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I luoghi e le scritture (rubrica di Antonio Devicienti): “Racconto della Contea di Levante” di Paolo Bertolani

Propongo qui la lettura di un libro in prosa di Paolo Bertolani (edito da Il Melangolo, Genova, 2001) e che, a mio parere, non andrebbe distinto dall’opera in versi del poeta ligure, essendovi presente la medesima saldezza stilistica, il medesimo universo umano e ambientale, la medesima appassionata partecipazione alla vita, la stessa tensione etica. La riuscita del Racconto della Conta di Levante testimonia poi non di un episodio, ma di un momento coerente e perfettamente saldato all’attività più propriamente in versi e in dialetto di Paolo Bertolani, così come accade per un altro suo libro in prosa, Il Vivaio, del quale intendo scrivere in futuro.

 

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Il Racconto può essere letto sia come unico “romanzo breve” che come successione di racconti che, in ogni caso, costituiscono anche i capitoli di un libro che dice di un’infanzia, di una maturazione alla vita (e alla morte), di una memoria personale e collettiva. L’eventuale, imprescindibile biografismo (il narratore in prima persona si chiama, apprendiamo quasi sul finire dell’opera, “Polo”) è superato e risolto da una maestria di stile e di linguaggio singolare, per cui il Racconto accede a una dimensione di grande e rara bellezza sia propriamente letteraria che etica, essendo coerentemente inscindibili in Bertolani l’impegno di uomo e quello di scrittore. Mi sembra infatti fondamentale punto di partenza e di arrivo insistere sul linguaggio usato e sulla struttura linguistico-narrativa per poter individuare e apprezzare l’originalità, davvero alta, di queste pagine. In caso contrario si cadrebbe nell’enorme errore di considerare il Racconto un frutto molto, molto attardato del neorealismo, cosa che non è. Bertolani infatti non è, né tanto meno si atteggia a scrittore “istintivo” e “sorgivo”, non cerca la restituzione più o meno fedele della realtà (tendenza comunque fallace), ma scrive con coscienza totale dei mezzi e dei fini, lavora in modo magistrale sul lessico e sullo stile, il suo modus narrandi non vuol essere né mimesi del parlato, né nostalgico memorialismo, ma ricerca programmatica e colta. Uso il termine in senso non snobbistico o elitario (il che sarebbe equivalso a tradire ed equivocare l’opera dello scrittore), ma in quello etimologico del coltivare le parole e le frasi, approdando a un linguaggio peculiare e necessitato dalle vicende narrate: si tratta di narrare non col linguaggio, ma attraverso il linguaggio, cercando e trovando una necessità ritmica irrinunciabile nella costruzione dei periodi e nelle scelte lessicali. Se c’è in Italia un altro scrittore che conduce una ricerca narrativa simile negli stessi anni, costui è Sergio Atzeni, capace di una riflessione storico-sociale nutrita di recuperi mitici e condotta tramite una tessitura linguistica che non si accontenta di quanto già offre, a livello lessicale e sintattico, l’italiano; anche in questo caso il punto di vista è quello delle classi meno abbienti, quelle ignorate o schiacciate dalla storia e dall’economia.
Il Racconto inizia con una domanda: Come era la Gora? rivolta all’io narrante da un amico che passa le proprie vacanze estive nella Serra di Lerici e che, dopo l’ultima ricognizione, ha trovato la Gora quasi del tutto asciutta e ricoperta da sterpi e rovi. Visto che il narratore non risponde, l’amico insiste: “Potresti almeno scriverlo”. “È passato tanto tempo”. “Non era estate? (……) Dunque è il tempo giusto per ricordare”. ” Potrei scrivere che ai ragazzi del vicolo, a noi, la Gora sembrava così distante, così spersa, che arrivarci era … la ricchezza di un viaggio“, al che l’amico osserva che questo è già un inizio; e infatti il racconto vero e proprio prende ora avvio, avventuroso, immaginifico, asciutto nello stile e lussureggiante nel vocabolario, un rampollare di storie e di personaggi dal tronco principale. Come si può osservare, proprio il porre una distanza consapevole tra la materia da narrare e l’atto del narrare indicano in Bertolani una moderna e piena coscienza del suo scrivere, una progettualità artistica eguale a quella che materia la sua opera in versi. Memoria e parola narrante costituiscono la struttura profonda del libro, in contrapposizione a un presente di abbandono e impoverimento della terra: “Come era la Gora?” è infatti la domanda che dà avvio alla narrazione e la risposta, bellissima, che arriva dopo lunga reticenza allude alla ricchezza di un viaggio, fisico ed esistenziale, un viaggio (decisivo) dal vicolo del paese alla Gora, distante e vicina nello stesso tempo, un itinerario che conduce a un luogo altro, tappa fondamentale per ogni iniziazione alla vita, per ogni maturazione psicologica. E in quell’estate lontana e quasi mitica, forse lontanamente affine alla pavesiana “grande estate”, il narratore, ultimo uovo nel nido, ha accesso al “mistero dei misteri”. È Tino, il compagno più grande e già smaliziato, che conduce gli altri alla Gora per spiare e svelare il mistero: “Riprese a parlare dei due del mistero. Dunque: c’era lei, la Luciana, bella e grande, che quando rideva ti andava il sangue in acqua, e c’era il Fuggiasco, che le dava il suo giusto senza tante cerimonie, da quel castrone e uomo da boschi che era“. Paura e attrazione, curiosità e ripulsa si scontrano nell’animo del bambino cui Tino fornisce ripetuti resoconti sull’atto sessuale (era questo, lo si è capito subito, il grande mistero), fino a che assiste all’incontro amoroso tra i due “e mi si chiuse la gola, avrei voluto parlare e non potevo, e quando ci riuscii mi venne fuori una voce rauca, da vecchio: di colpo avevo perso tutta la mia leggerezza“. Fugge. Raggiunto dall’amico, assiste all’incendio che quest’ultimo appicca per rabbia e per gelosia nei confronti della Luciana al casotto, una sorta di deposito e che entrambi, ritornati alle rispettive famiglie, pagheranno con una dura punizione.
La Gora è, dunque, il luogo simbolico della fine dell’infanzia, dell’affacciarsi ai misteri del sesso e quindi della vita adulta, benché il “merlotto”, come Tino ha soprannominato l’amico, abbia ancora tanta voglia di restare nel suo bozzolo rassicurante. E oggi la Gora, come altri “siti” dell’entroterra ligure, giace nell’incuria e nella dimenticanza, ma è la scrittura che, nel caso presente, ha saputo preservare la memoria, esattamente come nel capitolo successivo l’io narrante riflette sul nesso tra il duro lavoro manuale e “l’urgenza di raccontare“. Lo stesso Paolo Bertolani, amico di alcuni dei poeti più validi del secondo Novecento e protagonista di molte importanti iniziative culturali, si è guadagnato da vivere col suo mestiere di vigile urbano, esercitando un’umiltà in cui la poesia era dentro la vita quotidiana propria e della comunità, senza enfasi e senza proclami, ma praticata, essendo vera e propria poesia l’attenzione per gli olivi e i muretti a secco, per i ricordi e le chiacchierate con gli amici, per la politica e la famiglia. In queste pagine la riflessione di Bertolani riguarda infatti la durezza del lavoro quotidiano, necessario a guadagnarsi il pane, in rapporto al bisogno di scrivere, all’urgenza di raccontare: “Dei giorni ne ho passati a ripromettermi di cominciare (sott. a scrivere); ma mi succedeva dentro gli alberi, a bacchiare le olive sotto padrone, a slombarmi per staccare un grano da un cimetto lassù a casa di dio. È vero che scuotendo il fogliame, battendoci forte, si liberava come una nebbietta celeste, un piccolo fumo e io mettevo dentro di me le parole e poi le combinavo sul foglio; ma non potevo mica dire al mio socio, al padrone delle piante: aspettate che scendo giù in terra e scrivo questa urgenza. Minimo, mi avrebbero chiamato a riunire le canne, indicandomi in silenzio il viottolo che porta alle case, al paese. Ma ora che l’olio è uscito dai frantoi, è già bene ingiarato…” ora è tempo giusto e propizio per scrivere, quasi che lo scrivere appartenga ai mestieri della terra, conosca tempi giusti e debiti per fruttificare, sia uguale alla raccolta delle olive e alla potatura degli alberi da frutto.
Il ragazzo, che poi da adulto sarà il narratore, passa le sue giornate in scorribande e in fantasticherie, non appartenendo egli (sono parole della madre) alla razza che aveva dato fuori gente mica incantata sulle nuvole, ma che le nuvole le guardava per vederci dentro l’acqua e il vento che tenevano e che potevano decidere i raccolti, cioè quella del padre, detto il Bestia, tanta è la forza fisica e la resistenza nel lavoro di quest’ultimo. Il ragazzo appartiene invece alla razza della madre, tutta di gente con la testa fantastica e sempre sbandata dietro a delle magie. Lungo la linea femminile, sembra di capire, si dipana l’ereditarietà di quel tratto caratteriale fantasticante che ha nella figura paterna il proprio contrappeso.
La malattia che si mangia il padre, costretto a letto dopo una vita di lavoro instancabile nei campi e che ha piena coscienza della morte che si avvicina, innerva pagine davvero intense, in cui la sofferenza acuta del ragazzo si sfoga in lunghe assenze da casa durante il giorno.

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La tecnica narrativa di Bertolani costruisce il racconto inserendovi rapidi flash back oppure connettendo la narrazione principale ad altre secondarie, per cui si assiste ad una sorta di andirivieni di tempi memoriali e di personaggi; l’ho già affermato: penso che il presente non sia un libro neorealista o velatamente autobiografico, ma visionario e che ha dato a Paolo Bertolani la possibilità di distendere e ampliare il proprio verso, già così intenso e iridato di mille risonanze, in periodi narrativo-musicali che felicemente contemperano scrittura e oralità. Per Bertolani narrare non è diverso dal fare poesia. E poi mi chiedo: sono “realisti” i film di Ermanno Olmi dedicati alla civiltà contadina? E “Novecento” di Bernardo Bertolucci? Evidentemente no, se si comincia a sospettare che la volontà dei rispettivi autori sia stata quella non di fotografare una determinata realtà storica, ma di interpretarla e di rappresentarla anche attraverso la metafora e l’immagine sia fantastica che onirica, attraverso un linguaggio che narra e che, nello stesso tempo, riflette su sé stesso. Prendiamo i mótri: “c’erano stati qui intorno dei matti miscredenti sovversivi, gente che non credeva in niente, neppure al diavolo che è il diavolo, che avevano mangiato dei fichi nelle ore calde… Panciate di fichi… (…..) E allora, ma subito, erano spariti dal mondo dei cristiani: come li avesse toccati l’incanto. E allora li avevano chiamati per stagioni intere, dentro i boschi, giù nei canali d’acqua fresca, fino a Ameglia. La gente si era rivolta ad un uomo istruito chiamato il Pressìo, il quale aveva detto che quei mótri che ogni tanto, ogni tante lune, si mostrano tra le foglie o da una pietra (specie di bisce mozzate, grosse come una bella coscia d’uomo, e corte) altro non erano che quei matti miscredenti sovversivi ingordi. E che di notte, a averci coraggio, si poteva parlare con loro, ascoltarne la storia e molti uomini si erano messi a setacciare i boschi e i valloni di notte, invano. Soltanto anni dopo (…..) venimmo a sapere che a quelli che non volevano pagarlo, perché non davano credenza alle stregonate, il Pressìo confidava in gran segreto che i mótri non esistono, che era per la fame nera che la gente aveva come delle visioni, dei capogiri dentro gli occhi“. Infatti sono la fame e la guerra (seria e tragica minaccia, quest’ultima, indifferente alle carnevalate messe in scena dal Fascismo) che affliggono la gente, che spingono il Bestia al durissimo, disumano lavoro nella cava, ad attendere l’arrivo degli Alleati e la Liberazione. In questo senso la sezione del Partito Comunista, dopo il ’45, è luogo di ritrovo e di concreta solidarietà per la gente del paese, ma anche luogo di transito delle notizie e rifugio per il bambino che sa che il padre sta morendo. La parabola esistenziale del Bestia, fatta di rude affetto per moglie e figlio, di liberatorie ubriacature, di epici scatti d’ira, di senso totale dell’onestà e dell’onore, è simile a quella di tanti amici che lo visitano, dapprima imbarazzati e poi sempre più rari, durante la degenza a letto (tranne il Moo, assiduo fino all’ultimo): si tratta di uomini che sembrano fatti della stessa materia delle pietre e delle piante, dotati di un’etica del lavoro che corrisponde al loro appartenere al ciclo delle stagioni e alla terra, al sapersi sfruttati da padroni più o meno avidi, più o meno consapevoli, ma che rifiutano l’onta della disonestà e della fannullaggine. È questo il motivo che porta il Bestia, un giorno, a tagliarsi la gola con il rasoio da barba: anche in questo caso il racconto è asciutto e privo di enfasi: “Guardavo le figure del fuoco.
“E ora cos’ha?” disse di colpo mia madre.
Dalla stanza filtrava, con un odore dolciastro mai sentito, un russare lento faticato.
“Cos’ha?” ripeté alzandosi. Ma nella stanza ci entrò con la faccia di chi teme di potervi trovare una creatura rara: un mótro, proprio, sopra le coperte, immobile a fissarti con tanto d’occhi vedi e acquosi.
“Madonna”, la sentimmo. “Venite presto”.
(…..)
Dietro, rampò (parlando tra sé) l’infermiere capo dell’Assistenza, si fece largo nella stanza.
“Fate vedere”, ripeteva; e subito dopo: “Bisogna tamponare, datemi degli asciugamani, stracci, tutti quelli che avete”. E ancora tra sé:”Che lavoro, che lavoro”.
“Dovevo pensarci”, mia madre si disperava vicino al letto.
A che cosa, a che cosa? mi domandavo girando per la cucina, sentendo aprire e chiudere continuamente dei cassetti.”Ma è morto? Muore?” dissi al Moo.
“Sta’ savio almeno tu”, rispose.
Ma io, altro che quieto. Avrei voluto uscire, sperdermi nei boschi, non ritornare mai più. Quando mi arrivò dalla stanza (pacata, adesso, e come lontanissima) la voce dell’infermiere: “Ecco, ora non soffre più”.
In effetti il tempo successivo alla morte del Bestia vede la madre dedicarsi ai preparativi per il funerale (non religioso) e il figlio correre all’impazzata per il bosco, quasi in un empito di autopunizione, poi c’è la veglia notturna di madre e figlio, fino a quella sorta di grande processione che accompagna il feretro al camposanto: “Al funerale, tranne il prete, c’era un paese di gente: e i pianti, le bandiere rosse in testa al corteo, i discorsi delle donnette.
Mia madre non si mosse dal camino. Si alzò soltanto per vedere la cassa passare per il vicolo.
I compagni le avevano domandato il permesso di poter fare il giro di tutte le strade, come alla processione del Corpus Domini, e in piazza fermarsi a dire due parole di saluto. Ma lei aveva risposto che così le sarebbe parsa una festa: ché, a rispettare la volontà del morto, avrebbe dovuto farlo interrare sotto una pianta.
“Accompagnatelo direttamente al camposanto”, disse risoluta”.

I capitoli raccolti sotto il titolo “La scuola di Socialismo” mettono in evidenza la distanza tra i lavoratori e il velleitario intellettuale (“il Maìstro“) venuto in paese per indottrinare alle idee del Socialismo e che, con il suo armamentario di libri e di teorie, fallisce miseramente; già provocavano diffidenza i suoi atteggiamenti e il suo modo di vestire, ma poi quando, fattosi assumere alla cava, pretende di leggere ai manovali schiacciati dalla fatica i romanzi russi di Turgenev e Gor’kij, la misura è colma e il Maìstro è costretto ad abbandonare in tutta fretta cava e paese per timore nei confronti di quegli stessi lavoratori che aveva preteso d’istruire. I manovali, capeggiati dall’indimenticabile figura del Pra, capace sempre di pensare con la sua testa, fine ragionatore e parco di parole, non rifiutano ottusamente o bestialmente la cultura e la possibilità di una liberazione, ma vedono la distanza incolmabile tra il maestrino con la testa piena di belle idee e di belle parole e la loro realtà dura che esige pragmatismo e forza morale. Il Maìstro è un corpo estraneo, un borghese desideroso di applicare le teorie apprese a una comunità molto coesa e fondata su legami ancestrali costruiti dall’appartenenza alla medesima terra e alla medesima storia (è la Liguria dell’entroterra, questa, il mare balugina ogni tanto oltre i siti d’olivi e le conche di terra, si lascia solo intuire o dà segni tramite i gabbiani che talvolta s’avventurano nell’interno, ma resta comunque lontano – è una Liguria per molti versi altra rispetto a quella dei racconti altrettanto straordinari di Francesco Biamonti).

E nell’assenza di ogni dimensione metafisica, là dove tutto è immerso nel canto ininterrotto e assordante delle cicale e nel caldo estivo, oppure, periodicamente, nella siccità che uccide le piante o, viceversa, nel freddo e nella carestia che a loro volta costringono a tagliare le preziosissime piante da frutto per farne legna da ardere, è all’interno di questa realtà che si compie l’altra parabola esistenziale, quella di Andrea Valgi. In verità il racconto s’incentra su pochi minuti della vita di Andrea, ma fitti di balzi memoriali all’indietro, ché Andrea sa di essere vecchio, di non servire più a nessuno. Sta seduto sotto il portico di casa soffocante e soffocato nella calura agostana e vede tutta la sua proprietà andare in malora. Quasi suo alter ego è il vecchio cane malato: “Ci voleva stomaco buono per guardarlo. Di quello che i bambini chiamavano il cagnone, cos’era rimasto? Un bastone pieno di mosche“. E infatti la moglie di Andrea pretende che il marito uccida il cane, ma l’uomo non ne vuol sapere. Il racconto, quasi del tutto privo di azione, si svolge nella testa di Andrea che tende a identificare sé stesso col cane, ben comprendendo che il disprezzo della donna per l’animale non è altro che specchio del disprezzo per il marito. È in questo capitolo del libro che forse più amaramente ed esplicitamente si tocca il tema della decadenza e dell’abbandono, fenomeno che investe l’intiera Contea di Levante e che s’incarna in Andrea e nel suo cane. Così, quando un forestiero di passaggio, convinto dalla moglie di Andrea, spara al cane, si consuma un destino da tragedia classica, come se la hybris di Andrea consistesse in quel non voler accettare il declino, pur avendone lucida coscienza. Ma “Non ha mica sofferto”, gli gridò di là. “So il punto giusto”.
Andrea si alzò in tutta la sua altezza: l’altezza di Andrea Valgi senza la sonnolenza, senza la visione del campo in malora. E questo Andrea Valgi posò le mani sulle spalle dell’uomo e premette finché non sentì le ossa sotto la camicia.
“Che buffo uomo dovete…”
Andrea gli bloccò la frase guardandolo dentro gli occhi, poi disse calmo: “Ora andatevene”. Lo guardò mentre raccoglieva il fazzoletto e poi saliva in mezzo a quella rovina di sassi e di erbacce“.
Ecco: il riscatto, malinconico e momentaneo, dell’eroe decaduto avviene con questo baluginio dell’antica forza e dell’antico orgoglio, con questo gesto eroico, proprio perché vano, non potendo esso fermare il decadimento e la morte. I contadini e i lavoratori delle cave della Contea di Levante hanno una nobiltà e una dignità che deriva loro dalle radici terragne che posseggono e dall’appartenere a una comunità (essi sono compagni di lavoro, di canto, di partito, di bevute e anche di sofferenza, di lotta); non è un caso che l’abbandono della terra, il disgregarsi della comunità coincida anche con la loro morte, che può essere dapprima psicologica e soltanto successivamente fisica, che comincia nel momento in cui il decadimento fisico o la malattia intaccano le loro forze, minando il loro rapporto con l’esistere.
La morte, così presente in tutto il libro, è anche lo sgozzare gli animali che Togno, nel racconto “Le cicale“, scacciato dopo trent’anni di lavoro dalla mezzadria, mette in atto contro il padrone. La carneficina che il pastore e mezzadro compie nelle stalle è la protesta estrema contro un’ingiustizia palese, mentre le cicale assordano tutto e tutti, indifferenti al destino dell’uomo e della sua famiglia. È questo il racconto di bruciante attualità intorno all’arbitrio e alla prevalenza degli interessi finanziari, intorno alla mancanza di rispetto nei confronti delle persone e del loro lavoro. Lo sfruttamento dei lavoratori e del territorio viene raccontato in questo libro di Bertolani con una grande forza emotiva ed etica, con un linguaggio in cui le parole rimandano immediatamente agli oggetti, i pensieri non si perdono in inutili circonvoluzioni.

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E infine “La finestrella“, il racconto più visionario tra tutti, quello che svela il segreto dell’intero libro: la presente è un’opera dedicata ai morti, vivi nella memoria di chi ne racconta, nobili e arcani e purtuttavia ancora immersi, grazie e per tramite della voce narrante, nel tempo attuale, ché la finestrella è quella di una casetta perduta nel bosco, di nuovo in mezzo alla paura delle coste sperse in co’ del mondo e cui l’io narrante giunge dopo un lungo, difficile itinerario e alla quale si affaccia: nell’ombra della cucina che pian piano va schiarendosi si fanno avanti, incontro alla finestrella, i protagonisti del Racconto: tutti morti, compreso il padre.
“Chi siete?” mi venne la forza di chiedere.
Una voce rispose per tutti: “Milio, la Catinotta, Andrea dei Valgi, il Moo…”
“Ma siete tutti morti”, mi uscì un ridere spaventato.
Stavo come sgambato lì alla finestrella, quando ci venne una figurina e ingrandiva tanto più si avvicinava alla luce, finché la faccia la occupò tutta quanta e la faccia era quella di mio padre, infossata sotto gli occhi e con le labbra sbiancate. In capo portava la berretta schiacciata, a quadri.
“Ricordi?” disse: duro, come roncasse una rama.
“Che cosa?” Pativo delle fitte gelate dentro lo stomaco.
“Le cose, i posti. Quello che è successo”.
“Poco. E devo faticarci”.
“Io tutto”, fece: ancora netto, come un taglio di roncola. “Anche se quel giorno pioveva e come erano le piante e le voci che c’erano.Tanto che adesso, se io voglio ricordare, tu guardi dentro e rivedi tutto”.
“Voglio sì”.
“Ma se tremi come una foglia”. La voce perse un poco la durezza di prima.
“È l’umido che ho preso”, dissi.
“L’umido…” La voce si smorzò (per un poco risentii gli uccelli, ora animati come in un conciliabolo), poi si rifece secca, precisa: “Sicuro?”
Mi aspettavo una frase di fiele, delle sue. Invece prese a parlarmi lentamente, la voce tutta di petto”.
L’antichissima tradizione della nekyia, la discesa agli Inferi e il colloquio con i morti, e la tradizione italiana, dantesca, si rinnovano qui, in questa linea di continuità che attraversa anche la poesia e la prosa di Bertolani.
Trovo straordinaria l’affermazione del padre “se io voglio ricordare, tu guardi dentro e rivedi tutto“, al che il figlio risponde:”Voglio sì“, con un’identificazione totale tra morto e vivo, tra memoria del morto e memoria del vivo. Ecco perché la parola narrante diventa irrinunciabile e dice in nome di un’intera comunità. Preziosa è la scrittura di Bertolani anche perché sembra emanare dalla comunità stessa, in un racconto che salva la memoria, che la tramanda, ma che in questo caso riflette anche sulla rovina del mondo della Contea e salda in un cerchio l’intero libro: allontanatosi a gambe levate dalla casa con la finestrella, l’io narrante, caduto in un profondo sonno e poi risvegliatosi, incappa prima in Dragotto, lo scemo del paese e poi in Tino, lo stesso Tino dei primi capitoli del libro che gli annuncia la morte per suicidio di Martina, già loro compagna di giochi come viene raccontato nei capitoli dedicati alla Gora, incinta del proprio zio. In maniera tragica tale suicidio conclude il libro: la vivace compagna di giuochi che sollevava la gonna e mostrava le gambe acerbe ai compagni maschi (sempre in tema di iniziazione al sesso), fattasi donna e violata dallo zio, è ora un cadavere cotto dall’acqua, il cui suicidio non è un gesto di dignità come quello del Bestia, ma di disperazione.
Risalii la scaletta e fui ancora nel mormorio basso delle donne; e lì, subito, sotto il loro sguardo tra curioso e maligno, risolsi di mettermi spedito per lo stradello: deciso però a scansare la stalla e Dragotto, e la conca delle apparizioni.
Diedi un’ultima occhiata alla morta e attraversai l’aia mentre già arrivavano da dietro il costone, imprecanti ai sassi e al caldo, le voci degli uomini che camallavano la cassa“.

La foto di copertina proviene dal portale delle Biblioteche di Parma, mentre il “collage” con copertine di opere di Paolo Bertolani proviene dal sito di Federico Mayol.

 

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