I luoghi e le scritture (rubrica di Antonio Devicienti): Giulio Maffii e le sue angine d’amour

In imminente uscita presso Arcipelago Itaca, mi provo a scrivere qualcosa di ANGINA D’AMOUR, autore il caro Giulio Maffii – e non posso, accingendomi a leggere la prima sezione (VENTI ANGINE D’AMORE), non soffermarmi sull’esergo da Cosimo Ortesta “…la felicità non guarisce ma soltanto sposta il dolore”, voce poetica tra le più originali degli ultimi decenni che, esplorando il “freddo perenne” dell’esistere, ne ha espresso poeticamente il versante del dolore, della mancanza e del coraggio del vivere (o del sopravvivere) – e Giulio Maffii, dietro quei suoi titoli apparentemente ironici o molto vicini al calembour, s’avventura a esplorare a sua volta i grandi temi dell’amore (ma nel nostro oggi mercantile e cosalizzato), del lutto, della memoria.

-e poi cosa hai fatto nella vita?-
Un po’ mi sorprende il fare
Ho fatto l’albero il coro
il remo della barca
Ho fatto il dolore
che mi spiaccicava al letto
Ho fatto il cielo
l’esplosione di un diagramma
il passo più corto della gamba
Ho fatto l’epidermide
per scollare ogni pellicola
Ho fatto la bellezza
Ho fatto le ossa
rapinando il respiro del sasso
Non rispondo e torno
nel nucleo della sera
Ti lascio con i nodi
che a me non interessano
-e poi cosa hai fatto?-

Come si può immediatamente constatare Giulio sceglie cadenze ritmiche e immagini che gli consentano di non cedere al sentimentalismo, di tenere a bada l’io sempre così invadente e insidioso, eppure non facilmente eludibile. Questo è uno dei motivi per cui la scrittura di Maffii si distingue dalla gran massa della produzione focalizzata sul “quotidiano”, sulla “poetica degli oggetti”: come si ricava dal componimento seguente, infatti, tutto ciò che appare estremamente quotidiano e addirittura trito e ritrito, stordentemente prosaico si manifesta sotto un taglio di luce originale grazie alla radicale presa di distanza e consapevolezza che l’autore (smaliziatissimo poeta e critico) attua nella sua scrittura:

Al crepuscolo mancano le dita
20 centesimi il cartone del latte
le carabattole sotto il lavabo
il peltro della sedia per non far scivolare niente
Che pena i rantolii notturni
-ti manca il respiro-
portati qualcosa dentro i sogni
Ci si offre come stuzzicadenti reciproci
ma il legno è fatto in Cina
una produzione seriale
Riponi le uova i depositi di materie
le briciole di ieri sotto la tovaglia
Quattro mura che rinchiudono il vuoto
meglio di un corpo
Questa fitta dolorosissima
che sfugge agli ultrarossi ma non alla luce
nascosta nelle mani
È domani
È un battito di gocce in bottiglia
il suono delle ciglia tormenta l’aria
e tutti gli orchestrali
Poi alla fine ci si ama lo stesso
non è quello il problema
Sono le suola sporche
le parole nel taschino
la tazza con lo zucchero incrostato
una camicia di una taglia più grande
il verso della tortora d’estate
Poi alla fine te lo ripeto
ci si ama lo stesso

E la radicalità della consapevolezza è espressa in versi che, a mio parere, possono costituire una chiave buona per aprire la porta del libro e attraversarlo (non sfugga il giuoco di parole finale, di feroce verità):

(…)

Siamo tutti legati a pezzi di placenta
I figli appartengono a se stessi
non all’assenza del padre e alla sua storia

La sentenza è sempre stata freudolenta

Ho scritto “feroce” e non a caso, lo scrive lo stesso Maffii più oltre:

C’è odore di sottoterra

Esplode tutto quello che ho accanto
al fuoco di un endecasillabo feroce
(…)

dal momento che, nella realtà dis-in-cantata a noi contemporanea, forse solo una feroce delicatezza, una feroce attenzione, una feroce radicalità del conoscere sono in grado di farci attraversare il vivere.

Infatti:

Non ho mai sentito un vuoto
perché un padre non l’ho mai avuto
niente da riempire o maledire
Il gelo fa più male dell’assenza
e si apprende la consuetudine
di essere imperfetti
e siamo in molti
nessuno è da solo
nelle forme del dolore
Parole molto simili dondolano
tra l’abisso e la nuca
spalancano e spaccano le vertebre
Viviamo di così poco
che anche un fiammifero
ci divora

Sentite le risonanze ortestiane, la serietà feroce e nuda del dire? La spietatezza del pensare? L’amore, adulto e consapevole, s’inscrive all’interno di questo vivere senza facili consolazioni, senza accampare scuse:

Abbiamo perso ancora
perso quaderni lettere
che non si scrivono più
bicchieri con impronte digitali
di chi è uscito dagli schedari
Abbiamo perso ancora
-vuoi dire tempo? nomi? corpi?-
Ma sempre stretta è la tristezza
nello sguardo di un cane
che fa la statua sulle scale

Mi piaci ora che taci
niente più mi tocca
del suono del bacio
dentro la tua bocca

Le eventuali rime, assonanze, rimandi di suono e di senso non sono abbellimenti retorici: vogliono far vibrare la lingua a supporto dell’impietoso dire.

Bruciamoci come ceralacca
che di questa vita non rimane niente
la distanza tra consapevolezza e certezza
è il limite di un bacio dato
con alito cattivo
Riempiamo ogni vuoto ogni spazio
finché si scrive non si muore
Gettiamo oggetti dal finestrino
-facciamolo anche in tedesco-
abitiamoci
Vivere insieme è avere
il dono dell’invisibilità
giungere all’orgasmo nello stesso tempo
bevendo il caffè alla mattina
È tutto quieto
nell’ordine delittuoso delle cose
sembra l’attimo prima dell’ora del passo
Sono disabitato
una cavità
Mi penetri in un abbraccio
e l’oppressione al petto se ne va

Si tratta di un amore fondante per l’io lirico, esperito in un mondo mercantile e, spesso, di desolante volgarità – centri commerciali e supermercati sono i santuari dei riti del mercanteggiamento:

Nessun luogo è al sicuro
per noi contenitori di menzogne
Da ragazzo vedevo lo squallore
nella fila di gente al supermercato
e lo penso mentre sono in coda
alla numero sette una voce
di ciliegia dice – dove sei ?-
Nessuno sembra lacerato dentro
(…)

La lacerazione, in questo libro, giunge, quasi sottovoce, ma tragica e annientante:

In tutta quella stortura
che gira intorno al cuore
io e te possiamo amarci
tutta la vita o soltanto
un mattino sopra un papavero
Sì lo so il dottore dice qualcosa
con “oma” e che devo stare tranquillo
ma chi lo è più di me
un gatto il cane qualche figlio
e il pensiero che potremmo amarci
per quel che resta della vita
o soltanto per il gusto di mordere il papavero
che poi
ti confesso
non deve essere neanche così buono
ma per fare dispetto a dio
giuro – e non lo faccio mai-
che domani sarò ancora qui
per leggere
le parole interrotte e uccise
dal loro stesso peso
Che poi lo sappiamo bene entrambi
una porta appoggiata sui cardini
non cigola da sola non si chiude
non è una galleria dove si incontra la morte
i rimanenti vivi o l’odore di calendola
Non riusciamo a decifrare le istruzioni d’uso
fino in fondo come formiche in fila sul cornicione

La salvezza (o la sua illusione) sta nei gesti semplici dell’amore?

Mi chiudi con le mani il cappotto
non avevo mai visto tanto amore
luccicarmi in fronte o nei paraggi
Poi lo abbiamo fatto davvero l’amore
un amore lungo uno scalpiccio ventricolare
quello dei resuscitati degli eccitati vinti
Non possediamo niente a parte il nome
e la carne fossile di qualche ricordo
Questa poesia non l’ho scritta io
l’ho trovata per caso e decifrata
sopra il tuo petto

Il coraggio di Maffii sta nell’affrontare un tema molto insidioso e, in particolare negli ultimi anni, molto battuto (il lutto), ma evidentemente il libro, fattosi lungo un tempo non breve e assai doloroso, sa percorrere l’unica strada seria capace di salvare dall’ovvio o dal ridicolo o dallo stereotipato: il corpo a corpo con il linguaggio, la ricerca di un linguaggio, il doppio dolore e della perdita e del dover cercare un dire capace, efficace, degno dell’amore ricevuto e perduto, rasciugato affinché il tutto non si risolva in canzonetta sentimentale (e l’ardua esplorazione del linguaggio amoroso, di quello del lutto, di quello memoriale mi sembra altro asse portante del libro e sua giustificazione):

Da bambino ho fatto il pugile
non un titolo di un libro
ma pugni veri e sudore e naso dolorante
Poi non ho mai risposto con violenza
alle botte prese con indulgenza plenaria
in ogni luogo e osso
(…)

 

 

Questo progetto di solitudine
inizia nel silenzio del mattino
quando il lenzuolo non saluta
lo specchio se ne resta fermo
e la sedia struscia un buongiorno
Il marmo fluisce in acqua
e sono un clandestino
le pietre spaccano l’intonaco
al mio passaggio autunnale
Quelli che amano i gabbiani
direbbero banalmente
che tutto parla di te
ma così non è
Tu manchi agli oggetti e alle pareti
alla teiera e alla polvere di marzo
Tutte le cose non hanno più nome
soltanto un paio di ciabatte vuote
sembra sollevato dal peso
di un passo che tace
Tu manchi agli oggetti lo ripeto
crocefissa al muro c’è
una zanzara troppo loquace

 

 

a D.

Sillaba mancante del mio nome
fa che il tuo sangue cacci il demone
e prosciughi il dolore che ci bagna
le sopracciglia le unghie le affinità
Sapessi che lame sono queste poesie
Sbriciolo la polvere per farne costellazione

Fai un laccio alle finestre
guarda e richiudi la cerniera lampo
sulla cucina sui piatti
sulle nostre vite di ceramica
Dimentica di me le assenze
che non furono mai presenze
Pietà dei vecchi
pietà del tempo che ci trucca

Le sezioni successive s’imperniano sull’ineluttabile congedo e sull’assenza della persona amata: la scrittura di Giulio Maffii si sviluppa come una costruzione la cui sapiente architettura, i contrappunti rettorici, le millimetriche concettualizzazioni le quali, secondo me, tramite Eliot (con Ovidio, Anne Sexton, Luigi Ballerini, Guido Cavalcanti autore citato e di riferimento per Mafii) risalgono ai grandi poeti metafisici inglesi, sono in grado di tematizzare un dolore di totale e annientante violenza, ma non permettendo alcun cedimento sentimentale, alcun ripiegamento intimistico, pur trattandosi della storia, umanissima, di una coppia che vive il proprio amore insidiato da una morte sempre più rapidamente approssimantesi.

(…)

La nudità dei monologhi
nella squallida parola
che cozza labbra
la finzione strappa il tempo al corpo

C’è sempre un estraneo tra di noi
il sole si concentra sulle balaustre
e folgorato muore
Conosci tutti i fiori
io quello che si nasconde dentro
Corroso e incagliato
arrugginisco e tremo

“E folgorato muore”, spiega l’autore in nota, richiama sia Cavalcanti che Ballerini – ma molti sono i luoghi del libro ove citazioni e rimandi letterari non solo testimoniano una poesia molto colta e sorvegliata, ma anche un’osmosi continua tra l’universo culturale e il vivere quotidiano del poeta, la necessità di non rinunciare alla propria ricerca stilistica e letteraria, altrimenti il tutto rischierebbe di risolversi in un tono da poesia confessionale e intimistica che nulla avrebbe da dire al lettore esigente e smaliziato.

L’odore fallisce
il tempo marcisce
s’infragilizza un bacio
-quanto dura questo distacco
che trovo nella mimica del legno-

Non c’è posto per l’ironia
tra i versi non è serietà
come se i rimanenti muti
fossero capaci a dare un nome
alle strade di passaggio
all’occhio duro che genera tempeste

La tua testa contiene tutto il mondo
i sogni piangono come treni che s’incrociano
Ogni amore conosce la propria fine
nel momento del primo bacio
Nei licheni d’ottobre
può essere che il brivido
abbia di nuovo un cuore

Sorge infatti il sospetto che quest’argomentare intorno all’amore e al lutto non possa essere anche una mise en abîme della poesia stessa, un poetare intorno alla poesia, ma pure in questo caso evitando le secche dell’ovvio e del già detto o sentito:

La mia casa è una vita con le pareti in cartongesso
la luce danza nei soprammobili
nel cestino della frutta
la brocca d’acqua si sostantiva
si agita da sola
Voglio tossire il dolore alle finestre
riprendere ogni spreco di serenità
Non sognerò più d’inverno
e tu sarai come immaginavo
Fa così buio che solo le parole sono luce
Le pupille frusciano nella sintassi del silenzio
È sempre tutto uguale

Siamo innanzi a testi colmi di oggetti e di luoghi (stanze soprattutto, e finestre) che paiono alludere allo stesso testo poetico, luogo chiuso da costruire, esistente in quanto campo di relazioni e che prende vita da un’assenza (il momento del dire in poesia che parla di un altrove, di un altro tempo, di persone in absentia earum) – MA chi dice “io” permane in uno stato di consapevolezza della fragilità estrema di cose e di luoghi, non cerca consolazione o sicurezza, si espone, invece, al proprio stesso meditare in una nudità del pensiero che è lucido stoicismo, coraggiosa umanità: il testo non difende, esso non ripara, non ripaga né consola, il testo invece rivela e denuda l’esistere.

 

Dalla sezione LA MIMICA DEL LEGNO, poemetto TEMPUS (REGIT ACTUM?)

Di luogo in luogo percepiamo
il movimento della brina
o l’uncino del cormorano
la clessidra ci accomuna ai circensi
la matrice agli eventi
Abbiamo rovi al posto della mano
l’inverno è la mia la tua paura
in inverno si deve raccontare la verità

 

Dalla medesima sezione, poemetto HOSTIS

Ciò che è stato tolto
spesso ancora ci appartiene
una casa un dolore il sole sulle balaustre
(che folgorato muore)
-io sono l’angelo che porta preghiere
ed elemosine-
così si presenta l’avversario
travestito da insonnia
ricoperto dagli oggetti dimenticati

 

 

Avevo bisogno di guardare
questa è la cifra della scrittura
non cercate molto altro
quello che è stato
quello che non è accaduto
Dedichiamo agli oggetti
la giusta attenzione
le notizie arriveranno in forma inaspettata
Ogni senso capovolto
distrae l’avversario

 

 

Se resto solo in una stanza
ci sono dei motivi
odorare il vuoto alle pareti
assaporare il disegno dei mattoni
La felicità è di cartongesso
la luce non sempre accesa
scuoto degli amuleti
Se resto solo in una stanza
è perché voglio riempirla
E questo è il segreto
che porto da bambino
avere un nascondiglio
con dentro il mio assassino

 

Dalla sezione MOMENTANEA ABIURA

Siamo nella terra dei suicidati
dove il cuore dei morti ricompone
un frammento unico –una grammatica-
quando le mani escono dal pianto
Senti come preme questo sasso
dilania la nostra gola
Qualcuno
– noi siamo qui-
continua a chiamare
Si sono rotti gli orli
e il peso ci trascina indietro

 

 

Ho strappato
ogni sguardo di lutto
Liberami da me
dal gioioso fallimento
la leggerezza della luce
a testa china non d’inchiostro
l’aurora cola l’oro nella notte

 

 

Adesso e voglio dire adesso
un’interruzione momentanea
diaspora di ogni cronologia
rinnego la filogenesi
il verso che deflora
Immagina di non sapere chi sei
ritratta il silenzio che unisce
i vivi alle cose inanimate
Penetra il sasso il fango
quello per cui sarai dimenticato

 

 

La collera dei morti
per la luce dispersa
La luce si è immersa dentro
qui la nostra flagellazione
La terra nasconde ogni assenza
le eccezioni delle cose conservano tutto

Dalla sezione IL FALLIMENTO DEL LUTTO

Sono corpi avariati
in men che non si dica
a tratti ad alternanze
a zuppe di cereali della sera
Qui non c’è più posto
ho l’addome pieno
di rigurgiti e luce
nonostante l’ombra divori
il mondo intero sotto
la sedia e universi di polvere
di sorrisi e catrame
Fossi io il dolore stesso
divaricherei le gambe
partorendo con piacere
a grumi a guizzi
a sbalzi di orgasmo d’animale

 

 

Non si nega la morte
disseta la nostra vista
sul mondo e ovunque tu sia
prendi la forma dell’assenza
ovunque tu sia – ma dove?-
in quale negazione o dimenticanza
La stanza tace in un tono scarlatto

 

 

Ci piace negare
si vorrebbe dimenticare
ma tutto è già accaduto
il peso dell’evento
galleggia tra le squame
Ci sentiamo persi e osceni
senza riempire il vuoto
-facciamo esperienza dell’assenza-
Una perdita porta a porta
non le persone ma le cose
se ne vanno
si cancellano
È un tempo di lutto facile
è tempo di sostituzioni

 

 

C’è una crepa nella tua immagine
chi abbiamo perso viene ricordato
senza imperfezioni e mancanze
la tua morte è il mio assassinio
mi hai abbandonato
nel fallimento del lutto

 

 

La tua assenza è diventata una presenza
tutti i giorni un passo
nel lavoro della memoria
per liberarci dalla malattia
dei nomi che non si dimenticano
Le bocche sono l’ambiente perfetto
per una solitudine
dove custodire gli anni
le caramelle d’anice
le braccia perdute

 

Dalla sezione LA DIREZIONE DEL SANGUE

Gli oggetti dimenticati dal mondo
sono quelli lasciati in una stanza
nell’ultimo ripiano
con lo studio meticoloso di forme e colori
la scatola dei gessi
lo xilofono stonato
il portasantini della zia
-morta come tutti i santi del resto-
Questi oggetti hanno un punto di partenza
poi si disperdono
collocati in altri luoghi e memorie
nell’insistenza di una vita sciolta
dentro una bottiglia e un portagioie
nella mensola accanto

 

 

Ho aspettato la tua telefonata
a lungo sull’argilla da essiccare
da stagione a stagione
Bruciandomi la pelle
screpolando frasi scritte
invecchiate tra la cantina
e labbra e foglie tentennanti
Ho aspettato a lungo
contando mattonelle e formiche
strappandomi ortiche
dalle mani inoperose
Ho sentito un giorno
squillare e squillare
Non ho risposto
ho abbassato la testa
Sono rimasto ad innaffiare
le tue rose

 

Le immagini di alcune opere di Romano Sambati illustrano l’articolo, provengono dal suo spazio e restano di proprietà dell’autore: in copertina Lucrezio, la materia, 1981; a seguire: Abbaiava alla luna, 2012; Luna d’alba, 1991; Lucrezio, la conoscenza, 1981; Preghiera per M, 2000; Dafne, particolare, 2014.

 

 

 

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