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“Il Ciclope” ed il mito dello straniero – intervista ad Angelo Campolo

di Marta Cutugno

È ormai imminente il debutto de “Il Ciclope“, in scena a partire dal 24 maggio al Teatro Greco di Tindari. Il dramma satiresco di Euripide, riletto alla luce del nostro incontro con l’altro, il diverso, lo straniero, sarà diretto da Angelo Campolo, una produzione Teatro dei Due Mari e Compagnia Daf-Teatro dell’Esatta Fantasia. Lo spettacolo vedrà impegnati sul palcoscenico otto attori – tra questi Edoardo Siravo nel ruolo del protagonista – accompagnati dalle musiche originali di Marco Betta eseguite dal vivo da Francesco La Bruna: un’occasione per riflettere sulla contemporaneità con lo sguardo rivolto ai miti di ieri.

Dopo il debutto siciliano, Il Ciclope proseguirà la sua tournée al Festival Internazionale di Ravenna il 7 e l’8 luglio e al Teatro Romano di Ostia Antica il 9 luglio.

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Per i nostri lettori, abbiamo intervistato il giovane regista Angelo Campolo, recente finalista al premio UBU 2016, nella categoria “miglior attore under 35“:

Angelo, “Il Ciclope” ci conduce, inevitabilmente, alla riflessione sul tema dell’accoglienza di ogni diversità. In che modo questo spettacolo racconta alle nostre coscienze del mito dello straniero?

A.C:La struttura ed i temi del Ciclope sono affascinati e misteriosi al tempo stesso. Non si tratta di una satira vera e propria, ma non è nemmeno un dramma in senso classico. Euripide riprende una storia già conosciutissima dal pubblico di allora e “innesta” nel racconto tradizionale delle varianti per dirci qualcos’altro, per spostare altrove la nostra attenzione. È chiaro che di fronte a storie così universali le chiavi di lettura sono infinite. Insieme al mio gruppo di lavoro, abbiamo scelto di partire da quei frammenti del testo che disinnescano i pregiudizi sui personaggi più classici (l’orco, il satiro, l’avventuriero) per giocare sul continuo ribaltamento di attesa e disattesa nei confronti dell’altro, dello straniero. Esploriamo una terra ignota con gli occhi di un giovane “occidentale”, Ulisse, il quale convinto di essere piombato in un mondo di primitivi, scopre progressivamente di avere di fronte lo specchio deformante della sua stessa civiltà di provenienza. Questa “crisi” rimette continuamente in discussione il concetto stesso di straniero e di atteggiamento da assumere nei confronti dell’Altro.  

È uno spettacolo che vedrà sul palcoscenico la presenza di otto attori, tra questi Edoardo Siravo nel ruolo del Ciclope ed un musicista, Marco Betta che firma le musiche eseguite dal vivo da Francesco La Bruna, in un incontro-scontro tra due opposte civiltà. Cosa puoi anticiparci a tal proposito? 

A.C.:Abbiamo scelto, insieme a Marco Betta, di lavorare all’idea che la musica, nello “spazio/regno” del Ciclope, fosse qualcosa di proibito poiché legata al ricordo di una passato da cancellare, alla memoria di qualcosa che non deve esserci più. L’idea di Dioniso, anelato dai Satiri, schiavi del Ciclope, è dunque più legata al ricordo della musica che a quello del vino. Marco ha composto dei veri e propri “paesaggi musicali” che rappresentano un valore aggiunto allo spettacolo. Sono onorato e felice di questa collaborazione che ha aperto nuove e interessanti strade da esplorare in fase di studio del testo. Citavi il protagonista Edoardo Siravo, che ringrazio per il coraggio di essersi messo in gioco con un giovane regista (questa di fatto sarà la mia prima vera prova) ed un gruppo affiatato grazie alla presenza di attori che ammiro come Giovanni Moschella, Eugenio Papalia, Francesco Natoli, Michele Falica, Patrizia Ajello, Tony Scarfì.  Mi va di citare e ringraziare tutta la squadra, senza la quale questo progetto non sarebbe mai esistito: Simone Corso e Adriana Mangano, assistenti di regia, Giulia Drogo alle scenografie e i costumi, Sarah Lanza ai movimenti scenici, Giovanni Puliafito come sound designer, e naturalmente Giuseppe Ministeri che con “Daf” produce lo spettacolo, in collaborazione con il Teatro dei due Mari. 

Secondo la tua opinione, quanto il pregiudizio all’indirizzo di chi è diverso e straniero in terra straniera condiziona il nostro vivere quotidiano e quanto il teatro e l’Arte, più in generale, possono aiutarci ad andare oltre ogni barriera? 

A.C.:Il nostro vivere quotidiano, al momento, è segnato da una crisi profonda, sia economica che di prospettive verso il futuro. Canalizzare la nostra rabbia, i nostri pregiudizi, alla ricerca di un capro espiatorio nei confronti del quale sfogare la nostra frustrazione, trovo che sia un atteggiamento umano francamente patetico. Davvero crediamo che il problema sia quello? Che la nostra vita cambierebbe in meglio senza stranieri? Io ho un attitudine positiva nei confronti del fenomeno migratorio, non dimenticando che noi stessi siamo i protagonisti di una drammatica emigrazione silenziosa che di fatto sta spopolando intere città e piccoli comuni del Mezzogiorno. Io mi sento perennemente straniero. L’incontro con l’Altro credo debba essere vissuto come un’occasione, nel bene e nel male, una crescita, un atto di maturità. Lontano naturalmente dalle facili santificazione e dal buonismo. Incontrare l’Altro può rivelarsi anche una delusione, può aprire uno scontro, una ferita. Ma quasi sempre i pregiudizi sono mossi da chi, di fatto, rifiuta a prescindere qualsiasi tipo di confronto.   

Facendo riferimento al mito dello straniero non possiamo non ricordare l’impegno e le energie che, in questi ultimi anni, hai investito in favore dell’integrazione e del coinvolgimento di giovani attori minori migranti in laboratori e spettacoli. Cosa significa per te questa esperienza e come vivono il teatro questi ragazzi? 

A.C.:È un’esperienza umana eccezionale che naturalmente va ben distinta dal vero e proprio lavoro in teatro. È un’avventura che in questi due anni abbiamo condotto con la nostra compagnia Daf, insieme a tanti ragazzi stranieri che hanno regalato con i loro corpi e le loro storie il racconto delle profonde contraddizioni che attraversano il nostro presente.

Finita la tournée con “Il Ciclope” quali altri progetti ti attendono?

Debutto al Napoli Tetro Festival il 22 giugno con I Bambini della Notte, spettacolo che, in forma di studio, ha già raccolto importanti riconoscimenti in diversi concorsi e festival teatrali in Italia. Il 7 giugno, invece, al teatro India di Roma, porteremo in scena “Vento da Sud Est” di Simone Corso, con in scena giovani attori italiani e maliani.

In copertina: Angelo Campolo, Ginmarco Vetrano photographer

 

IL CICLOPE
Teatro dei Due Mari, Daf – Teatro dell’Esatta Fantasia
tragedia satiresca di Euripide
traduzione di Filippo Amoroso
con Edoardo Siravo, Giovanni Moschella,
Eugenio Papalia, Francesco Natoli, Michele Falica, Patrizia Ajello, Tony Scarfì
drammaturgia e regia di Angelo Campolo
musiche originali di Marco Betta eseguite dal vivo da Francesco La Bruna
movimenti scenici: Sarah Lanza
scene e costumi: Giulia Drogo
sound designer: Giovanni Puliafito
assistente alla regia: Simone Corso
produzione Teatro dei Due Mari, compagnia Daf-Teatro dell’Esatta Fantasia

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