I luoghi e le scritture (rubrica di Antonio Devicienti): Domenico Brancale, Nerina Toci, la poesia, la fotografia

Ho già scritto altrove (L’ora contro: frammenti per un omaggio alla scrittura di Domenico Brancale leggibile sulla Dimora del Tempo sospeso) quanto determinante e vivificante sia per me l’opera di Domenico Brancale; ora proprio Domenico mi segnala questi suoi due testi inediti pubblicati il 15 dicembre su Il primo amore e corredati dalle fotografie di Nerina Toci.

 

Qui su Carteggi letterari non mi limito però a segnalare gli inediti e le fotografie, ma anche il fatto che Domenico e Nerina stanno lavorando a un libro d’artista che si chiamerà La notte è una mano sugli occhi e che un tale progetto m’induce ad alcune riflessioni: mi pare di scorgere un preciso motivo conduttore in quelle fotografie di Nerina Toci che dialogano con i due inediti di Brancale, vale a dire quello del lutto, ma, mi vien fatto di pensare, del lutto in senso mediterraneo e non, secondo la tendenza contemporanea, in direzione della rimozione o viceversa dell’esibizionismo – intendo dire che il lutto, secondo plurimillenarie tradizioni e culture agenti ancora oggi in alcune aree mediterranee, è anche dialogo permanente con i morti i quali, in un qualche modo, non si staccano del tutto dal mondo: le gramaglie che spesso vestono le donne in queste fotografie e le apparizioni sfocate o costituite da brandelli di corpi lo confermano, ché non si tratta né di fantasmi, né di spettri, ma di presenze della memoria e della mente meditante (“the image is the only memory I have“, intitola Nerina una sezione del suo portfolio consultabile nel suo spazio web) la quale memoria e la quale mente meditante, servendosi dell’occhio della fotocamera, vedono un di più di realtà e, aggirandosi insieme con queste donne per luoghi spesso assolati, cercando il massimo di contatto con i rami, con le foglie, con la terra, riconquistano regioni di realtà che la ragione puramente illuministica ha disertato o perduto – forte appare così il legame con la poesia di Domenico Brancale la quale, traverso uno dei suoi percorsi prediletti, l’aporia, spalanca e attraversa proprio territori nei quali la ragione banalmente razionalista e mercantilistica scorge contraddizioni irrisolvibili e inaccettabili, ma che un essere umano, che continua a essere costituito da slanci, da carne, da desideri, da paure, consapevole dell’enigma, inteso a cercare il senso e l’origine, si prova a riattraversare accompagnato dall’occhio della fotografia, dal respiro della parola poetica.

 

Ecco che sorge, allora, la constatazione che morte e vita sono inestricabili (“ma chi non vorrebbe continuare a morire / per dirsi ancora vivo“), ecco che tornano termini amati da Brancale (la lacrima, la foglia) e quella lezione di matrice hölderliniana e celaniana che fa della parola, per paradosso significativo e significante, la testimonianza del tacere e del silenzio (e il silenzio è ben visibile nelle fotografie di Nerina Toci…)

La polvere, lo straniero, il corpo sono altri sostantivi carichi di tensione emotiva e concettuale nella scrittura di Brancale, il quale conclude il suo primo testo con una domanda simile a una sciabolata: “e dopotutto, una volta che sei morto / dove trascorrerai l’eternità?“, domanda che, tra il beffardo e il tragico, ribadisce la verità secondo la quale i vivi non permettono che i morti abbandonino definitivamente il mondo e che per i morti il morire, ripetuto ogni attimo, conferma l’esistenza del mondo e della vita – “che tutto è infinito sul punto di finire“, recita infatti un memorabile, prodigiosamente riassuntivo verso da Per diverse ragioni.

Il secondo testo, eco di tante composizioni precedenti del poeta lucano, sembra riecheggiare l’atteggiamento dei mistici spagnoli del Cinquecento, di Jakob Böhme, di Cristina Campo: bisogna uscire dalla rotta per trovare una rotta, smarrire la vista per vedere, “la voce che affonda nella parola buia / è acqua viva“, ancora come Celan che, cercando il silenzio e il nulla, sa donare l’unica parola poetica capace di avere senso dentro la nostra contemporaneità. In modo simile una fotografa contemporaneamente siciliana e albanese, dunque mediterranea, attraversa visioni di morte e di vita, di smarrimento e di preciso percorso culturale e intellettuale, di corporalità (declinata al femminile, dunque generatrice e portatrice di vita, cosciente del sangue, terrestre – indimenticabile un nudo in cui il corpo è coperto di nei e il ventre mostra le cicatrici del taglio cesareo, ribaltando i canoni più banali della bellezza e restituendo al corpo la sua natura di portatore di significato), di rinnovato e ribadito legame con la natura (fiori, foglie, tronchi, pietre, sassi delle case, attorti rami di vite, ciottoli in riva al mare – non a caso tutti sostantivi questi che materiano la poesia di Domenico Brancale, che le donano quel peculiare bilanciarsi tra concretezza materica e ardita, talvolta spericolata invenzione del pensiero).

 

 

– – – “verso qualcosa che non verrà ci siamo incamminati“, conclude il poeta e, come spesso avviene nella sua scrittura, non a sigillare una rinuncia o un disperato nichilismo, ma a vieppiù ribadire una presa di coscienza del fatto che si esiste “dove ancora non esistono”, cioè entro una realtà in continuo farsi, spesso sfuggente, spesso sgranata o colma di ombre come molte fotografie di Nerina, nelle quali il prediletto bianco e nero sa compiere il prodigio di farci vedere anche quello che normalmente sfugge alla vista e all’attenzione della mente: e non credo che l’arte fotografica di Nerina Toci si proponga di “fermare” l’istante, ma, come la scrittura di Domenico, essa s’immerge nel flusso del reale, del composito complesso sfaccettatissimo reale, per esperirlo con il corpo e con la mente, con la necessaria distanza della consapevolezza e con l’altrettanto necessaria adesione al flusso vitale, vogliosa di tracciare traiettorie di memoria.

 

Tutte le fotografie che corredano l’articolo provengono dal sito di Nerina Toci e restano di proprietà della loro autrice.

 

 

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