Mario Fresa, "Catullo vestito di nuovo. Quattordici imitazioni" – di Eugenio Lucrezi

Mario Fresa, Catullo vestito di nuovo. Quattordici imitazioni, con due disegni di Prisco De Vivo, Galleria d’arte Lucis, Quadrelle, 2014, 120 copie numerate s.i.p.

La riflessione sull’antico è nutriente per il poeta, al quale porta linfa e sangue di immagini e di forme caricate di significati già soltanto perché date e ridate innumerevoli volte, e per questo preziose a chi cerca una lingua ricca di echi anche musicali, che si faccia eccezione all’opacità inerte della comunicazione di servizio. C’è però da stare in guardia, ché l’antico non è mai poetico di per sé, e il prelevarlo tal quale si porta appresso la fissità spettrale del reperto, la definitività, magari suggestiva ma non meno opaca, di un cadavere muto.
Ridare anima e vita allo spettro è dunque la sfida di chi si cimenta nella ripresa dell’antico, come fa con questo quaderno Mario Fresa, scrittore salernitano quarantenne e già insediato nel panorama letterario nazionale in virtù delle raccolte poetiche accolte in importanti collane, della cospicua attività di traduttore, di saggista curioso e, vivaddio, di impavido polemista.
Il corpus catulliano è patrimonio condiviso da quanti abbiano frequentato un liceo: i suoi versi ispirati o scurrili, gioiosi o disperati a seconda dei moti del cuore suo e di quello dell’amata, esaltano da sempre gli innamorati e fanno compagnia agli abbandonati. Fresa ne riprende, in questo quaderno dal titolo pascoliano, quattordici lasse, per cimentarsi in altrettante versioni in italiano che definisce imitazioni, la prima delle quali suona così: «e come certo non dispiacque, / all’agile ragazza, l’oro del pomo / che la sua casta ritrosia vinse per sempre, // ebbene sì, mi piace.» Al traduttore tutto è lecito, basta che ci sappia fare: che sappia leggere cioè l’originale nelle sue sfumature; e che, muovendosi a dovere nella fucina di casa, sia buon fabbro delle incandescenze del linguaggio suo proprio. Questa duplice perizia non basta però a vincere le inerzie di cui si diceva: per la riuscita servono altri due ingredienti che Fresa profonde senz’altro, e cioè il coraggio di osare e l’immersione nella contemporaneità. A che vale, infatti, la padronanza dei canoni, se il testo di partenza non viene reinventato, rimodulato e riposizionato sul sentire dell’oggi? Va da sé che i classici vanno letti, chi ci riesce, in originale; ma non sono classici se non sfidano i posteri, generazione dopo generazione, a confrontarcisi ogni volta daccapo, magari facendoci a botte, addirittura prendendoli in giro. Loro, i classici, non se la prendono, perché hanno le spalle larghe. E Fresa, da parte sua, deve essersi divertito non poco, con il suo Catullo, reinventandolo in un rinfrescante bagno di parole anche di nuovo conio, prelevate dai repertori più vari e sorprendenti.
Questo librino non è tuttavia soltanto una divagazione, la pausa di un letterato nell’intervallo tra opere di maggiore impegno: Catullo non ebbe il tempo di invecchiare, e quest’opera è anche un congedo dalla giovinezza, una riflessione, solo in apparenza leggera, sul tempo che passa.

Eugenio Lucrezi

TESTI

7

Lesbia, mi chiedi quanti baci desidero da te.
Vuoi sapere qual è il numero preciso che possa
farmi dire, soddisfatto: basta così, va bene!
Devono essere, i tuoi baci, tanti quanti sono
i granelli dell’infinita rena della Libia,
quella che sta laggiù, a Cirene, dove spunta
e si coltiva il salutare silfio, tra l’oracolo
estuoso di Giove padreterno
e il santissimo sepolcro del caro vecchio Batto:
i tuoi baci devono essere, allora, dei superbaci
pari alle stelle innumerevoli che stanno lì
a spiare, quando la notte è nel silenzio
intenta, i segreti appuntamenti
degli amanti: questo è il numero dei baci
che il tuo matto Catullo potrebbe, infine,
spingere a dire: basta così, va bene!

(ma che non sappiano mai nulla, i curiosoni,
dei nostri superbaci: ché se provano a contarli,
gli invidiosi, ci farebbero, sicuro, qualche potente
stregoneria).

8

Disgraziato Catullo, finisci la tua mania per sempre.
Basta così con le illusioni. Ciò che muore
è distrutto per sempre: ed è finito finito finito.
Li hai consumati i giorni di felicità,
quando correvi là, dove diceva l’amore tuo:
colei che fu adorata come nessuna mai!
E molti giochi deliziosi c’erano, allora:
sempre li ricercavi, né mai te li negava, lei.
E quanti istanti azzurri che hai vissuto:
ma adesso, vedi, non vuole più saperne.
Smetti anche tu, povero sciocco.
Non inseguirla più. Non sopravvivere:
ma torna, adesso, a vivere
di nuovo. Tu non cedere più.
Ma resisti, resisti, resisti.

Addio, cara ragazza. Non cederà, Catullo,
mai più ti cercherà; non ti vorrà per forza;
e a te dispiacerà di non essere da lui desiderata.
O sciagurata, sciagurata:
come sarà la tua esistenza?
E chi verrà da te? Per chi sarai bellissima?
E chi amerai? Di chi dirai che sei?
Chi riempirai di superbaci? E a chi mordicchierai le labbra?

Ma tu, Catullo, sta’ saldissimo e resisti, resisti, resisti.

16

Io ve lo imbecco nella bocca, e nel culo ve lo imbocco:
dico a voi due: a te, Aurelino bucaiolo, e a te, Furietto buco:
che per alcuni miei versi un poco spinti, mi avete giudicato
un perverso e un immorale! Ma sappiate
che un poeta, in ogni caso, rimane sempre onesto
e puro: la sua opera, invece, non dev’essere per forza
uno specchio di virtù. I suoi versi, quelli piccanti,
conditi con il sale e con l’arguzia,
possono, almeno, risvegliare giusto un poco
di prurito proprio laggiù, dove ci piace:
e non dico nei ragazzi, ma in quelli maturotti e stagionati,
che hanno le reni bloccate dall’artrite.
E voi, soltanto perché leggeste
le poesie dei superbaci, mi avete ritenuto
uno svenevole romanticone, oppure un tipo,
diciamo, poco maschio?
Ma io, a voi due,
nella bocca ve lo imbecco, e nel culo ve lo imbocco!

42

Versi miei, venite qui! Su, tutti a me:
uno per uno, e ovunque siate: ora, di grazia, tutti con me.
Una bagascia mi corbella, non vuol restituire
i miei quaderni di poesia – se voi lo permettete.
Diamole addosso, rivendichiamo il nostro.
Ma chi è, mi chiederete, ’sta bardascia? Chi è questa brocchiera?
La riconoscerete certo dal suo troiandamento,
dal risolino suo da gran mappina, dal suo muso di segugio bavarese.
Su, versi, andiamo! Girellatele intorno, e poi gridate:
«O infausto fetore! Tu, infetta Troia! Indietro, ora, i quaderni!
I quaderni, presto, indietro! O infetta Troia! Tu, infausto fetore!».
Ah, niente, è? Dell’ira mia tu non ti curi?
Ah donna-ciofeca, super-bivella, guidona, rufarola:
tu, peggio del peggio che si possa mai dire!
Ma niente, niente. Nemmeno questo è sufficiente.
Vediamo un po’ se si vergogna, la cagnaccia.
Forza, miei versi! Fate tutta la moìna: e alzate un po’ il volume:
«O infausto fetore! Tu, infetta Troia! Indietro, ora, i quaderni!
I quaderni, presto, indietro! O infetta Troia! Tu, infausto fetore!».
Ma non c’è verso! Ah, niente niente la smuove!
Vogliamo, che ne dite, cambiare un poco
lo stile e il tono? (si potrebbe, chissà, riuscire nell’intento):
«O casto fiore! Diletta Gioia! Donna di cortesia!
Che me li ridaresti, semmai quando ci hai tempo,
quei miei quaderni di poesia?»

51

Mi sembra un dio: anzi, bestemmio,
bello come il più bel dio,
e forse a un dio perfino superiore,
quello che a volte vicino a te
siede e ti ascolta, lieto,

mentre tu ridi: e invece io, vedimi un po’, meschino,
rimango là in disparte, proprio così,
sconvolto:

Perché quando ti vedo, Lesbia, tutto mi si cancella
e perdo, anche il briciolo di un ultimo
pensiero:

già s’inceppa la mia lingua e
una sottile fiamma invade le mie vene

Turbina un suono acuto negli orecchi

Lo sguardo cade nella notte

di un infinito buio.

51 b

Ah, restare così, senza far nulla,
proprio questo ti rovina: e lo accetti
volentieri, questo abbracciare il niente

che fu la gran rovina
di re potenti e di Città famose

56

Senti che tuna e che sberleffo: devi saperlo
e divertirti, se mi vuoi bene! Senti, e poi ridi:
vedo un ragnottolo ragazzo che faceva il ballo angelico,
là fuori, con una sua pivella già matura:
e allora, ascolta, io ce lo infilo, perdìo,
ma bello dritto, nel gregorio
del ragnetto ragazzotto:

ohé ma di scatto, proprio così,
per farci la sorpresa.

105

Minchietto ora saltella, con ardore, verso il Parnaso:
ma le Muse, schifate, pronti i forconi, sciù!

lo ributtano
giù


Mario Fresa è nato il 10 luglio 1973. Suoi testi in prosa, poesia, teoria, sono apparsi sulle maggiori riviste letterarie, «Paragone», «Nuovi Argomenti», «Almanacco dello Specchio», «Smerilliana», «Caffè Michelangiolo», «Erba d’Arno», etc. È traduttore (da Catullo, Marziale, Pseudo-Bernardo di Chiaravalle, Musset, Desnos, Apollinaire, Frénaud, Char, Duprey, Queneau) e autore di saggi e di interventi critici (L’amore e la donna in Baudelaire, 1997; Io è un altro. Rimbaud e l’altrove della parola poetica, 1998; L’inquieto ricercare, 2005; Attraverso lo specchio, 2012; La vocazione del giardino, 2013). Firma la rubrica Sguardi sul periodico letterario «Gradiva. International Journal of Italian Poetry», di cui è redattore. Tra i suoi ultimi lavori, Omaggio a Marziale (traduzioni, 2011); Uno stupore quieto (poesia, 2012); Come da un’altra riva. Un’interpretazione del Don Juan aux Enfers di Baudelaire (saggio, 2014); Catullo vestito di nuovo (traduzioni, 2014).

2 pensieri su “Mario Fresa, "Catullo vestito di nuovo. Quattordici imitazioni" – di Eugenio Lucrezi

  1. Grazie per questa proposta; mi procurerò il libro con la felicità di constatare che i cosiddetti “classici” sono ancora irrinunciabili e più moderni di tanti moderni; grazie a Lucrezi e complimenti vivissimi a Fresa.

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