CONSONANZE E DISSONANZE / Del presente o “di fantasmi e stasi. transizioni” (Arcipelago Itaca, 2017) di Gianluca Garrapa.

Se un autore dichiara: “mentre scrivo non sono nessuno, perché sono tutti”, come accade in una recente intervista di Gianluca Garrapa per L’Estroverso, queste parole – che si dovrebbero normalmente collocare al limite del cliché, nell’esercizio della critica letteraria – si possono più facilmente interpretare come la constatazione di un’apertura plurale all’interno della propria opera, che non come una pura e semplice dichiarazione di poetica (solitamente adatta a negare e poi risarcire il narcisismo autoriale).

È all’insegna di questa apertura che mi pare di poter leggere di fantasmi e stasi. transizioni di Gianluca Garrapa, interpretando diversamente, ma non di molto, quello che Gabriele Frasca, nella postfazione, definisce il “presunto testacoda” (p. 99) che caratterizza le prose all’interno delle sezioni stasi e transizioni, ossia il ripetersi, con lievi variazioni, dell’incipit nell’explicit di ciascun testo.

Per Frasca, questo stilema “come nelle spirali di una conchiglia non prelude ad un ulteriore giro di giostra ma solo alla manovra che dà vita a una struttura di difesa, e dunque abitativa” (ibid.). La grandiosa metaforica classica rinvenuta da Frasca (la ferita del mollusco, che causa la produzione della sua conchiglia, sarebbe la stessa ferita che anima la scrittura poetica) è certamente confermata in molti luoghi dell’opera, ma non mi pare in contraddizione con i segni dell’aperto e del plurale che parimenti popolano il libro, entrando peraltro in relazione dialettica con i “fantasmi”, le “stasi” e le “transizioni” contenute nel titolo.

Uno dei principali segni d’apertura e pluralità si riscontra nella molteplicità di forme adottate: dai blocchi di prosa al “dissonnetto” (p. 58), dalla cascata di versicoli al verso lungo, dall’accumulazione di frasi apparentemente separate da una punteggiatura in realtà labile alla pura accumulazione sostantivale (con esempi di lacerante, dolorosa e al contempo luminosa variatio), il testo di Garrapa è un vero e proprio letto di Procuste, dove a subire de-formazione – ma non tortura – è la scrittura poetica, più che il lettore.

Quest’ultimo si deve certamente prestare a una difficoltà variabile nell’approccio al testo, tenendo conto, al tempo stesso, che il polimorfismo cui è posto di fronte non è tanto l’immediata conseguenza di una tensione poligrafica individualizzata, quasi da psicopatologia autoriale, quanto di una mai sopita o neutralizzata esigenza di dire il presente. Fuori da ogni urgenza o retorica, il presente di Garrapa si annida nelle pieghe di una temporalità più ampia, richiamando di nuovo le varie figurazioni incluse nel titolo come dispositivi imprescindibili nell’elaborare qualcosa che non è mai soltanto hic et nunc. Senza trascurare iper-espliciti riferimenti politici, come ad esempio: “per quanto scogli e appigli ce ne siano. qui. nel cuore di ogni cittadino distrutto. avvengono. perché i sogni delle notti dei nostri avi. adesso. si immaterializzano. in fantasmi. della lotta. della democrazia. dei diritti. isterie programmate”, che si legge già a pag. 9, quasi a dare il tono a quanto si leggerà in seguito.

Un’ultima nota per una de-formazione che invece ha un notevole impatto sul lettore e che riguarda l’impasto linguistico che affiora, soprattutto, nella serie finale: non soltanto il dialetto salentino ravvisato da Frasca – in assenza di una vera e propria lingua dialettale o “post-dialettale”, già ascoltata ad esempio, a partire dalla stessa famiglia linguistica, in Cantu Maru di Sergio Rotino – ma anche una lingua grezza, non-rifinita, non-standard, ma certamente meno barbara di quanto non lo sia il presente desolante attorno a noi.

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