Roberto Bolaño: Il Terzo Reich

di Marco Malvestio

Nel romanzo (1989, inedito, pubblicato nel 2010) di Roberto Bolaño, “Il terzo Reich” è solo un gioco. Nello specifico, è un gioco da tavolo modellato sui mitologici Third Reich, Advanced Third Reich, World in Flames e A World at War, gli archetipi dei giochi di guerra ad esagoni. Nello strascico di una vacanza in Spagna, in un clima sempre più ostile, in un ambiente sempre più fantasmatico, Udo Berger, campione tedesco del gioco, rimane invischiato in una partita con il Bruciato, un misterioso bagnino deturpato dalle ustioni. Quella che nelle intenzioni di Udo doveva essere una sessione di sparring piuttosto agevole si rivela una sconfitta catastrofica, e il Bruciato esige di riscuotere il proprio trionfo fisicamente, picchiando a sangue Udo.

Messa in questi termini, sembrerebbe trattarsi di una semplice partita a scacchi con la morte – una variazione su un tema canonico, di facile svolgimento e di sicuro effetto. Le cose, tuttavia, non sono così semplici.

Thomas Stearns Eliot amava giocare a carte, perché, sosteneva, è la cosa più simile che ci sia all’essere morti. In queste parole c’è una grande verità: il valore del gioco sta nella sua astrattezza, il fascino dell’agonismo nel suo rispondere a un sistema di regole che non ha nulla a che fare con la realtà. Giocare significa immergersi in una non vita parallela in cui tutte le preoccupazioni della vita reale sono silenziate, dove tutto risponde a coordinate completamente separate da quelle in cui ci muoviamo quotidianamente, e dove il profilo individuale, coi suoi sentimenti e la sua complessità, cessa di esistere, sostituito dalla maschera del giocatore.

Bolaño, a sua volta giocatore appassionato, sa bene tutto questo, ma sa anche che una dinamica del genere non può essere traslata impunemente sulla Seconda Guerra Mondiale. Quello che fa Udo è trasformare il grande trauma della guerra mondiale in un sistema di coordinate, numeri di produzione e tiri di dadi, e i suoi protagonisti, quindi gli uomini che hanno causato quei massacri, in puri nomi. Anche quando afferma di ammirare e di amare come persone vive, come amici, i generali che hanno combattuto nel conflitto, la sua è solo una forma di feticismo, che riduce gli uomini ad aneddoti, a pose, a soprannomi:

Figure simpatiche, malgrado tutto. Come Model il Titano, Schorner l’Orco, Rendulic il Bastardo, Sixt von Arnim l’Obbediente, Witzleben lo Scoiattolo, Blaskowitz il Giusto, Knobelsdorff il Jolly, Balck il pugno, Manteuffel l’Intrepido, Student la Zanna, Hausser il Nero, Dietrich l’Autodidatta, Heinrici la Roccia, Busch il Nervoso, Hoth il Magro, Kleist l’Astronomo, Paulus il Triste, Breith il Silenzioso, Vietinghoff l’Ostinato, Bayerlein lo Studioso, Hoepner il Cieco, Salmuth l’Accademico, Geyr l’Incostante, List il Luminoso, Reinhardt il Piccolo Muto, Meindl il Cinghiale, Dietl il Pattinatore, Wohler il Testardo, von der Chevallerie il Distratto, Bittrich l’Incubo, Falkenhorst il Saltatore, Wenck il Falegname, Nehring l’Entusiasta, Weichs il Furbo, Eberbach il Depresso, Dollmann il Cardiopatico, Halder il Maggiordomo, Sodenstern il Veloce, Kesselring la Montagna, Kuchler l’Assorto, Hube l’Inesauribile, Zangen l’Oscuro, Weiss il Trasparente, Friessner lo Zoppo, Stumme lo Iettatore, Mackensen l’Invisibile, Lindemann l’Ingegnere, Westphal il Calligrafo, Marcks il Risentito, Stulpnagel l’Elegante, von Thoma l’Insolente…

Questa messa in scala, che è la conseguenza naturale del gioco e la sua condizione necessaria, è inaccettabile per la Seconda Guerra Mondiale. Quella di Udo, quindi, non è una partita a scacchi con la morte perché non è la sua vita la posta in palio, anzi, al contrario la vita, nelle sue intenzioni, è estromessa, e la gravità dei fatti evocati dal gioco cancellata – e infatti il Bruciato non lo uccide, si limita a malmenarlo. In questo senso siamo molto distanti dalla portata metafisica che assumono gli scacchi in Bergman o Durrenmatt, qui citato in epigrafe: la sconfitta serve a Udo ad uscire dal mondo dell’astrattezza e ad entrare in quello della responsabilità, e non a caso Bolaño riprenderà il tema della guerra mondiale, stavolta in tutta la sua drammaticità e con tutte le sue efferatezze, proprio al centro di 2666.

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