Un intervento di Marco Ercolani su “Del deserto” di Lina Salvi

 

«Prima o poi l’avrei saputo
dei due nomi sconosciuti, spalla a spalla,
nessuno li vedeva, l’altra faccia
del deserto, quasi un suo rovescio,
e non c’è più pena
nella terra se non nel ritornare
in una nuova forma».

 

 

Certe visioni si consegnano alla confusione del sintomo, dove tutto è febbre, ma esigono anche la visibilità dell’armonia, dove niente è febbre. La scrittura poetica, come accade in Lina Salvi, vaga fra queste acque, costretta ad inabissarsi e a tornare verso riva. Solo rallentando l’attimo, finale e comune, della dispersione, attraverso molteplici finzioni ed estenuanti navigazioni, la scrittura diventa un oggetto esatto e tangibile per l’attimo, fulmineo, in cui esiste il libro, come una postura inflessibile del corpo,«un fuoco folle che ingrossa le arterie, / un fuoco freddo per le ginocchia / sbilenche». Ma, appena un attimo dopo, il testo non è più boa, àncora, approdo, ma ancora una volta onda di un gorgo, «La salita è un buco nero…». Simile a un pianista che suoni nel buio con le dita, semicurvo sulla tastiera, come se da un momento all’altro cadesse addormentato, il poeta resta insonne, continuando a muovere braccia, dita, spalle, con strenua fatica, tenendo fermo il filo della melodia, cercando di essere reale all’interno di quella surrealtà ininterrotta che è l’esperienza del vivere umano e poetico:

«le parole erano dentro la casa,
sgusciate da una paralisi, un sogno
impietoso, durato la vita di un cane.
Lo vedo di corsa attraversare la strada,
in un tempo fulmineo, del tutto irreale,
in un chiaroscuro ci siamo parlati,
da un bagliore catturati, da un chissà che»

Lina Salvi, in questo libro, raggiunge il proprio naufragio, che è lutto e rinascita nelle parole. Ogni scrittore fa naufragio, ma in modo diverso: gli è indispensabile trovare le coordinate del proprio, definirne latitudine e longitudine, in modo da avvicinarsi con prudenza, da osservatore-testimone, al maelstrom amato e temuto, senza rimanerne travolto. L’arte non è mai solo pulsione magmatica, immediatezza espressiva. L’artista è un ‘fingitore’, un costruttore di illusioni persuasive come teoremi, e ogni scrittura poetica un trattato di ingegneria dove parole e ritmi, pur derivando da stati di confusione o di dolore, sono calibrati fino allo spasimo della consapevolezza.

«La neve non è per chi non c’è più,
commuove e tinge di bianco un bosco,
la neve può dire il gelo, di visi morti.
Non voglio dire niente, ogni parola
può essere sepolta, dimenticata,
ogni parola potrà il tutto, sarà il niente».

Questa parola, che “potrà tutto sarà il niente”, trasfigura le precedenti visioni del mondo, i precedenti modi di abitare il linguaggio. Obbliga a leggere e pensare in modo imprevedibile, distonico. Non aspira a contenuti manifesti: è evocazione nel buio, invenzione di un nuovo paesaggio. È quella sensazione, tra voce e silenzio, che si prova nelle esperienze estreme della lingua e del corpo. Il poeta si libera delle parole comuni per trovare le sole parole – le sue – che lo illudano di cambiare l’infelice struttura del mondo costruendo una sua personale cattedrale poetica. «Salvi […] ci consegna un’opera di grande verticalità, inducendo spesso nel lettore l’impressione di trovarsi di fronte a una cattedrale gotica. Si nota già alla prima lettura il desiderio di slancio di questo linguaggio, quasi ossessionato dai correlati semantici di prospettiva, leggerezza e fuga verso l’alto» (Alessandra Paganardi). La poesia non è mai indulgenza o compromesso ma accelerazione, precipitazione, inadeguatezza, distanza. Qualcosa scricchiola nel meccanismo oliato dei processi linguistici. Qualcosa di non annunciato, di non prevedibile, che turba l’attesa del lettore. «Poiché quasi senza rendercene conto, si viene trasportati a un evento annunciato, fin dai primi indizi, come lacerante» scrive Elio Grasso nella postfazione. D’altronde il potere della poesia è quello di far “respirare l’incomprensibile”, secondo la lucida intuizione di Mandel’stam. I versi di Lina Salvi mai occupano i contenuti della sua stessa visione, quasi le sfuggono. Eludono, ovviamente, una pienezza di senso. Respirano nelle pieghe e nei vuoti, in un ostinato “ordine” di scrittura, sonnambulo, come sospeso; sono un respiro allibito, travolto, di dolore e di rinascita: «Poi, lo scompiglio dei sassi, / un colore che non so dire».

 

Lina Salvi, Del deserto, Puntoacapo, 2017

 

L’immagine di copertina è tratta dal sito pieceoplastic.com – Anselm Kiefer à Barjac (Languedoc)

 

 

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