FLASHES E DEDICHE – 82 – IL PAESAGGIO DELLA DE MARCHI

Paesaggio con ossa (Arcipelago Itaca 2017) di Lella De Marchi non è certo un libro che passa inosservato o che non lascia il segno in un lettore attento. Al di là di riduttive definizioni, il lavoro contiene varie tematiche che si dipanano proprio da un “corpus” centrale. Il corpo, levigato, consunto, trasparente è base, punto di riflessione, corpo patiens. Questo corpo che è diventato a cavallo degli anni 2000 seme per la poesia. Sempre corpo fisico però, l’ossessione per la  fisicità ha sostituito (o meglio tentato di sostituire)  il canone dell’Io e alla fine l’autoreferenzialità di costole, crani e acromion è andata a richiamarsi nuovamente “Io”. La De Marchi fa un lavoro splendido perché universalizza il corpo, il proprio sé, proiettando ogni interpretazione su Malina, la protagonista della narrazione poetica, dell’emarginazione socialpoetica.  Il corpo qui è levigato, asciugato, patiens. La storia umana ci si riversa sopra, lo calpesta, lo rende un paesaggio violentato, spolpato dalla vita e con un rimando alla poesia scalda scandinava e alla fine c’è da chiedersi non “dove” ma “chi” è in realtà il nostro paesaggio.

 

 

 

 

ci sono cose interrotte ci sono cose interdette ci sono cose
che sono ci sono cose che erano ci sono cose
che non sono più.
buchi. scorie. intoppi. riflussi.
traumi. scissioni. dolori. abissi.
ma tutto passa per gli occhi, tutto è questo contorno
che sa di terra, questa tenaglia che stringe le ossa.
paura della caduta, ansia di sparizione,
tenuta costante respirazione.
vieni ed entra a tua volta in questa incerta ma
inesorabile perdita di leggerezza. c’è una curva nascosta
in fondo alla strada maestra.
vieni ed entra a tua volta, ma senza fretta. non tutto
d’un fiato, come se tutto fosse qualcosa d’intero.
ci sono cose che sfiorano il cuore. la porta vitale è una
fessura, è soltanto un invito a entrare.

 

 

afferro in un nanosecondo tutto quello che scordo.
certi movimenti non appartengono al corpo sono
fatti cinetici destinati a produrre dissipazione.
bisognerebbe fermarsi cercarne l’origine, avere
tempo di leggerli e catalogarli.
ma il tempo manca sopra le case ed i tetti e ancora
svengo restando di pietra impalata di fronte al tuo corpo
nudo privato del movimento consueto. non oso sentire
la tua ferita non posso soffrire di più.
dal primo vagito mi hanno infilato da dietro
una supposta, con immediato effetto placebo.

 

 

 

 

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