“Riscopriamo la rabbia”. Simona Baldelli presenta il suo nuovo romanzo a Catania

Di Alfredo Nicotra “La rabbia è un sentimento che muove il mondo, capace di capovolgerlo”. Con queste parole Simona Baldelli ha presentato in questi giorni a Catania il suo nuovo romanzo “La vita a rovescio” (Giunti 2016). Incalzata dalle domande di un pubblico partecipe e numeroso e dalle riflessioni puntuali dello scrittore Luigi La Rosa (che nel 2015 ci sorprese con il suo esordio obliquo, “Solo a Parigi e non altrove”, edizioni ad est dell’equatore), l’autrice, finalista al Premio Italo Calvino 2012, al suo terzo romanzo, con un passato da drammaturga e sceneggiatrice, ha raccontato il duro lavoro filologico e di documentazione che ne ha accompagnato la stesura, la sua genesi “magica”, ricca di premonizioni e di “presenze”, e i retroscena legati ad esso. “La vita a rovescio” è un romanzo di fughe e di travestimenti, metamorfico e ovidiano, e allo stesso tempo lieve come un romanzo storico e d’avventura, “di cappa e spada” – spiega – ma deleuziano per la densità e la problematicità dei contenuti. La continua e instabile ricerca da parte della protagonista di “divenire altro” rispetto alle leggi molari e morali del proprio tempo. Il palinsesto del romanzo di Baldelli è il saggio di Marzio Barbagli, “Storia di Caterina che per ott’anni vestì   abiti da uomo” (Il Mulino 2014), che la scrittrice ha rimaneggiato e romanzato rendendo la vicenda più estrema nei suoi sviluppi ma meno tragica.

Caterina Vizzani è una popolana romana, quattordicenne trasteverina, che un giorno del 1735 comprende di vedere, percepire e immaginare se stessa e il mondo intorno “a rovescio”. Ama i lavori manuali nella falegnameria del padre, non si turba del proprio aspetto estetico compromesso dopo che il vaiolo le ha morso il viso sfregiandola per sempre, aborre la Chiesa e il ricamo. E urla la propria rabbia mentre tutti le ingiungono un comportamento più sobrio e discreto, consono ai costumi delle altre donne. È in tale crescendo del climax, che segue gli svelamenti progressivi del sé, che Caterina scopre il piacere erotico per le altre donne. Una passione così coinvolgente da mettere a repentaglio la vita e perderla. Accusata da una nobile famiglia di averne circuito la figlia viene imputata di corruzione, sodomia e stregoneria e costretta alla fuga mentre il mondo intorno sembra saldo nei suoi cardini. Un “romanzo caravaggesco ” – come lo interpreta La Rosa – picaresco, che ritrae degnamente l’humus culturale e il milieu del tempo, con il suo straordinario disordine fatto di ribaldi, banditi e vagabondi che attraversano le strade della penisola, personaggi borderline che rifiutano le regole sociali. È con uno di essi, una puttana, che Caterina partorisce l’intuizione estrema capace di rivoltare la sua vita e per un po’ le regole che governano la società. Come nell’Orlando innamorato di Boiardo, smettere i panni della “femmina” per vestire quelli da uomo, e assaporare oltre al piacere erotico per le donne quello più inebriante del Potere. Capace e caparbia sarà un amante vigoroso e insieme l’amministratore moderato e giusto di una piccola comunità, Giovanni Bordini. Baldelli sfiora insieme ai temi dell’emancipazione femminile e dell’identità sessuale anche il tema dei rapporti dei corpi col potere. Facendo della protagonista uno di quegli “anormali” foucaultiani. È infatti una domanda insistente quella che il libro pone, se il rapporto rispetto al potere può essere davvero messo in crisi, sovvertito o se si corre il rischio di reduplicarlo. E ai lettori spetta leggere il libro per trovarvi la conclusione. Restando nel campo delle allegorie rinascimentali del romanzo cavalleresco, più volte citato nella trama del romanzo, Baldelli ha scritto una allegoria della capacità immaginativa e ribaltante della letteratura. Tale quando è in grado di reinventare i ruoli e i valori, e i canoni, di straniare, di spostare l’orizzonte d’attesa dei lettori. Tale quando è capace di non provare imbarazzo per i propri “scatti di rabbia” e non temere di “pensare a rovescio”, urlando contro quel mondo chiuso in circoli e bande che è l’editoria italiana. Perché “solo con la rabbia” – ci confessa l’autrice – “si agisce” e reagisce alle varie ingiustizie sociali e a certi rituali da ossequiare. La rabbia è infatti un “sentimento di cui spesso ci si vergogna, quando invece andrebbe riscoperto, coltivato e riscattato, perché l’unico durevole e perché è l’unica emozione a cui segue sempre un’azione”. Anche nel “mercato inquinato” che inevitabilmente è diventata l’editoria in Italia, in cui spesso i valori letterari e i giudizi sulle opere sono sfalsati. Perché “chi è depositario di una storia capace di immaginare il mondo in maniera diversa e di riparare alle ingiustizie ha l’obbligo di raccontarla”.

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