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CONSONANZE E DISSONANZE – Cosa dire prima di partire? DIRE CASA (Arcipelago Itaca, 2015) di Francesca Perlini

di Lorenzo Mari

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Osserva giustamente Danilo Mandolini nella sua prefazione a Dire casa di Francesca Perlini – prima uscita della collana di poesia “Mari interni” della casa editrice che Mandolini ha recentemente fondato, Arcipelago Itaca – che il libro di Francesca Perlini si deve leggere unitariamente alla sua prima prova, Prima di partire (Sigismundus, 2013).
Prima di partire, dunque, dire casa.
Questo, non soltanto in virtù di un verso semplice e adamantino del secondo libro, che ricalca una verità tanto frequentemente condivisa da rischiare di farsi (magari altrove, fuori da quest’opera) filosofia spicciola – “torno a casa prima di partire” (p. 14) – ma anche per la ferma consapevolezza che la casa non è mai porto sicuro, rifugio psicologico, ovvero materiale, che possa essere assoluto, sciolto da tutte le contingenze. Piuttosto: “non c’è un luogo – non c’è mai stato – / dove casa chiuda la porta dietro di me / con il freddo fuori dalla gonna nera” (p. 25).
Si tratta di una condizione esistenziale e intellettuale, dove c’è apertura, perché c’è sempre stata, almeno in noi – soggetto per la poesia, quest’ultimo, forse costitutivamente fragile, forse intimamente contraddittorio, ma che può benissimo dire, alla prima persona plurale: [noi] “siamo casa” (p. 32), se condivide, così, lo sbrego dell’apertura.
Uno sbrego sintattico e strutturale sempre presente, eppure mai decisivo o dirompente, nelle forme compatte scelte da Perlini, che si tratti del frammento – nella prima sezione di Dire casa, “Gonne” – o del dialogo pseudo-teatrale – nella seconda sezione, L’amore non si immagina, si abbandona. Sposalizio tra l’umano e la natura più semplicemente tra me e il bosco.
In quest’ultimo sottotitolo, inoltre, sta anche il gradiente della fusione mistica dei corpi con i luoghi e la natura che occupa la scena di questo libro – momento di mistica tutta secolare, che avviene ancora una volta, si può presumere, nella cornice spaziale delle Marche “russe”, per tornare così alla definizione di Massimo Ferretti che è già stata adoperata nella presentazione della pubblicazione del Sigismundus.
In quel più semplicemente, in quel prorompere al tempo stesso dimidiato della soggettività, sta uno slancio mistico che non è mai svincolato dall’attraversamento della materialità delle cose (si legga, ad esempio, a pag. 14: “pendono appesi come rami i rami / -gonne al vento- ”), né si abbandona a derive radicalmente scettiche. Infatti, anche quando si legge, in epigrafe alla prima sezione: “A mio padre. «Vedi, Francesca, la realtà è tutta un’illusione»”, si può cogliere, prima di tutto, una riflessione filosofica – nonché una posizione esistenziale – dove il nome del padre certamente sancisce, e in modo paradossale, l’illusorietà del reale, ma che lascia indirettamente spazio anche ad altre posizioni: del femminile, del materno, ma anche dello straniero (“dello straniero avremo la lingua / tra palato e voce”, p. 38) o ancora di un collettivo, per quanto franto, ‘noi’…
Insomma, la coralità del libro passa continuamente dal piano formale a quello figurale, e viceversa: non accade soltanto nella seconda sezione, dove il dialogo tra Sposo e Sposa è interpolato con la voce poetica neutrale, e un po’ demiurgica, dell’Officiante; nella prima parte, è la polisemia delle “Gonne” che danno il titolo della sezione a creare, ad esempio, un andirivieni continuo che – lungi dal giocare sull’ambiguità di genere che potrebbe nascerne – riproduce quello spazio di libertà che si intuisce insito, per l’autrice, tanto nel ‘maschile quanto nel ‘femminile’…
Le gonne, infatti, non sono esclusivamente, come si potrebbe banalmente pensare, metonimia del femminile (anche se a Nadia Campana e Antonia Pozzi è dedicato un testo che si apre con questa precisione di dizione: “aprirono i sentieri / le ragazze dalle gonne giovani”, p. 18); in questo testo, che riporto per intero, lo scambio tra i generi è molto preciso e potente: “stendemmo gonne gonfie a terra, / eravamo gambe della stessa sostanza. / ci tirammo su –seduti- / che potessimo avere occhi” (p. 16).
Il libro non può chiudersi allora se non sulle note del Due, anziché dell’Uno – ricordando, in questo, forse l’Essere due di Luce Irigaray – perché non nell’identico, ma nel duale, si colgono anche le immagini di un collettivo ‘noi’ o la voce dello straniero, ambedue sempre più necessarie in quella poesia che, come quella di Perlini, è contemporanea e del contemporaneo.


In copertina: Cristiana Cravanzola ©, Dualità complementari (marmo e cristallo, 2006).

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