CONSONANZE E DISSONANZE /Una rosa è una rosa è un suono? “Cantu Maru” (Kurumuny, 2017) di Sergio Rotino

Poesia dialettale l’è morta, poesia dialettale l’è viva.

Parlandone, il riferimento ineludibile sembra ancora essere pasoliniano, e non tanto e non solo a quelle Poesie a Casarsa dalle quali ci separano ormai settantacinque anni di storia, quanto alle riflessioni, ormai canoniche, del 1964 sulla nascita della lingua italiana come lingua nazionale, come “un linguaggio, che è nella pratica il linguaggio tecnocratico”, ossia il linguaggio di una nuova borghesia – “tecnocratica”, appunto – emersa già negli anni Sessanta al posto della “borghesia dei monopoli”, più tipicamente italiana. Riflessione che è stata spesso contrabbandata con il motto della “lingua italiana creata dalla televisione” e che ha invece alle proprie radici un’analisi più schietta e profonda della società italiana, ad un livello strutturale che è costretto oggi ad ampie riorganizzazioni dalla crisi finanziaria globale.

È in virtù di queste tensioni, infatti, che oggi si configura lo spazio adatto per una particolare rielaborazione della tradizione dialettale, ancora viva e del resto mai sopita, anche se, a tratti, entrata in quiescenza. E non si tratterà di enfatizzare soltanto l’aspetto della “lingua pura per poesia” – come Pasolini stesso definì i suoi testi in friulano – bensì di accostarvi altre prospettive. Nel caso di Cantu Maru di Sergio Rotino, secondogenito della collana Kurumuny diretta da Milena Magnani: parlare sì dell’esperienza puramente sonora che ne può avere il lettore che non abbia padronanza del salentino – come ha insistito più volte l’autore a proposito del libro, e secondo l’incipit della nota introduttiva di Caterina Serra: “La prima cosa che arriva è il suono, come se le parole puntassero all’orecchio senza rimandare a nient’altro che alla musica, un canto funebre che ha il ritmo di una processione, un piede dopo l’altro, le spalle basse, i visi dolenti di chi ancora non si rende conto” (p. 9) – ma anche dei fenomeni di contaminazione che si agitano entro la lingua dispiegata nei testi. Contaminazione che riguarda proprio la cultura “cosmopolita”, in senso gramsciano, della borghesia tecnocratica qui evocata, e che si traduce nell’accoglienza, in Cantu Maru, di stilemi provenienti dalle scritture di ricerca, in lingua italiana, sue contemporanee.

È così che Cantu Maru non propone soltanto, sul piano tematico, un percorso di doppia, o forse multipla, elaborazione del lutto, fatto di terra, sangue o quel fuoco che “è l’unica parola che qui non viene usata per esprimere quella fiducia corporea che lega i corpi amati per sempre, anche quando se ne vanno e non restano più le parole” (p. 9) come nota sempre Caterina Serra. (per poi aggiungere subito: “Ma il fuoco c’è, e passa per il dialetto”). Cantu Maru è anche, e con pari validità, un esempio di poetica “stizzata ma / fridda” (“arrabbiata ma / fredda”, p. 142), nella quale trovano piena ragion d’essere una sintassi frequentemente franta, una rottura delle parole nelle loro singole unità grafo-fonologiche, più che “lettere”, in chiusura di verso, e un ragionamento che spesso sembra inerente più al piano metalinguistico che non a quello puramente espressivo.

In questo senso, “Uarda la u / uarda la / uarda / uarda la / ucca ca…” (“guarda la b / guarda la / guarda / guarda la / bocca che…”, p. 50) è un incipit paradigmatico, estremizzando anche quella tendenza al versicolo che, peraltro, si oppone nettamente (anche se, pure in questo caso, specularmente) alla produzione poetica precedente di Rotino, in lingua italiana, a partire almeno da Loro (Dot.com Press, 2011). Scelta che, inoltre, ricorda anche certo modernismo novecentesco e che ben corrisponde, sul piano formale, a quel leitmotiv à la Gertrude Stein (“Una rosa è una rosa è una rosa”) del fiore (che a tratti si svela appunto come rosa), che culminerà poi nella fioritura (consolante? ancor più dolorosa?) dell’ultimo verso dell’ultimo testo.

Tale ricorsività figurale è poi argutamente ripresa dalla nota finale di Mino Specolizzi (“…e grazie alla primavera e ai fiori”, p. 155), riferita al bell’acquerello di copertina di Giovanna Battagin, in una sorta di struttura circolare e comunque aperta, dal quale tuttavia resta un po’ in disparte, pur nella propria compiutezza formale, la poesia in lingua italiana del barese Enzo Mansueto, posta in calce a Cantu Maru nel segno di una tradizione dialogica ormai consolidata nell’ambito della collana dialettale di Kurumuny.

Piuttosto, risultando petroso fino a fare della ricorrenza interna un peso (non tanto nei confronti del piacere del lettore, beninteso, quanto del suo intimo respiro, nell’atto della lettura), Cantu Maru ha in sé il germe del confronto con un altro poeta pugliese, sempre in lingua italiana, il Salvatore Toma del Canzoniere della morte: “Spremiti Toma / spremiti come un limone / o spezzati come / si spezza un ramo / d’alloro per / respirare dal vivo / dal confronto…”.

Una rosa è una rosa è un suono, dunque, ma solo se questo suono dimostra, infine, la capacità di essere puro: pura materia, per meglio dire, della quale resta ancora difficile, così come della poesia dialettale in genere, dire oggi un’eterea ma definitiva dissoluzione.

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