primo tempo del fuoritempo, ovvero una domanda

Mi pongo talora domande, all’alba, forse prima dell’alba, auspice (o colpevole) l’insonnia.

Forse perché l’alba in un luogo, un luogo qualsiasi, del nord della nazione, richiama comunque le tante albe vissute sullo Stretto, una domanda che riguarda me e tanti, ed in fondo è laconico lamento: “ah, Messina, perché?”.
Certo l’espressione quasi epigrafica di Cattafi, della sua realtà/identità di “quasi elvetica mediterranea“, in quel che di comodamente inamovibile implica (“chi succede a chi succede / e non fa succedere“), mi è sempre parsa la più amaramente appropriata ed esaustiva, quasi sentenzialmente definitoria.
Eppure la domanda torna, spesso è il basso continuo del vizio della scrittura, altrettanto spesso è il motivo ricorrente delle conversazioni, come delle riflessioni e delle sensazioni nascenti da esperienze della vita (e della mente): in fondo senza timore la si può ascrivere ad una delle ossessioni che popolano fraccomode la testa e l’anima dello scrivente.
Tuttavia credo di non essere il solo a pormi tale domanda/ossessione.
In modo più puntuto di recente la domanda si è ripresentata rivedendo (e rileggendo) “Nunzio”, capolavoro del duo Scimone e Sframeli, scritto da Spiro Scimone.
L’anno scorso è avvenuto leggendo il romanzo di Nadia Terranova, “Gli anni al contrario”, un libro con un immenso esito di poesia e con un’autentica forza evocativa di un luogo e di una generazione, attraverso  la storia di una coppia e della loro creatura.
Certo, dinanzi a una domanda talmente ultimativa, sicuramente bisognerebbe procedere a delle opportune, se non doverose, riflessioni socio-storico-politiche, fare nomi di persone e di gruppi (e partiti, e clan, e logge…), attribuire meriti e responsabilità (comprese le proprie), ma la domanda sorge sempre dinanzi ad esperienze ed espressioni intellettuali ed artistiche decisive, che trascendono una contraddittoria e problematica realtà civile.
E, così, ripensando allo strepitoso Horcynus di Stefano D’Arrigo, ai versi dimenticati del suo Codice siciliano (meritoriamente da qualche mese riediti da Mesogea edizioni) ed all’immaginario che dalla sua scrittura felicemente promana.
Come alla presenza in città di voci poetiche di un passato non lontanissimo, da Giorgia Stecher, ad Angela Giannitrapani, a Nino Crimi, al ruolo di protagonisti della critica come Domenico Cicciò, fino all’attenzione creativa di Cattafi, di Consolo, di Jolanda Insana.
Solo lacerti esemplificativi di presenze, un elenco sempre da integrare di nomi ed esperienze estetiche, da moltiplicare sicuramente.
Infatti, penso al ruolo della scena musicale sia jazz che classica, vedendo l’impegno attuale di Giovanni Renzo. Come, da sempre, alla vitalità, sia pur difficoltosa, dell’attività teatrale, memore di una lontanissima presenza (anni Settanta) in città del Living Theatre e di un incredibile Ubu Roi del Collettivo di Teatro Popolare.
E, ancora, sempre esemplificando, rivedo eccellenze artistiche come la pittura e le incisioni di Mariella Marini, come i dipinti di Togo.
Fino, per tornare all’immediatezza del presente, alle prose “matriarcali” di Anna Mallamo ed alle scritture di parecchi amici ed amiche.
La considerazione di queste (e tante altre) esperienze artistiche che amiamo, inevitabilmente, gioca un ruolo decisivo nel creare l’evidenza di una drammatica non corrispondenza tra gli esiti di eccellenza creativa e la realtà immiserita di una società civile e politica.
Già. “Ah, Messina, perché?.

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