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Una musica perfettamente noiosa. Attorno alla galassia Houellebecq (II) – di Roberto Batisti

di Roberto Batisti (II parte)

in memoriam Thomae Labranca

Πάντες τῷ θανάτῳ τηρούμεθα καὶ τρεφόμεσθα,
ὡς ἀγέλη χοίρων σφαζομένων ἀλόγως.
(Pallada, Anth. Pal. X 85)

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4. Tuttavia, se la grigia linearità houellebecquiana funziona in prosa, in poesia convince meno, e la nuova raccolta uscita per Bompiani conferma l’impressione. Lo stesso editore ha pubblicato poco dopo l’intera produzione in versi di Houellebecq, precedentemente dispersa – oltre che nelle due raccolte già citate – in vari volumi di saggistica e scritti miscellanei. Un cofanetto di due tomi fin troppo elegantemente confezionato, purtroppo senza alcun materiale pre o postfatorio, unica glossa critica un magro risvolto di copertina. Mette quasi disagio sfogliare questi versi desolati in un’edizione così perbene. Lontanissimo da certe tendenze sperimentali oggi ben vive nella poesia francese, Houellebecq sceglie piuttosto metri classici e semplici (ottosillabo, alessandrino), perlopiù rimati, in cui cala senza voluttà d’oltraggio dissonante o d’ammicco pop i referti di un’esistenza qualunque del tardo Occidente fra XX e XXI secolo. A queste brevi poesie, praticamente sempre contenute entro una singola pagina, si alternano prose pure non ‘d’arte’ né sperimentali, a volte teoriche (interessante il trattato iniziale Restare vivi, sardonico manuale d’istruzioni sulla praticabilità d’una vita da poeta), a volte quasi diaristiche. Sul piano formale, vige dunque la medietà – poche trovate elaborate, ricerca d’un tono a volte amaramente gnomico, a volte confidenziale, che si può occasionalmente accendere di lirismo non privo d’effetto, ma abbastanza convenzionale (“un istante largo, ostile, dove tutto è in sommossa / sui balconi del cielo si contorce una notte rossa”). Più spesso il poeta si muove nel prosaico, ambientando i suoi piccoli drammi di decadimento organico e fallimento sociale in realtà triviali e plastificate; in questi casi è la rima il tipico luogo d’elezione del cozzo ironico fra materiale linguistico ‘alto’, o comunque tradizionale, e ‘basso’, o comunque impoetico (come sapevano bene i nostri crepuscolari): “la ‘crème brûlée’ est au menu / et nous sommes loin de la loi de Jésus”. In fin di verso ricorrono volentieri nomi come porno, Predator, Pentothal, Mépronizine, hypermarché Continent, Rimini.
Tematicamente, gli sfoghi provocatori e le crude notazioni antropologiche si alternano a confessioni disarmanti, con una prevalenza nelle ultime raccolte dei toni più rassegnati, persino elegiaci. L’io poetico è ontologicamente marginale ma testualmente centrale; sempre ben presente (niente spazio, qui, per le poetiche dell’oggettivismo), soffre di un’ossessiva solitudine. Se davanti all’umanità storce il naso, la sua compassione si rivolge casomai ai “gentils dinosaures”. Di certo queste poesie aiutano a mettere in chiaro che la posizione di fondo di Houellebecq è romantica; che – come in un Baudelaire senza la consolazione dei suggestivi orpelli simbolisti o di mitologie pseudosataniche – alla radice del disgusto sta una tensione inappagabile verso l’assoluto. L’affinità con Baudelaire è messa in luce da Emanuele Trevi, il quale osserva anche quanto poco Houellebecq abbia in comune con Emil Cioran oltre alla comune propensione al cafard. Rispetto al rumeno, il suo resoconto delle nostre miserie è più nudo perché più scientifico, darwinista, e al contempo meno elegantemente cesellato, senza bagliori gnostici e senza ‘enfasi balcanica’.
Ma è come se questa temperie emotiva restasse sempre espressa in modo troppo didascalico; l’autore non riesce a trovare una soluzione formale incisiva per dare rilevanza artistica alla sua depressione. Di Cioran gli manca purtroppo anche il dono del fulmine epigrammatico. E di fronte a una raccolta integrale come questa non aiuta l’effetto d’accumulo, di variazioni infinite su una tavolozza emotiva già programmaticamente magra. Se è vero che alcune poesie, come ricorda il risvolto di copertina, sembrano spesso abbozzi dei suoi romanzi, bisogna ammettere che i migliori risultati Houellebecq li attinge più in quelli che in queste. Si esce dalla lettura serbando in cuore ben pochi versi, ma gravati d’uno strano bolo di nausea alla gola, il che in fondo è probabilmente quanto l’autore voleva trasmettere.
Quanto osservato qui valeva già appieno per Il senso della lotta. Stupisce, perciò, rileggere oggi la postfazione di Aldo Nove, secondo il quale “la voce di Michel Houellebecq è musica” che ci regala “un subbuglio cosmico (il subbuglio ‘orfico’ di Dino Campana, il subbuglio lessicale di Carlo Emilio Gadda)”. Nove, che pure non sbagliava riconoscendo nel francese uno spirito per molti versi affine e scegliendo di pubblicarlo in una collana da lui diretta, appariva qui decisamente fuori strada. Il vero pensiero di Houellebecq riguardo al proprio canto si può trovare aprendo quella stessa raccolta a pagina 53 (o il primo volume della raccolta nuova a p. 89):

La nostra generazione sembra aver riscoperto il segreto di una musica perfettamente ritmata, e dunque perfettamente noiosa. Fra la musica e la vita non c’è che un passo. Pagato da nessuno, al servizio dell’umanità, continuo a sfregare uno a uno i miei fiammiferi lirici. Fortunatamente, l’AIDS veglia.

Una musica perfettamente ritmata, e dunque perfettamente noiosa: precisa autodefinizione per il senso di arreso tran-tran esistenziale trasmesso dai suoi versi. Altro che subbugli orfici, o anche invasata intemperanza lessicale alla Gadda!

5. Eppure, come accennavo poco sopra, da uno scrittore come Aldo Nove era ovvio attendersi una particolare empatia per il Nostro. Se di umori houellebecquiani è pervasa l’epoca attuale, e se questa archetipica figura d’individualista depresso e scontroso finisce per sembrare sempre più, in realtà, un’effigie dell’everyman europeo del XXI secolo, è interessante cercare di rintracciare chi, in Italia (paese che, ricordiamolo, “gli sembrava essere in molti campi all’avanguardia del peggio”), gli assomiglia di più. E non c’è dubbio che l’Aldo Nove vintage di componimenti dei primi anni ‘90 come Poeta di regime o L’amore al tempo delle discoteche (“Contro il sogno banale della luce, / il suo volgersi in versi di Den Harrow”) fosse un autore i cui versi possono riecheggiare da vicino quelli de Il senso della lotta e Configurazioni. Siamo d’accordo, Nove è un poeta povero di soluzioni tecnico-formali (che non siano il pastiche da liceale), che fonde in maniera spesso indigesta un’inclinazione goliardico-parodica a un afflato tragico, e con tendenza al patetismo: il prosieguo della sua carriera l’ha dimostrato. Sarebbe stolto però negare che quel modo finto-ingenuo di assumere la maschera della paccottiglia mediatica per farci toccare la desertificazione spirituale che essa produce; quella disperata sofferenza che si maschera provocatoriamente da sarcasmo, ma un sarcasmo così paradossale che non può non incrinarsi sul più bello e lasciar sgorgare in via diretta, lirica, la sofferenza – tutto ciò, pur non avendo gran valore come poesia in senso stretto, toccò una corda inedita in Italia, e per molti versi profetica.

Ma oggi, in Italia, la cosa in versi più simile al miglior Houellebecq per poetica (sardonica celebrazione del consumismo tardocapitalista, ambiguamente sospesa tra rivendicazione e denuncia; brutalità misoginistiche o genericamente misantropiche) e anche per scelte formali (fintamente lineari, fintamente ingenue fino alla demenza e colloquiali fino alla sgrammaticatura) non si trova forse nei cataloghi di editori di rilevanza nazionale, ma fiorisce in un angolo di Facebook: sulla pagina di Nuova Poesia Troll. Impietose satire del buonismo di sinistra, o più in generale di tutti gli automatismi del luogo comune, paragoni tra la poesia e il ritardo mentale, inni commossi a Thatcher e Berlusconi (ma anche Pinochet), elegiache celebrazioni degli accessori (scarpe, etc.) dell’altoborghese benvestito, disprezzo aristocratico per la volgarità della plebe italiana, salvo rivendicare l’aggressiva schiettezza napoletana contro i pigri intrallazzi romani; il tutto in uno stile artatamente ‘tirato via’ quando non colmo di comici refusi, in cui l’amara arguzia di fondo è dissimulata dalla presentazione grottesca. NPT, come ogni troll che si rispetti, punge sul vivo e disturba chi non la pensi su tutta la linea come gli autori, ma soprattutto fa ridere e ogni tanto (quando meno calca la mano sulla satira di costume e sull’ὀνομαστὶ κωμῳδεῖν, più sulla rappresentazione di un’aristocratica alienazione) ottiene davvero effetti obliquamente lirici. È come se lo Houellebecq più provocatore e squallidamente osceno, quello della Storia di un cazzo, perdesse una certa anemica compostezza, una certa malinconia nonostante tutto seriosamente ‘poetica’, mescolando la sua ispirazione a una vena più scopertamente satirica (che comunque nei romanzi non gli difetta). O come uno Sgargabonzi più aggressivamente reazionario e senza quella stralunata goffaggine da inetto fantozziano fan di Maurizio Milani (ma proprio questi tratti, beninteso, sono quelli che rendono Alessandro Gori degno dell’elogio iperbolico ricevuto da Claudio Giunta; proprio il suo saper lasciare in dubbio se ‘ci sia’ o ‘ci faccia’, e il suo mettere alla berlina anzitutto sé stesso, lo elevano al di sopra della media del neocattivismo internettaro – genere, questo, di cui dai media mainstream non si sospetterebbe neppure l’esistenza, ma incredibilmente diffuso e sintomatico del (ri)sentimento di questi anni ‘10).

6. Sono comunque pacificamente persuaso che quell’Aldo Nove di cui si parlava resti uno dei punti di riferimento della poetica di NPT (di cui è ovviamente al contempo uno dei bersagli preferiti), insieme all’Omino Bufo di Alfredo Castelli (per la “stabile sintassi dell’errore”, che qui è caricatura dei refusi commessi dai tanti leoni da tastiera che si affannano a riempire i social networks delle loro opinioni) e soprattutto a un prezioso oggetto librario non identificato uscito più di dieci anni fa dalla penna di Tommaso Labranca, Il piccolo isolazionista. Mentre scrivevo queste righe, la prematura morte di Labranca è stata seguita da un profluvio di ricordi, testimonianze ed elogi che in parte stupisce. L’impressione è che si trattasse d’un autore più amato e frequentato che discusso pubblicamente: in sintonia con la sua scelta d’indipendenza e di sdegnoso riserbo. Quel che intendo, infatti, è che – in un’epoca in cui scrittori come Carver, Wallace o Bolaño, ma anche i nostri Genna, Moresco, o lo stesso Nove, diventano, se non idoli, comunque autori-simbolo da esibire – non capitava di sentire qualcuno definirsi labranchiano, né di veder calare il nome del milanese come asso pigliatutto in una discussione letteraria. Io no, non sono mai stato ospite alla Maison Labranca, e non mi produrrò in una celebrazione a tutto tondo del personaggio, che lascio a voci più articolate della mia nonché certo più ferrate sui suoi opera omnia. Ma noto con piacere che molti fra i sinceri ammiratori di Labranca concordano nell’individuare nel Piccolo isolazionista, non certo il suo libro più celebre, il suo capolavoro.

Daniele Gabrieli, in uno degli articoli più incisivi ed equanimi usciti all’indomani della scomparsa di Labranca, lo definisce “opera non facile da incasellare in un genere (forse l’unica definizione possibile è autobiografia decostruita), [che] si ispira alla funzione random dell’iPod nell’alternare brevissimi capitoletti che saltano avanti e indietro tra il presente e il passato dell’autore.” E si noti en passant che Labranca, pur non essendo precisamente noto come scrittore d’avanguardia, in ciò si mostrava pioniere di una tecnica fra le più interessanti che si possono esplorare oggi: riprodurre a livello strutturale nella propria scrittura – non come patina superficiale o preoccupazione contenutistica – l’impatto delle nuove tecnologie sulla percezione della realtà. Ecco: questo oggetto di forma ibrida tra il saggio di costume e la divagazione autobiografica, con frequenti affondi lirici pur senza tentare mai la prosa d’arte, incarna con precisione e suggestiva potenza un’estetica e un mood che, al confronto, trovano nei paralleli citati finora un riscontro solo imperfetto. Lo considero la migliore risposta italiana a Houellebecq, ma forse anche meglio di lui, e sicuramente meglio di cannibali e neocattivisti, coi quali ha molto in comune (per l’angoscia cosmica da hinterland milanese, la mistica dello squallore, l’orgoglioso autismo del misantropo postmoderno, il rifugio nel ‘freddo pulito’ della tecnologia e del pop di plastica anni ‘80). Per tornare all’aneddoto personale, comprai Il piccolo isolazionista all’uscita e lo amai fin da subito; a differenza d’altre letture dei vent’anni, col tempo non è minimamente scemata l’ammirazione. Labranca non cadeva nei difetti formali e temperamentali di Nove, aiutato certo in ciò anche dalla forma prosastica; ma neppure dava al suo aristocratico risentimento forme troppo direttamente e volgarmente aggressive, come i cattivisti di dieci anni dopo, che pure sono per molti versi figli anche suoi. Ancora Gabrieli ci ricorda che

Labranca considerava Il piccolo isolazionista il suo capolavoro, il suo testamento spirituale, il Labranca definitivo. Giustamente: in questa cronaca di un’esistenza povera di eventi e di umanità (interi grappoli di capitoli sono dedicati a giri in tangenziale senza meta) c’è tutto il suo io, il suo senso di vuoto, il conflitto tra rifiuto del mondo e paura della solitudine. C’è il suo retroterra culturale, specie musicale: Moby, i Kraftwerk, la disco anni Settanta, la musica elettronica. E c’è il rapporto viscerale con l’hinterland milanese […] un amore che lo spingeva a guardare con meraviglia perfino a cose come le geometrie di una strada asfaltata, o le luci di un lavaggio auto. Di nuovo, la poesia dove nessuno avrebbe pensato di cercarla.

L’habitat di questo libro è infatti la notte della periferia metropolitana come simulacro del vuoto siderale; la notte di un solitario che orbita sulle tangenziali nelle ore abitate da nessuno, cullato da una musica ipnotica e asettica che lo aiuta a geometrizzare i sentimenti più cupi e tumultuosi. Se Joyce scriveva per un lettore affetto da un’insonnia ideale, e l’insonnia del XXI secolo è tutta giocata nei meandri d’Internet, quella di Labranca sale in auto e affida le proprie angoscie a un nastro circolare di strada illuminato da luci che sembrano quelle degli UFO. C’è in queste pagine – come, per altre ragioni, nel finale delle Particelle elementari – un retrogusto di lacrime amare che si vanno asciugando sotto un vento freddo. Il libro seduce per il suo tono pacato (ma di una pacatezza che segue o precede immediatamente la disperazione), confidenziale (ma di una confidenza fatta a nessuno), si snoda in digressioni che toccano filosofia e cultura pop, musicologia e urbanistica, etc.; senza però quel modo troppo sbarazzino, ammiccante, dei molti che oggi si vogliono dimostrare dinoccolati tuttologi e farti vedere che hanno, come Mallarmé, letto tutti i libri, ma anche giocato tutti i videogiochi. Labranca, nel corso delle sue ruminazioni notturne, analizza con competenza e pietas i video dei Diaframma, le copertine dei dischi di Cerrone, o i testi degli Abba (ma anche le trasmissioni della TV irachena all’epoca della seconda guerra del Golfo), senza fingere che abbiano l’importanza di Kant o di Proust, e neppure al contrario godendo sfacciatamente della loro insignificanza; ma sapendo che lo aiutano a spiegare la sua psiche, che in mezzo a loro è cresciuta. È quel che, notoriamente, faceva in un po’ tutti i suoi saggi, fino a guadagnarsi l’ambigua e semplificatoria etichetta di ‘teorico del trash’; ma ciò che rende questo libro uno dei suoi punti più alti è l’equilibrio fra quel versante più pungente, di aspro e chirurgico critico della cultura di massa, e il dolente intimismo di chi non si perita di mostrarsi vulnerabile. Leggendo l’Isolazionista ci ritroviamo tutti, come lui, bombardati dai detriti cosmici lanciati nello spazio dalla progressiva disintegrazione dei materiali culturali; orgogliosamente abbracciati a una solitudine (oggi si direbbe: un autismo) che è rimasta l’unica emozione autenticamente sperimentabile.
Le foto di Italo De Marco che accompagnano il volume sono corrispettivo visuale di questa estetica, simile in qualche modo a quella portata avanti su internet da pagine come Padania Classics o anche dai post fotografici su facebook di uno scrittore sperimentale come Gherardo Bortolotti. Scatti trasandati o algidamente obiettivi, da cui la figura umana è bandita, senza alcuna concessione a una ‘poeticità’ o ‘artisticità’ tradizionalmente intesa, trasfigurano l’anonima periferia padana post-industriale in una landa aliena, e l’esistenza dei suoi abitanti in un perturbante mistero cosmico.

Fine della seconda parte

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