CONSONANZE E DISSONANZE / Di cosa parliamo quando parliamo: “La gelosia delle lingue” (EUM, 2017) di Adrián Bravi

Commenti ingenerosi, quando non ostili, verso la letteratura italiana scritta da autori che non sono, per così dire, “autoctoni”, se ne sentono più o meno dalla sua nascita, fissata convenzionalmente al 1990, e cioè in parallelo alla prima esplosione demografica nei flussi migratori verso l’Italia.

Ancora si ricorda, ad esempio, l’infortunio linguistico di Giovanni Raboni, il quale, nell’articolo “Se l’italiano diventa lingua d’altri” (Corriere della Sera, 7 agosto 1998), aveva definito pig italian (“porco italiano”), presumibilmente in luogo di pidgin Italian (“italiano pidgin”), la lingua dei nuovi autori italiani.

Sono commenti dai quali io stesso non mi posso dire esente.

Recentemente, per fare un esempio, mi è capitato di analizzare testi come In altre parole di Jhumpa Lahiri (Guanda, 2015), riferendomi ad una “saggistica multiculturale” dalle aspirazioni intellettuali “interamente borghesi”. Da un lato, questa definizione non è del tutto estranea alla scrittura di Lahiri e, in particolare, alla sua considerazione del processo di apprendimento della lingua italiana come aspetto fondamentale all’interno della sua esperienza, che, in ultima istanza, pare essere stata di “trasferimento”, più che di “migrazione”, in Italia. Dall’altro, non si può certamente ridurre l’attenzione dell’autore migrante o pluri-locale verso le lingue di cui dispone, e verso le quali si espone, ad una definizione esclusivamente di classe (sperando sempre che “l’altro/a” si riveli più impegnato di “noi”, come mi sembra accada in modo piuttosto netto, nonostante certi infingimenti neolacaniani dell’autore, all’interno di un’altra mia recente lettura, La nuova lotta di classe, di Slavoj Žižek).

A corroborare queste ultime considerazioni giunge La gelosia delle lingue di Adrián Bravi (EUM, 2017). Scrittore di origini argentine, da alcune decadi residente nelle Marche, Bravi parte dalla sua esperienza di rimbalzo tra castellano e italiano – la famiglia dell’autore, com’è facile intuire dal cognome, e come Bravi stesso racconta, era stata, in principio, una famiglia di migranti italiani verso l’Argentina – per affrontare e squadernare in tutta la sua complessità i valori che può assumere il plurilinguismo per gli scrittori esuli, migranti o transnazionali.

Il primo riferimento che potrebbe venire in mente, a questo punto, è quello di Iosif Brodskij: non a caso, Bravi parte da lui e da Per compiacere un’ombra (orazione funebre di Brodskij per W. H. Auden, scritta in inglese nel 1983) per la sua avventura, che è inevitabilmente, e inestricabilmente, tanto letteraria quanto umana. Nelle 180 pagine del libro, infatti, la narrazione in prima persona di Bravi si alterna, scivolando con leggerezza calviniana e senz’alcuna soluzione di continuità, con le vicende e le parole di altri scrittori e scrittrici, di critici e filosofi, che sono talvolta apprezzabilmente recuperati dalla loro condizione di oblio nel dibattito culturale italiano (com’è il caso su tutti, per chi scrive, delle Mirabolanti avventure di Kornél di Dezso Kosztolányi, autore ungherese tradotto per e/o nel 1990 e riapparso poi fugacemente per Mimesis qualche anno fa).

Sotto questo aspetto, la notevole ampiezza e lucidità di sguardo di Adrián Bravi ci consegna un testo didattico, se non anche maieutico, nonché un compagno di riflessioni per chi legge. Compagno di riflessioni e anche di avventura, poiché c’è, in ultima istanza, un viaggio al quale questo testo prelude e che, dopo aver chiuso La gelosia delle lingue, diventa irrinunciabile: la lettura dell’opera stessa di Adrián Bravi, rincorrendo castellano e italiano direttamente tra le sue righe.

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