paraventi, dagli appunti di un giornale di bordo.]
Si mente anche scrivendo, le parole più tonde, quelle che scivolano nelle tasche]
senza sfondarle.
Niente suture,       perciò niente perdoni.       Niente conclusioni affrettate.]
Sono       – questi appunti che ti rendo –                  accatto, commercio.]
Te li vendo pagandoti.                   Te li passo se vuoi sotto la porta.

 

 

 

quarta seduta

 
parti dalla rivelazione:    poi dilegua appena puoi.        Devia, rispàrmiati.]
Il riconoscimento è il rancore in origine poi tutto si sblocca,         si misura a spanne]
a grovigli affettivi                    a nodi
se ti metti a sognare il tempo scorre       l’insania s’incista
come un fondo scuro, un limo                            il tempo ammazza te

cos’altro vai a cercare

dimmi la tua istanza               il disamore.

 
sesta seduta

 

 

l’estate ha silenzi speciali mai interamente vuoti – non trova? –
miraggi notturni.
C’è sempre una moto che corre senza spettatori ,  un suicidio
inseguito senza parole pronte,                   senza bigliettini

(quei piccoli frammenti di carta, quei piccoli
inizi di poemi, aborti folgoranti
per lo più sussurri di dèmoni
quanti di essi persi                             potrei tappezzarci una vita)

ma di essi non c’era bisogno,         non c’era nessun vero addio
solo un guardami! guardami quanto sono bravo…
ottava seduta

 

 

molto era disperso in intervalli
in quei tempi morti                                  nelle nuvole
senza più ispirazione                   sopra il cielo di Pisa…

gli parlò di Pound una volta                       disse
che la gabbia non era servita       per la follia
né per le parole                                         che di tutti i segni tracciati sulla rena
non c’era più traccia                     sotto il cielo di Pisa

solo quello che era rimasto            nelle pagine
quando le parole furono definitive

quando la cura fu finita

estate 2011 (*)

(*) il luogo è un’invenzione, questa conversazione lo è, come questi appunti, questi fatti, queste persone realmente esistiti


l’eclissi è prevista ad un’ora precisa del giorno,
e sconosciuta:
sarà un consuntivo per lo più di luci e macule in un occhio interiore
come una nuvola che passa davanti alle finestre e rende il paesaggio
sopportabile.
Non c’è elemento naturale dove sopravvivere davvero:
visto da un’errata distanza sembra dominabile con la sola coscienza,
ma è un animale in cui siamo o non siamo dentro,
una volpe che in quel paesaggio è semplicemente apparsa,
qualche volta, gettandoci lo sguardo diffidente,
e poi è fuggita nella zona d’ombra.
Perciò l’ombra, quando giunge, come una sofferenza della luce,
un’opposizione ad una volontà d’agire non più oltre,
è falce, palpebra che si serra lentamente,
stanze chiuse.

giu. ’15


soggetto uno (origine dell’arte moderna)

si accontenterebbe,
con il giusto tasso alcolico
di porre una serie di eventi in una esatta cornice
stipare il vetro e il legno
ritagli di giornale in uno spazio circospetto
magic moments appunti immagini diverse e virtuali
d’una vita ordinaria mediamente soddisfacente
e vólti (anche foto rigate vanno bene)
per lo più asimmetrici perché osservati
con sufficiente indifferenza.
(oltre le vetrine, oltre le finestre, dall’altra parte della fossa).
Bisognerebbe – nella cornice –
disporre uno strato di collante tra vero
e ciocche di capelli che il mito valorizza
e fogli alternati col marcio e
schizzi di merda lanciati da varie direzioni
di lacrime e abbandoni e insieme
oggetti affettivi oggi improvvisamente antiquariati.
Cuciti sul bordo graffe uncini legacci fiocchi rosa
d’una ridicola tenerezza (legati a quel momento, disciolti
ora – in una palta che vira a un giallo attualissimo)
e a lato lettere autografe (ora non s’usa più) alonate
d’una bava passionale e astrusa e gettoni
residuali di chiamate clandestine.
Sarebbe auspicabile, può darsi, lasciare
la cornice ingravidarsi di lividi involontari
di sospetti non verificabili biglietti interattivi trovati al mattino
e di scrittura incerta
e le pornografie di tutti i giorni.
Sgoccia sullo sfondo un colore serotino incastonato
di occhi e labbra invecchiati ad arte
erotismi d’annata voci totalmente sbiadite
costipati per default in una cornice ristretta.
In piedi resta l’uomo che considera
ora la cornice parte speculare
di sé insomma un manufatto
per dare ad una mente inconcludente un po’ di requie
e un po’ della materia di cui sono fatti i segni.

mag. ’15


qualcosa che perturba.

non è il rosso terminale delle foglie
il bianco di chi si avvicina al varco
il blu d’un profondo inarrivabile.

è il senso della misura, credo,
il limite del limite ai sogni, come

legare un cavallo all’albero

recintare il terreno

recintare il recinto

lasciare una pecora a guardia
gen. ’13


Rilevano in questi inediti tutti i marcatori della scrittura poetica di Cerrai. Poesia controllata (Niente conclusioni affrettate), sembrerebbe, misurata, non tanto per scelta tecnica” (il guardami! guardami quanto sono bravo..), quanto per un pudore innato, per un’antiretorica caratteriale, per l’apertura alla sospensione, allo stupore dell’esser-ci. Poesia riflessiva, dialogica – resa anche dalle cesure grafiche all’ interno del verso – tra l’autore e l’autore, un io e un altro rimbaudiano, entrambi ignoti, con sullo sfondo il grande simbolismo europeo e la sua eredità, specie sul versante francese, e una fenomenologia husserliana declinata in un quotidiano alla Magritte (C’è sempre una moto che corre senza spettatori). Poesia, tuttavia, dove è incuneato – e in cui preme e fuoriesce – un pathos, il non detto che esonda, in una sorta di lotta tra il tentato controllo formale (si accontenterebbe,/…../ di porre una serie di eventi in una esatta cornice) e la materia pericolosa che soffia e arde (e fogli alternati col marcio e/ schizzi di merda lanciati da varie direzioni…). Lo sguardo, l’umano, si riduce ad eclisse, con una natura e una coscienza che confluiscono nella figura della volpe, rinviando all’apologo stoico del ragazzo spartano, e alla consapevolezza che l’arte serve, se serve, per dare ad una mente inconcludente un po’ di requie/e un po’ della materia di cui sono fatti i segni.

(Viola Amarelli)

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