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FLASHES E DEDICHE – 55- IBELLO TURBA ANCORA

Repetita juvant…torno ancora una volta sulle “Turbative siderali ” di Giovanni Ibello (Terre d’ulivi 2017) a mio avviso uno dei libri migliori di questo 2017 (e non solo), ospitando l’accurato intervento del Prof.Martella dell’università di Bologna. Buona lettura.

Mi appresto a leggere con una certa curiosità questo libro di Giovanni Ibello,  dal titolo che fa venire i brividi: “Turbative siderali”. Sono appena rientrato a casa a Pianoro da Bologna dove al Ritrovo di via Centotrecento ho assistito a una presentazione di varie sillogi di poesia, uscite di recente per i tipi di Terra D’ulivi. Nella vivace formula della reciproca presentazione a coppie (un autore discuteva l’altro), ho avuto modo di ascoltare ancora voci che conoscevo già, frammiste a voci nuove. Fra queste ultime, questo Giovanni Ibello, di soli 28 anni, mi ha molto incuriosito ed è poi stato così gentile da regalarmi una copia della sua prima raccolta di poesie. Credo che il mio fiuto non mi abbia tradito, dal primo verso, quasi un esergo lasciato cadere giù dal cielo a piè di una pagina bianca, come una meteora, come se prima ci fosse già stato un poema o un mondo tutto intero, ora scomparso: “la nudità è dei corpi, il resto è mistificazione.” (6) Apodittico, non c’è che dire. Quanto rischio si prende questo ragazzo, il rischio di un tonfo senza fine e di una stroncatura memorabile, ma basta sospendere il giudizio, voltare pagina e mettersi in ascolto: “di quello che sognavi veramente/ non resta che un silenzio siderale/ una lenta recessione delle stelle/ in pozzanghere e filamenti d’oro,/ il riverbero delle sirene accese/ sui muri crepati delle case.” Rimango inchiodato a leggere lo spartito di questa musica cosmica per voce di ragazzo e svariati strumenti.  Di filato arrivo a una magnifica eutanasia del perdono, un testamento scarno, sillabato della voce umana che si fa altro per assenza di tempo, in un trittico perfetto che scandisce l’esserci nella sua costitutiva, biologica, incolpevole vocazione alla morte:  “non scrivo di silenzio ma di vuoto… Preferisco celebrare/ questa lenta eutanasia/ con il corpo imperlato di sudore/ e gli occhi sgranati/ sopra un prato di stelle radioattive…. ma malgrado tutto il male ricevuto/ “io non ho paura”/ perché non c’è più tempo, non c’è tempo… Perché davvero/ non è questo il tempo/ di chiedere perdono.” (9-10)  Si avverte qui una singolare franchezza di tono, un’arroganza formale, quasi una sprezzatura nel condurre a termine volta a volta alcuni grandi generi del discorso letterario o musicale. Prima è stata la volta del Requiem, ora tocca alla lirica d’amore: “Basta canzoni d’amore… Hai sognato lo scisma dei santi/ il mistero della cernia ermafrodita.” (11) Che dire? Presto l’amore e la morte si incroceranno di nuovo: “io non sapevo intonare il Requiem dei morti/ il volto stremato di un uomo che ha perduto l’amore…la fame dei ratti, la pazienza dei ragni/ che filano trame greche nella gola/ che separa il cemento dalla rena.” (13)

Amore e morte vengono coniugati in diverse tonalità, ripetutamente, come nello sviluppo di una fuga musicale che presto tradisce la sua nota dominante, il disincanto sincero e spietato: “E’ questo il destino dei corpi:/ le amnesie lunari/ la lesione tellurica del buio. Mai nessuno/ ci ha chiesto di essere vivi.” (15)

Come nello Stabat Mater di Bach, ora il connubio di compassione e maestria del verso lascia trasparire una luce oltre il suono, “Perché gli occhi sono/ l’ultimo confine dell’esistere,/ perché gli occhi resistono/ la pietà del respiro che stenta.” (16) Morte terribile e leggiadra. Così continuo a leggere ma più ancora ad ascoltare. La franchezza del dire qui richiede infatti la scienza e la pazienza dell’ascolto. E così via, così via in una serie di variazioni sul ferreo nesso fra amore e morte, intonate da una voce fuori campo che sempre varia la propria distanza dall’umano fino alla tremenda, impersonale preghiera di un eretico che ci rende la polvere cosmica in forma di parole, e come dopo un Big Bang, ci offre la forma minima del silenzio, trasumanando: “Vieni/ sull’altare dei senza Dio,/ incontrerai uno stormo/ di libellule in amore.” (19) E poi stupendamente ancora la morte resa nell’intreccio delle sillabe, finché “il respiro si risolve/ in un orgasmo neuronale,/ è come un’implosione/ di pianeti nella mente/ una turbativa siderale/ del corpo che ritorna seme.” (20)

Si comprende allora anche il senso del titolo di questa prima sezione, “L’ultimo rantolo del sole.” Tanto basterebbe forse al lettore, ma inizia la seconda parte. Come nello sviluppo di una Fuga per Canonem, o meglio attraverso il canone poetico del Novecento.  E’ uno sviluppo a più voci o contrappunti del contrasto tematico iniziale tra amore e morte. Variazioni ai limiti tonali, che sfiorano il rumore e il silenzio, volta a volta: sono le “Turbative siderali” della II parte, appunto. Così dopo l’implosione cosmica, di nuovo sboccia “lo stupore della vita” benché racchiuso dentro il paradosso “che si viene alla luce/ con gli occhi serrati.” (23) A ribadire ancora il disincanto e la franchezza che costituiscono il connubio dominante, la cifra di questa poesia. Ne veicolano l’intenzione dissacrante del luogo comune, del partito preso della fede e del perdono, ma senza alcuna disperazione. Non mi soffermo altre perché si tratta appunto dello sviluppo di temi e di stilemi di già esposti e collaudati nella prima parte. Gli accordi già accennati ora sono ripresi e variati fino alla dissonanza. C’è da dire solo che si tratta di uno sviluppo in chiave minore, in questa fuga cosmica dove si avverte la fragilità della vita al suo stato embrionale, nell’umore di mandorle e di sperma, freschi nel mattino. E attraverso la fuga musicale si intravvede l’impeccabile trama biogenetica e astrofisica che regge il tutto, o almeno così crediamo che sia: 24 “c’è una meccanica della trasparenza/ un’equazione che si risolve/ in quei pochi respiri profondi/ che ti concedi quando tremano le mani.” O ancora “un diagramma di materia nuova/ riproduce fedelmente… il calco delle ossa/ la nomenclatura delle vene/ e un incavo d’ali nelle scapole.” L’abisso di suoni e immagini in cui si scioglie “Una memoria di cera/ sulle ascisse del sole.” (25)

C’è una maturità sorprendente in questa parola giovane e schietta, una consapevolezza poetica che riassume, nelle misure del verso, le stagioni della vita, nel “sapere che le pause/ valgono più quando si muore” (29) e che “la follia d’amore/ è un dio minore” (31) che deve cedere all’imperativo della fine. Anche questa seconda parte di sviluppo comunque si chiude, in perfetta simmetria con la prima, sulla nota della inconciliabilità del perdono con la franchezza della voce. E’ la sua cifra, una franchezza organica, tellurica, siderale che suona a distanza variabile dall’umano, a seconda dei casi, fino alla dissacrazione ironica, terra terra del topos dell’addio: “Sei andata via dopo avermi detto/ che l’unico silenzio che comprendo/ è l’attesa di un calcio di rigore.” Salace, esilarante sublime nota sul silenzio. Non giurerei che si tratti di un anticlimax, so solo che mi piacerebbe avere una tale lapide perché amo sia il calcio che il silenzio.

Quanto alle influenze, ai modelli alti europei, si può forse cogliere una eco della Terra Desolata di T.S. Eliot sia per il tema che per la babele derisoria delle lingue inscenata a pagina 37. E poi, chissà, Mandelstam per la tensione tra metafisica e nota elementare. O Dylan Thomas per l’insistenza onirica sulle radici intrecciate dell’amore e della morte, e per la musicalità che sa spostarsi ai limiti tonali. Fra i nostri, sicuramente Caproni per la franchezza di tono e la concisa musicalità del verso.

Per quanto riguarda la musica, penso al Bach dell’Arte della fuga o allo Shonberg sidereo di Verklärte Nacht, o al Nono della Fabbrica illuminata per l’infinita compassione che si avverte pur in assenza di perdono.

E come in ogni fuga musicale che si rispetti c’è una coda in cui soggetto e contro-soggetto, amore e morte si fondono insieme, l’ultima parte, la “scena madre” che consiste in una sorta di  ritorno a casa, una vertiginosa messa a fuoco della Terra, del nostro paese, di Napoli, coi suoi dettagli squallidi, come “il sedile sbrindellato di una Panda” dove “due uomini rollano erba” (44) farfugliando parole incomprensibili, o la scena dove un prete “adesca/ la sua madonna nera” (47) mentre “Il vulcano è il simulacro/ di un sacramento proibito.” (48) Dove infine si conclude questo crepuscolo degli idoli sub specie temporis nostri: “C’era l’immagine di Maradona/ sopra un muro di cemento…..Con una mano cercava la palla/ con l’altra stringeva nel pugno/ una radice di gramigna/ che sporgeva da una crepa,/ fino a quando una donna/ decise di estirparla/ con un gesto solo,/ risoluto che diceva:/ ‘l’amore perduto non ritorna’.”  (49)

Questo giovane è davvero un maestro della demistificazione ai vari gradi della catena dell’essere. E questo poemetto, perché di questo si tratta, così si chiude su una dissolvenza che fa pendant con l’inizio, l’esposizione del tema, come una coda onirica di una fuga polifonica: “e il fango e i piedi nudi dei fanciulli/ il mondo fuori, la terra dei fuochi/ l’aria cinerina/ non sarà che un parlare ozioso.” (51)

Seguendo l’analogia musicale, concludiamo che dopo la perentoria esposizione del tema ogni variazione è rimasta all’altezza della sua franca promessa. Alla fine della sua esperienza il lettore ha l’obbligo di rispondere con altrettanta franchezza: per quanto mi riguarda dico senza mezzi termini che siamo di fronte a un piccolo capolavoro.

 

Giuseppe Martellagiovanni-ibello

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