L’amara dolcezza dell’olivastro

di Diego Conticello

(In copertina ed in calce, Vincenzo Consolo in un disegno di Davide Racca)

Un ricordo/racconto personale di Vincenzo Consolo nei tre anni dalla sua scomparsa e in occasione dell’uscita del Meridiano Mondadori a lui dedicato

Conobbi Vincenzo Consolo un inverno di dieci anni fa nel suo buén retiro di Sant’Agata Militello, importante snodo del commercio in Sicilia, a metà strada fra Messina e Palermo, proprio di fronte alle sette figlie di Eolo, sull’antica Via Valeria, strada che i romani costruirono sui tracciati delle antiche mulattiere pregreche e che gli intelligentissimi Arabi chiamavano “h basilich odoz” (forse da qui il termine dialettale bàsuli, ovvero lastre pavimentali, mentre odoz vale per ‘cammino, strada, viaggio’ in accordo col greco). I Normanni la rifecero più volte, fino ad arrivare all’attuale tracciato della S.S. 113 settentrionale sicula che giunge sino al capo lilibeo dell’odierna Marsala (Mars-Allah, il porto di Allah, da non confondere con Marsa Daliah, porto della vite, appellativo attribuito a Brolo, paesino non lontano da Sant’Agata).

Era un pomeriggio insolitamente piovoso per i blandi inverni isolani, primavere in minore, ed io – timidissimo ventenne – avevo con insolita sfacciataggine cercato sull’elenco del telefono il nome della sorella che abitava sotto di lui in via Medici, spinto dalla freschezza emozionale che le pagine di Lunaria avevano mosso dopo un meraviglioso laboratorio sul sogno e la memoria che la ‘pasionaria’ Rosalba Galvagno aveva tenuto pochi mesi prima a Catania, e che includeva, oltre all’approccio freudiano, la mitografia bucolica degli Idilli del conterraneo Teocrito, il modello del II Canto del Paradiso di Dante (con la teoria delle ‘macchie lunari’), il XVII Frammento di Leopardi (Odi Melisso, io vo’ contarti un sogno…), la parziale ripresa in Argo il cieco di Bufalino ed infine la splendida fabula «volutamente barocca ed ingenuamente romantica» di Lucio Piccolo Le esequie della luna. L’incipit di Consolo spiccava per l’alto tasso di poeticità (la luna che risorge come metafora dell’immutata fede nella scrittura in un mantra, un rosario lirico di straordinaria compiutezza fonica e ritmica):

Origine del tutto,

fine d’ogni cosa,

eco, epifania dell’eterno,

grembo universale,

nicchia dell’Averno,

sosta pietosa, oblio,

loto che nutre e schiude

la semenza.

Nutta, nuce, melània,

vòto, ovo sospeso,

immòto.

Oh notte di Palermo,

Mammuzza bedda,

lingua dulcissima,

parola suavissima,

minna d’innocenti,

melassa di potenti,

tana di briganti,

tregua di furfanti,

smània monacale,

desìo virginale:

deh dura perdura,

dimora,

ristagna nella Conca,

non porgere il tuo cuore

alla lama crudele dell’Aurora.

Quel «balletto lunare» – come amava definirlo l’autore dei Canti barocchi – ovvero le Esequie, era stato trasposto in prosa teatrale eclettica e musicalissima da Consolo, che infatti scriveva in esergo: «A Lucio Piccolo, primo ispiratore con l’Esequie della Luna. Ai poeti lunari. Ai poeti.».

Ero andato a far leggere al già affermato scrittore di Retablo un saggio per immagini sui luoghi e i versi di Piccolo, lui grande amico del poeta-barone esule da diversi lustri nella mitica villa di campagna in contrada Vina nella vicinissima Capo d’Orlando, quel nucleo che poi sarebbe diventato Lucio Piccolo. Poesia per immagini ‘nel vento di Soave’. A Consolo piacque subito quel titolo di ascendenza dantesca (Canto III del Paradiso), a metà strada tra la storia – ‘Soave’ è espressione che designa l’irruenza e anche la novità che portò la casata sveva di Federico II, alla cui corte nacque la prima scuola poetica in volgare e la cui ultima moglie fu Bianca Lancia, erede della torre-castello di Brolo, nonché madre di Manfredi – e la mera sensazione fisica (lo stesso Piccolo usava questa espressione per coniugare gli antichi fasti storico-poetici dell’isola con l’odorosa leggiadria delle sensazioni climatico-liriche che questa particolare zona della Sicilia ha sempre elargito con secolare dovizia).

La voce rotta di Consolo spaziava ancora fra i più svariati e fascinosi racconti della lunga amicizia con Piccolo (per tutti gli abitanti della zona ‘u Cavalieri), di cui gli rimase particolarmente impresso lo stranissimo ed eccezionale primo incontro, avvenuto nella putìa (bottega) del padre a Sant’Agata (Consolo quasi costretto a studiare legge a Milano per poter “gestire” in futuro l’attività di famiglia) dove Piccolo, accompagnato dal fido autista a bordo di una Lancia, si recava spesso a comprare personalmente la pasta e altri prodotti per sé e per i suoi amatissimi cani – per i quali creò poi addirittura un cimitero a Villa Vina, poi narrato in un vecchio racconto di Consolo, Il barone magico, risalente agli anni della collaborazione con lo storico giornale «L’Ora», poi confluito ne Le pietre di Pantalica e, successivamente, nella raccolta di scritti La mia isola è Las Vegas:

[…] Poi gli occhi di Piccolo si appuntarono sui miei libri, […] ne lesse i titoli: Almanacco perpetuo di Rutilio Benincasa, Guida del monte Pellegrino. […] «Gli almanacchi, le guide, le storie locali, ah, sono pieni d’insospettabile poesia».

Oltre alla poesia li accomunava il profondo studio dell’etno-antropologia, della cultura popolare.

Poi la folgorante coincidenza che dissi sbalordito e incredulo anche a Enzo (così dopo qualche incontro mi disse di chiamarlo nonostante la grande differenza d’età): la putìa dei Consolo era la stessa che mio nonno Nino, commerciante ambulante nell’area nebroidea, mi raccontava di aver ‘servito’ col suo olio, il suo vino, il grano e le sue famose miénnuli (mandorle) sin dai difficili anni del dopoguerra, “… ‘o spissu và scarricava ‘a miécci nné Cunzuli a SSant’Aita” (spesso andavo a scaricare la merce dai Consolo a Sant’Agata). Chissà, fantasticava la mente, se il sommo poeta di Gioco a nascondere avesse mai fatto cunzàri (condire) dalla sua servitù – Consolo stesso si firmò come Enzo Cunzolo nel suo primo racconto Un sacco di magnolie, rivendicando a tutti i costi la terragna sicilianità del termine col doppio significato di condire e preparare, lui proveniente da una famiglia di commercianti originari del catanese, piuttosto dell’ovvio etimo latino – i luculliani banchetti col cugino Tomasi di Lampedusa (anche se il buon Sciascia soleva dire che era Tomasi ad essere cugino di Piccolo e non il contrario, sottolineando così la superiorità del poeta nei confronti del futuro autore de Il Gattopardo) con l’olio spremuto da mio nonno, o bevuto il robustissimo vino delle uve di montagna delle mie parti o, ancora, fatto preparare le famose cassate palermitane con le miénnule caricate in pesantissimi sacchi di yuta anche sulle gracili spalle di mio padre ragazzino e poi stipate sullo scassato Leoncino grigio (marca OM) ancora vivo nei suoi ricordi d’infanzia. Coincidenze viscerali che trascendono la letteratura!

‘A discussiuòni spesso andava agli scrittori amati e odiati. Di Vittorini in particolare gli parlai una volta, e del clamoroso errore che aveva commesso in Conversazione in Sicilia, quando lo scrittore – per bocca del protagonista Silvestro (nome casualmente anche di mio padre) – parlava di alcuni paesi dell’entroterra isolano, tra cui quello di origine della mia famiglia, Troina, arroccato e imprendibile – nido d’aquila lo chiamava il gran Conte Ruggero il Normanno – tra le nebbie e i fumi del vicino grande vulcano (‘u Muncibbeddu, L’Etna, il Montebello), definendolo di lingua gallo-italica. In realtà l’isoglossa francofona è sì presente in altri comuni limitrofi (San Fratello, Nicosia, Aidone, Piazza Armerina, ecc.) ma non a Troina, il cui dialetto è un derivato di tratti greco-arabi. Lui rise mezzo sconcertato dalla mancanza di approfondimento di Vittorini, il quale avrebbe poi fatto l’azzardata scelta di non far pubblicare Il Gattopardo nei suoi ‘Gettoni’ Einaudi per incongruenza con quella collana (ma lo consigliò a Mondadori, lasciando poi campo libero al clamoroso scippo editoriale che fece la fortuna di Feltrinelli qualche tempo dopo).

Da lì ad arrivare alla questione politica il passo fu breve. Il comunismo, gli accenni al sessantotto, lo spudorato dileggio di quello che ironicamente lui chiamava “il cavaliere con macchia” – l’allusione non necessita di ulteriori spiegazioni – l’amicizia fraterna con Zebedeo Basile, ancora conosciuto a Capo d’Orlando come il “sarto rosso” (alcuni anni dopo scoperto essere nonno di una cara amica di ‘vasche’ nel paese paladino: ancora coincidenze su coincidenze ad incastro!).

Venendo ai ‘quaquaraquà’ – termine di sciasciana memoria – agli scrittorucoli, sicuramente al primo posto c’era Camilleri e la sua finta mescidanza di pseudo dialetto italianizzato ed ironia spicciola ma accattivante agli occhi del lettore moderno (Consolo soleva continuamente ripetere quanto l’inventore del commissario Montalbano fosse stato astuto nell’italianizzare termini di facile comprensione e portarli all’uso comune nell’intercalare di lallazioni becere del tipo: non ci rompere i cabbasisi, degli scantò, degli si accomodasse e soprattutto della faciloneria con cui venivano presi e ‘canciati’ nomi di luoghi come Licata/Vigata). Ad ogni modo l’odio era reciproco perché lo scrittore de Il sorriso dell’ignoto marinaio confessò candidamente che Camilleri aveva dato il nome Enzo all’antagonista di uno dei suoi racconti. D’altronde, riflettendoci, si tratta di lingue diametralmente opposte: il neo-barocco eclettico di Consolo, d’impronta dantesca, che coniuga la propensione al cultismo, al solecismo con la studiata tramatura per così dire ‘geoscenografica’ e, di contro, la scorrevolezza fin troppo ammiccante del cuntatùri agrigentino, sempre ai limiti del facile populismo.

L’ultima volta che incrociai i suoi occhi già semispenti dalla malattia fu in un’altra giornata metaforicamente tempestosa da cui uscirono poi questi versi a lui dedicati:

Un piovastro

sufflato

in sabbia

frantuma

con bronzo di vento

verdicchio

vetro d’onde

– ancora

s’aprono

i monti vicini,

(è malsicuro

anche il secondo) –

in questo

semilago

annidato

del cuore,

che tutto

confonde

eccetto il passato.

Mi accolse umanamente avvolto in una vestaglia marrone, da cui sbucava una vecchia maglia della salute, come quelle sfoggiate anche da mio nonno durante i freddi pomeriggi invernali. S’intuiva già l’appannamento, traluceva l’ansia, la paura per l’imminenza dell’oblio, eppure insieme quello strano lucore convulso che si ha nell’infanzia, lo stesso della continua scoperta, della vita che invoca disperatamente altra vita.

«[…] Io non so che voglia sia questa, ogni volta che torno in Sicilia, di volerla girare e rigirare, di percorrere ogni lato, ogni capo della costa, inoltrarmi all’interno, sostare in città e paesi, in villaggi e luoghi sperduti, rivedere vecchie persone, conoscerne nuove. Una voglia, una smania che non mi lascia star fermo in un posto. Non so. Ma sospetto sia questo una sorta di addio, un volerla vedere e toccare prima che uno dei due sparisca.» (da Le pietre di Pantalica).

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