Carteggio XXXII: Leggendo un’intervista di Michel Houellebecq – di Margherita Rimi

Carteggio XXXII: Leggendo un’intervista di Michel Houellebecq, in «Il Corriere della Sera – La lettura», 25 ottobre 2015.

Da più parti si leggono e si sentono affermazioni della cui buonafede non si può dubitare, ma che nei fatti squalificano la poesia: la poesia è semplice, non richiede tanto tempo, basta l’ispirazione, un andare a capo, basta un po’ di carta e “un po’” di matita e altre cose di questo genere.
Alla domanda dell’intervistatore: «Perché scrive poesie, che cosa la spinge, da tempo, a comporre versi?», così si esprime Houellebecq: «non lo so esattamente, ma prendono poco tempo. Non c’è bisogno di ripetersi per forza che hanno un senso, perché si scrivono in fretta. Dunque direi che è un’attività spontanea».
Non è condivisibile pensare che scrivere versi richieda “poco tempo” e che la poesia si possa scrivere “in fretta”, che questa sia “un’attività spontanea”, non si possono scrivere cose che non abbiano “un senso”.
Al contrario, scrivere poesia richiede tempo per la necessità di elaborazione di quanto vissuto ed esperito dal poeta nel suo rapporto con il mondo e con se stesso, una elaborazione che riguarda il pensiero e i sentimenti, i temi e i motivi della sua arte. La maturazione di questi processi richiede tempo, richiede tempo la ricerca delle parole che ne rappresentano i significati, quei significati che, prima di tutto, deve trovare il poeta stesso. Ecco, le parole raffigurano questo percorso.
Per esempio, Francesco Petrarca ha lavorato ai versi del suo Canzionere per tutta la vita; anche Giuseppe Ungaretti ha corretto e ricorretto le sue poesie.
Il poeta attraverso la poesia fa un lavoro di ricerca, di studio, e di conoscenza, per ricongiungere se stesso, la sua esperienza emotiva e di pensiero, i suoi ricordi, i temi che gli stanno a cuore e la sua visione del mondo, alle parole. Cogliendo così la verità umana nell’esperienza estetica.
La creazione poetica, dunque, non è il “moto spontaneo dell’anima”, anche se a volte può sembrarlo. Scrivere poesia è una continua “formazione” etica ed estetica nel rapporto con la lingua, con la verità.
Per scrivere versi bisogna avere innanzitutto qualcosa da dire, un pensiero in cui questo venga raccolto, la capacità di scriverlo in non molte parole, in una forma sonora, in una richiesta di bellezza. Dunque la poesia non vuole poco. E’ il risultato estetico dell’interazione tra il poeta e le parole, tra il poeta e la lingua, e viceversa. In questo processo dinamico di interazione tra il poeta che trova la parola e la parola che trova il poeta, è compreso l’atto artistico, etico e conoscitivo.
Ancora, nella stessa intervista, Houellebecq dice: «La poesia non sopporta l’ironia, e neanche lo humour». Anche questa affermazione non è condivisibile, perché tutto può essere piegato alla poesia, tutto può servire alla poesia, e tutto può servire la poesia: così l’ironia e la drammaticità, lo humour e la tragicità, la scienza, la matematica e la filosofia, che ne possono potenziare i valori e l’espressività. Basta pensare alla poetessa e premio Nobel, Wisława Szymborska e all’uso che fa dell’ironia dando leggerezza ai suoi versi; oppure a Leopardi satirico. Interessanti a riguardo sono gli studi fatti sulla tradizione comico-umoristico dalla studiosa e critico Daniela Marcheschi, per capire il grande ruolo dell’ umorismo e dell’ironia nella letteratura internazionale.

Margherita Rimi 16-01-2016


In copertina: Michel Houellebecq  (aprile 2015) © EFE/SIPA.

3 pensieri su “Carteggio XXXII: Leggendo un’intervista di Michel Houellebecq – di Margherita Rimi

  1. del fatto che la poesia (intesa quantomeno in senso debole di ambiente degli addetti ai lavori) non perdoni l’ironia (intesa quantomeno in senso forte e a-salottiero di sarcasmo) fa fede, per esempio, il dimenticatoio editoriale in cui è caduto Vito Riviello. A mio avviso, naturalmente. Un saluto

  2. Assolutamente d’accordo con la nostra grande poetessa, Margherita Rimi, la sua sintesi, concreta e vera è la giusta risposta alle affermazioni di Michel Houellebecq, che trovo, in alcuni passaggi, piuttosto svilenti per la stessa poesia. Ovvio che probabilmente tali affermazioni possano poi declinarsi in mille elaborazioni intellettuali e filosofiche di maniera, ma io preferisco le belle e semplici parole di Margherita per dire di quel che si nutre la poesia.

  3. Michel Houellebecq a volte pare non poter contare fino a tre prima di aprire bocca, come colto da foga compulsiva. Così pare dire e pure scrivere. Comunque dice e scrive così come lui esperisce la cosa, dal suo punto di vista, partendo dal suo vissuto. E allora sconvolge le menti, le sciocca, le scandalizza – almeno lo spera – a colpi di baggianate, anche se non sempre. Detto questo, condivido pienamente il profondo pensiero di Margherita Rimi, per esperienza personale. Insomma, facciamoci una bella risata.

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