Una musica perfettamente noiosa. Attorno alla galassia Houellebecq (I)- di Roberto Batisti

di Roberto Batisti  (I parte)

in memoriam Thomae Labranca

Πάντες τῷ θανάτῳ τηρούμεθα καὶ τρεφόμεσθα,
ὡς ἀγέλη χοίρων σφαζομένων ἀλόγως.
(Pallada, Anth. Pal. X 85)

1. Per anni ho seguito Michel Houellebecq come si segue la squadra del cuore; ma so bene che è sciocco tifare per un artista. Più che sulla passionalità del tifo, sposterei quindi l’accento sulla relativa arbitrarietà con cui ci s’identifica con un atleta o con una compagine sportiva (nonostante spesso entri in gioco il facile determinismo geografico del campanile; ma questo non spiega tutto, vedi il caso Juventus). Ci sono scrittori e artisti che ammiro molto di più, più importanti sia in assoluto sia per la mia formazione, ma che seguo con coinvolgimento meno personale. Va detto che Houellebecq ci mette spesso del suo per romanzare la propria esistenza (romanzare come un romanzo di Houellebecq, naturalmente; non di Stendhal o Balzac…). Non penso tanto alle numerose uscite ‘provocatorie’ contro l’Islam, o altre pietre di pubblico scandalo che possono far credere a chi non l’ha letto ch’egli sia una specie di Massimiliano Parente transalpino; ma a trovate come quella di far perdere ogni traccia di sé nel 2011 (vicenda su cui scrissi una poesia, che con l’aiuto di un’amica cercai poi di tradurre in francese per spedirgliela), o d’inserirsi come personaggio e inscenare il proprio brutale omicidio ne La carta e il territorio; o ancora al look sempre più devastato col quale si fa fotografare (al punto che quando per scrivere Sottomissione visita l’abbazia di Ligugé i monaci lo scambiano effettivamente per un senzatetto); fino al sublime grottesco del dissing reciproco con la madre ex-hippie Lucie Ceccaldi, che per vendicarsi delle tinte avvelenate con cui il figlio la rappresentò ne Le particelle elementari scrisse a sua volta un violento memoir nel 2008 (l’utilizzo del termine dissing non è casuale: l’episodio ricorda da vicino quanto accaduto fra Eminem e la madre Deborah Nelson-Mathers, che pubblicò un’autobiografia e incise un disco per replicare agl’insulti del figlio rapper). Ma se le uscite pittoresche del personaggio fanno sicuramente di Houellebecq un argomento di divertiti, puntuali commenti fra amici (come per altri, immagino, le serie televisive), certo le ragioni della mia particolare attenzione per lo scrittore francese non possono stare tutte qua. In fondo, sarei nella buona compagnia di molti critici se lo considerassi uno degli scriventi più sintomatici dell’età nostra.

2. Come chiunque abbia scritto una tesi di dottorato, so cosa significa compilare una bibliografia il più possibile esaustiva su un argomento, e conosco bene la “soddisfazione sportiva nel dare la caccia a un testo che non si trova” di cui parlava Umberto Eco. A dire il vero, il piacere più intenso lo si prova quando finalmente si riesce a dom(in)are nella sua interezza detta bibliografia, ad avere il polso del dibattito con tutte le sue evoluzioni, sì che alla fine si può sintetizzare esaurientemente in poche decine di pagine un quadro teorico anche complesso e confuso. (Poi uno rilegge la propria tesi cinque anni dopo, quando non è più totus in illis, ed è il primo a non capirci niente.)

Ecco, quando leggevo Houellebecq io quel genere di lavoro lo stavo facendo su un problema di fonologia storica del greco antico, ragion per cui Houellebecq lo leggevo appunto con l’interesse di un fanboy, e non tentavo nemmeno di tenermi a giorno del dibattito critico. Tentando di farlo ora, sia pur sempre in modo non sistematico, mi trovo di fronte a una mole di contributi, da quelli pamphlettistici a quelli ponderosamente accademici, che come prevedibile è già inquietante, quanto forse per pochi scrittori viventi. Questo per dire che uno studio veramente consapevole e articolato andrebbe rimandato a quando avrò finito di leggermi quel che su di lui hanno scritto gli altri, ovviamente per constatare che non ci hanno capito nulla (come chiunque abbia scritto una tesi di dottorato, ho interiorizzato una diffidenza patologica per studi che non abbiano alle spalle una minuziosa literature review; che può beninteso esser sottaciuta se la destinazione del proprio discorso non è strettamente accademica, ma dovrà pur esserci stata se non si voglion fare delle chiacchiere da bar. Con profondo rispetto per i bar, senza i quali ben poche tesi verrebbero portate a termine).

3. Il mio intervento ha dunque tutti i crismi del soggettivo, dell’impressionistico; e del contingente, perché quel che mi ha convinto alla stesura di queste note è stata l’uscita in traduzione italiana di Configurazioni dell’ultima riva, la sua seconda raccolta di poesie dopo Il senso della lotta, apparso da noi nel 2000. L’ho acquistato sapendo d’andare incontro a un libro non bello, e la profezia era facile. Houellebecq non è mai stato un superbo stilista neanche come romanziere (difficile definire la sua una prosa d’arte); se i suoi libri hanno acceso interessi e suscitato discussioni come pochi a cavallo del XXI secolo, è piuttosto in virtù delle idee che contengono, e per la scandalosa franchezza con cui sono esposte. Alla franchezza, si sa, giova appunto uno stile scabro e disadorno. Houellebecq non è un nuovo Céline, perché non veicola i suoi cattivi pensieri con un linguaggio espressivistico, violento, forzosamente colloquiale; preferisce casomai svelare in modo impietosamente asettico la nuda brutalità dei fatti e, soprattutto, delle pulsioni umane meno presentabili. Inoltre, mentre il Bardamu del Viaggio al termine della notte attraversa, sia pure ‘dal basso’ e ‘contro’, tutte le esperienze chiave della prima metà del Novecento (dalla Grande Guerra al colonialismo, dall’America fordista alle banlieues parigine), i protagonisti di Houellebecq sono tipicamente inerti e inetti, confinati a esistenze grigie o in cui le evasioni dal grigiore si rivelano tragicamente illusorie; se sono sfiorati dai grandi movimenti storici, li subiscono o vi si consegnano con ambigua rassegnazione. E, come osserva Bernard Maris in un recente pamphlet, “di umorismo Houellebecq non è mai a corto, come Céline – di cinismo totalmente, al contrario di Céline”. Lo stesso rilevava anni fa Giuseppe Genna, recensendo la prima silloge poetica di Houellebecq, e contrastando i suoi modi filosofici “disperati e disperanti” col “cinismo del bisturi di Benn”.

Se ciò nonostante il paragone ha un senso, è perché, similmente ai medici Benn e Céline, nel disperato amore di Houellebecq per l’umanità, così disperato da condurlo sovente al rifiuto, c’è molto del disgusto radicale di chi vede nell’umanità stessa un imperfetto grumo di cellule travagliato da implacabili processi biologici. Le digressioni di tono scientifico sono tipiche della sua prosa, efficaci proprio quando con questo piglio freddo e asettico descrivono i fenomeni sociali o i rapporti interpersonali. Per citare ancora Genna, “soltanto chi ha studiato la biologia e la medicina – e seriamente, come questo irritante francesino – può giungere a un’interpretazione tanto autoptica e feroce della presenza umana su questo mondo”. Le più belle pagine di Houellebecq, per me, sono quelle davvero commoventi che concludono le Particelle elementari e che si situano al di là della vera conclusione della trama, sulle coste irlandesi di Clifden dove il protagonista Michel Djerzinski si ritira, “fra le onde e la luce”, prima di darsi la morte, per donare all’umanità le basi del proprio superamento tramite la genetica. L’utopia di una risoluzione definitiva dell’infelicità tramite la manipolazione dei procedimenti di divisione cellulare è struggente, per il suo disperante risvolto (siamo condannati all’infelicità, in ultima analisi, dal funzionamento basico della nostra stessa biologia) e perché qui come in pochi altri punti è chiaro che Houellebecq non si compiace minimamente del gelo che ci fa sentire, non prova alcun perverso piacere ad analizzare il male, e anche se le soluzioni che dipinge sono sempre amaramente paradossali (così vedo anche l’accettazione dell’Islam come ‘medioevo sostenibile’ ambiguamente paventata in Sottomissione) non sono mere provocazioni, perché nessuno più di Houellebecq vorrebbe che una soluzione davvero ci fosse. (Che poi neppure la clonazione di una razza perfetta possa essere la chiave della felicità sarà tesi dell’autore ne La possibilità di un’isola).

Fine della prima parte

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