Perché le donne amano troppo? – “Legami d’amore. I rapporti di potere nelle relazioni amorose” di Jessica Benjamin, Cortina Raffaello editore

Perché le donne amano troppo?

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Che l’amore spesso non sia amore, ma un gioco perverso di potere, è cosa risaputa. Ma perché gli oppressi si piegano ai desideri altrui? E perché spesso sono le donne a rimanere vittime di questo gioco che può essere equiparato alla dinamica servo-padrone? A questi quesiti dà risposta, in un volume intitolato “Legami d’amore. I rapporti di potere nelle relazioni amorose” (Cortina Raffaello editore, 2015), la saggista statunitense Jessica Benjamin, la prima ad aver integrato gli studi di genere nel pensiero psicanalitico. Partendo dalla teoria dell’invidia del pene, di freudiana memoria, l’autrice la decostruisce per capire quale sia la vera spinta che muove il masochista. “Il sé del masochista è falso – scrive – perché non ha potuto rendersi conto del desiderio e dell’iniziativa che vengono da dentro”. Non avendo riconosciuto le proprie pulsioni, il masochista si è in qualche modo smarrito e cerca di far emergere se stesso. “Si può quindi vedere il masochismo – continua la studiosa – non solo come strategia per sfuggire alla solitudine, ma come tentativo di star solo con l’altro: lasciando il controllo all’altro, il masochista spera di trovare uno spazio aperto “sicuro” in cui abbandonare il falso sé protettivo e permettere al sé nascente e nascosto di emergere”. La domanda più importante, però, quella alla quale spesso diamo risposte banali e frettolose, è un’altra: come mai nelle relazioni amorose sono spesso le donne a sottomettersi, a piegarsi al desiderio dell’altro? Perché le donne amano troppo, per citare il bestseller della Norwood, libro che non manca nelle librerie di tutte le donne che in passato abbiano sperimentato la brutta sensazione di sentirsi tradite e non apprezzate? La spiegazione della Benjamin affonda nell’infanzia. “Inizialmente – spiega – tutti i bambini si identificano con il primo essere amato, la madre, ma i maschi devono annullare questa identificazione e definirsi di sesso opposto. Inizialmente tutti i neonati sentono di essere uguali alle loro madri, ma crescendo i maschi scoprono che non possono diventare lei, possono solo averla”. I bambini, quindi, per raggiungere la loro identità maschile, devono negare l’identificazione con la loro genitrice. Questa presa di distanza fa sì che l’uomo, nel confronto con la madre (e con la futura donna), non la percepisca come un essere indipendente, come un soggetto, bensì come un oggetto. Ecco dove nasce la famosa donna-oggetto! Ma perché le donne si prestano a questo giochino non esattamente nobilitante? La bambina, in fondo, non ha questo problema identitario nei confronti della madre, può identificarvisi tranquillamente, senza che la sua femminilità sia in qualche modo toccata; non deve quindi sottolineare l’indipendenza, ma minimizzarla. Non ci sarebbero problemi, se non che la fusione con la madre da parte delle figlie femmine non permette loro di identificarsi come qualcosa di separato e autonomo: di scoprirsi, in buona sostanza. Da qui nasce l’adorazione che spesso le donne provano per il proprio “principe azzurro”, che talvolta, in maniera più o meno marcata, altro non è se non un despota, un dominatore. Secondo Freud il motore di questo amore incondizionato sarebbe l’invidia del pene, inteso come simbolo di dominazione; secondo l’autrice, le ragioni vanno cercate nel desiderio. “La donna sexy è sexy non come soggetto, ma come oggetto. Esprime non tanto il proprio desiderio quanto il piacere che prova sentendosi desiderata”. E il desiderio femminile? Dove è finito? La logica dell’identificazione con la madre porta le figlie a negare se stesse, a fondersi completamente nell’altra persona facendo coincidere il proprio desiderio con quello altrui. È chiaro il passaggio tale per cui “se una donna è priva di desiderio suo proprio, deve affidarsi a quello altrui, con conseguenze disastrose sulla sua vita psichica”. Non che la bambina non provi, come il bambino, un’identificazione col padre, inteso come essere libero, che dona indipendenza – ma questa identificazione è spesso ripudiata dal genitore maschio. Con conseguenze di non poco conto: “il ritirarsi del padre respinge la femmina verso la madre – spiega l’autrice, aggiungendo che le bambine, non sorrette da una relazione alternativa rispetto a quella materna, rinunciano al loro diritto di desiderio. Da qui nasce l’idealizzazione del proprio uomo, percepito come colui che ha e possiede ciò che loro non è concesso: il potere e il desiderio. Tramite la sottomissione, la passività, la donna crede di ottenere la posizione altrui; speranza vana, lo sappiamo, perché esiste un solo modo di amarsi sano, che dona pace e nuove energie: quello che si fonda su una relazione basata sulla reciprocità, in cui le due parti siano soggetti e nessuno si degradi ad oggetto.

Laura Di Corcia


In copertina: Man Ray, Lacrime di ghiaccio (1932) – immagine tratta dal libro Donne che amano troppo di Robin Norwood, Feltrinelli, 2013.

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