Tomas Saraceno, Galaxies Forming along Filaments, like Droplets along the Strands of a Spider's Web

Poeti, Santi & Navigatori: lo stato in arte della poesia contemporana – #rubrica a cura di Lucia Tosi.

Ad agosto Carteggi Letterari si prende una pausa e sospende la programmazione ordinaria. Riproporremo post apparsi nel secondo anno di attività. La prima parte della, purtroppo breve, rubrica di Lucia Tosi per Carteggi Letterari (pubblicato il 4 giugno 2015).


Tomas SaracenoGalaxies Forming along Filaments, like Droplets along the Strands of a Spider’s Web

Con questo articolo si apre una rubrica bisettimanale a cura di Lucia Tosi, che andrà ad esaminare, per grandi linee e tendenze, lo stato attuale della poesia contemporanea italiana. Una volta esaurite le premesse generali, la rubrica si concentrerà sulla lettura critica di un libro ogni due settimane, mettendone in evidenza debolezze, criticità e aspetti positivi, ove ce ne fossero.

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di Lucia Tosi

“L’avvento del web e dei Social Network ha poi creato le condizioni per un altro imbarbarimento. Il poiein si è ridotto ad una ridicola mostra di dilettanti dei dilettanti – poeti domenicali – che pur di dar sfogo al proprio ego pieno di narcisismo, infestano pagine e pagine con risultati riprovevoli e mortificanti. Paradossalmente ci si è riscoperti tutti poeti oltre che santi, navigatori e allenatori di calcio. Nessuno nega il diritto di esprimersi ma si deve anche realisticamente osservare che la poesia brutta deturpa e opprime quel poco di buono che resiste alla decadenza.” [per leggere il testo completo di Maffii basta cliccare QUI]

Di post in post ho trovato questa condivisibile osservazione di Giulio Maffii. Ero partita dal suo articolo di commento a Andrea Inglese, “Questioni di architettura più che di poetiche” (che non ho capito per buona parte, questo, causa una certa ruggine installatasi tra le pulegge, le carrucole e le ogive di questa vecchia macchina troppo antiquata, troppo old fashion, classica, anzi: classicista, che è il mio cervello e la sua cultura che ne è la tappezzeria consunta). Lo so, lo so: figuratevi se non lo so!: l’amato Gadda direbbe che le zucche delle pittatrici d’unghie etc., che, insomma, il problema di non capire è in chi riceve il messaggio, anche se, abbiate pazienza, ci avrei un po’ la mano circa sintassi e lessico, giri di frase, ipotassi e dintorni. Ma non voglio farmene uno scudo. Dicevo che condivido (anche se non sembrerà) l’osservazione di Maffii: m’è venuto anche un po’ da sorridere, perché penso alla mia vicenda di domenicale, autoironizzata in apertura del mio blog che recita esattamente un invito ad andare oltre i poeti della domenica (e vi cito santi&navigatori) per approdare agli “scrittori del lunedì”. Proprio nel mio blog, che visito poco in veste di lettrice, ho ritrovato dei post – dimenticati – che scrissi ogniqualvolta mi imbattei in un articolo in rete, o in un commento ad un articolo che deprecava, per l’appunto, la domenicalità di tanta “poesia”.

Uno è questo, ritoccato per renderlo adeguato al presente scopo, liberandolo dalla mia cattiva abitudine all’affaticante tuttominuscolo e dai riferimenti a me stessa che non sono interessanti: e che sarebbero contraddittori, dal momento che non sono d’accordo con Maffii circa il fatto che l’articolo citato di Inglese su “Ulisse” non sia anch’esso un altro di quei “vaniloqui di personalità narcise” che dice di aver incontrato in quel numero della rivista.

Era l’ottobre del 2013, non ricordo da dove sia partito lo stimolo: probabile dall’ennesimo articolo su questo argomento caldissimo, della domenicalità della poesia (da qui in poi, se mai scriverò ancora qualcosa qui, “domenicalità” tout court, intendendo con ciò poesia webbica e l’altro fenomeno ad essa connesso di poesia a pagamento).

Non so sinceramente se la poesia sia arrivata al suo livello di saturazione: so invece che esiste la (semi) libertà di espressione. Mi par di capire che esiste chi si loda segretamente da sé e si convince di essere un bravo poeta e so che c’è chi non arriva nemmeno a lambire l’orlo della veste, quanto a capacità, del sedicente bravo poeta e dunque immaginiamone il livello complessivo. Se il “poeta” è intelligente smette di scrivere, ma più spesso continua, in base a quanto quello scrivere lo fa star bene non avvertendo il senso del ridicolo. So ancora che ho visto in questi cinque anni di “scrittura” (oddio, questa parola) un mondo un po’ pienotto, effettivamente popolato da forse troppe presenze: ma districare il bandolo della matassa, trovare il modo di stabilire una specie di canone per la poesia italiana contemporanea, in molti casi per la poesia-si-fa-per-dire-poesia italiana contemporanea, è cosa buffa e oziosa. Lo stesso vale per la narrativa, anche se lo stato dell’arte non è identico.
Mi pare di aver capito, più in generale, che, se scrivi, ti esponi, e questa esposizione urta molti bizzarri spiriti, ma mi pare anche di poter stabilire che la rete abbia solo amplificato un’esposizione molto tradizionale, inevitabile, consunstanziata da sempre al processo di scrittura: se scrivi su un blog o su FB è chiaro che tutto si mette a girare veloce e finisci sulla tavola anche di chi non avrebbe nessuna intenzione di leggerti, mentre un tempo ti leggevano solo amici e parenti volonterosi e poi, chissà, da lì magari iniziava un cammino serio di lavoro poetico e di pubblicazione a stampa (bisogna sottolineare “a stampa”, per marcare la diversa territorialità, che non è cosa in cui credo, ma a cui tiene la maggior parte di chi scrive).
Perché mai tutta questa arcigna resistenza al fatto che si sta in tanti sulla rete, volendo intendere, quasi, che intasiamo i vari circoli e circoletti e circuiti e confraternite e alleanze – sempre che ne abbiamo tutti parte: del che, per il momento, mi pare di poter dire non sia così – con i nostri terrificanti, meno terribili, mostruosi, belli, brutti “pezzi” in rima o in versi o semplicemente andanti a capo a casaccio? Ma che male fa tutto questo movimento, questo incontro-scontro fluido, oscillante, debordante di immagini, di idee, di prove, di ingenuità? Apparteniamo a quest’epoca, non a quella di Saba o Caproni che per molto tempo, va ricordato, non vennero presi minimamente in considerazione dall’establishment poetico, se si può   così definire quella che era una comunità intellettuale certamente più compatta e solidale di oggi: anzi, oggi parmi non esserne veruna. Solo dopo aver scritto quasi tutto essi si imposero all’attenzione del grande (piccolo) pubblico della poesia: chi lo sa se fossero stati poeti di questo tempo se non avrebbero anch’essi postato le loro poesie su una bacheca?
Solo il tempo farà giustizia: ma anche no, perché il sistema in atto (vedi ad esempio l’estrema orizzontalità della rete) non consente l’emergere dei talenti, mentre continua a mettere sull’altare chi, per qualche ragione, non sempre di reale valore, c’è già arrivato: qualunque cosa scriva (e questo vale, e molto, nonché soprattutto, per la narrativa).
Perciò il chiamarsi fuori, lo sdegno un po’ peloso per l’intasamento fognario dei bassifondi della poesia, mi pare inopportuno. Avanti! c’è un mucchio di posto.

Questo era lo “sfogo”, per dir così: e ancora mi pare di poter convenire con me stessa su molti punti. Andando oltre la domenicalità, eliminata la quale resterebbe tuttavia una gran massa di “scrittura” poetica, si possono forse stendere dei repertori, degli archivi poetici, come peraltro “Carteggi” ha fatto e sta facendo, dai quali espungere, una volta letti, altri poeti-non-poeti, e così via, fino ad arrivare a una quintessenzialità di poeti ancora nemmeno paragonabile nei numeri, che sarebbero sempre molto elevati, a quelli del passato anche più recente. A che vale, dunque, un qualunque discorso sulla poesia che voglia fare da argine allo straripare del poetichese, ai suoi infiniti rivoli e rivoletti fatti di vecchie nonne, gabbiani in volo, tramonti, albe, mani nelle mani, e sgrammaticature, ed esclamativi, e puntini sospensivi? E a che vale l’ennesimo discorso sulla poesia in cui si parli di se stessi fingendo di parlare d’altro, cosicché non sembri si stia segretamente elogiando, compiacendosene, il proprio libello: si parla allora di architettura della poesia in luogo di poetica, senza peraltro render conto né dell’una né dell’altra accezione in cui si vogliono intendere i due poli della questione. In quell’articolo, come in mille altri, tutti egualmente criticabili per l’abitudine ad amoreggiare con la terminologia, inventandone di nuova, come se non avessimo un già nutrito – e per certi versi pessimo – metalinguaggio letterario, si allude, nel finale, ad un alcolicissimo discorso fatto sul tema a un fantomatico poeta lirico-ma-evoluto, critico-lirico. Ecco, prendo per buona l’idea che, alla fin fine, per quanto ci si sforzi di essere “epici”, distaccati, non lirici, non soggettivi, ogni discorso, e a maggior ragione un discorso poetico, sia fondamentalmente soggettivo e autonarrante e narrativo-allegorico e, senza dubbio, orrendamente collassato sull’immondo autobiografismo. Poeta, se vuoi fare il critico, non bere, per prima cosa. Critico, se vuoi fare il poeta, bevi un po’.

E vengo al mio personale infinitesimo parere sulle frontiere, ormai rotte, della poesia contemporanea. In poesia c’è una soglia sotto la quale le questioni di gusto non possono più avere cittadinanza: ci sono versi che non sono poetici, cose francamente brutte che possono tuttavia piacere (come può piacere un brutto mobile o una “crosta”). Sopra quella certa soglia si può cominciare a discutere e ad accampare “anche” la soggettività del gusto. E’ un’idea, attenzione, non elitaria della poesia (ché, questa, salverebbe poco o niente): è un pretendere che i versi suonino, che abbiano ritmo, degli invisibili – ma poi visibilissimi – percorsi interni fonosimbolici, richiami, rimandi, spessore semantico, attenzione alla tradizione, polisemia. Come raggiungere tutto questo fa parte dello studio di ciascuno e che ciascuno porta avanti a proprio modo: chi occultando, chi palesando, chi credendo nella “denuncia” del fare poetico, chi nell’inutilità dell’utilissima poesia, chi con finte fanciullaggini, chi con piglio maturo, amaro; chi nel disincanto, chi nell’incanto.
E chi con tutto questo e molto altro.
Dacché le barriere dell’imposizione del verso canonico sono state rotte, la poesia si è diramata in direzioni molteplici: è una condizione che dura da circa cent’anni, irreversibile. Niente come questa terra sconfinata che si è aperta ha permesso l’approdo al fare poetico di un esercito di “poeti” che, in questo modo, possono aggirare l’ostacolo della versificazione e del ritmo, peraltro apertamente osteggiati, come capita di leggere, come gabbie da infrangere.
Credo invece che, pur con l’impiego di “versi diversi”, la poesia si dichiarerà sempre per la presenza di queste matrici: mimetizzate, meno dichiarate, ma pur sempre vitali. Temo che l’azzeramento, soprattutto se sbandierato, di queste che non sono “gabbie”, bensì l’anima stessa dell’espressione poetica, il suo marchio di fabbrica, costituisca un alibi che permette, e ha permesso, l’approdo alla (presunta) poesia di tanti che semplicemente non sono poeti. Cosa siano non lo so: ma non poeti. E fra questi allignano molti già canonizzati per gli strani meccanismi del sistema vigente, cui ho accennato. La presenza di qualche centinaia di migliaia di “poeti” francamente orrendi rende il quadro solo più confuso e permette che, scappando dalle gabbie suddette, da ben altre gabbie paiano, invece, fuggiti in molti.

(continua)

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