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Eliza Macadan su “Andare per salti” di Annamaria Ferramosca

di Eliza Macadan

ANNAMARIA FERRAMOSCA copertina Andare per salti

Annamaria Ferramosca, Andare per salti, Arcipelago Itaca, 2017

Poesia che vola larghissimo sopra catene di monti e di eliche di DNA e racconta dell’eterno ritorno. È questa la scrittura di Andare per salti. Come dice il titolo del libro, è un procedere nella vita o nella scrittura come i pazzi, incuranti dei dettagli, in apparenza spensierati o con lo sguardo smarrito, che fissa un’altra realtà, nascosta agli occhi profani. Oppure un andare per salti o tumulti o spazi inaccessibili, che sono i nomi delle tre sezioni, tralasciando parte della realtà, o guardandola da insolite angolazioni, non tanto per volontà propria quanto per un fermo volere delle cose stesse.

    Mi lascio vivere, scrive Annamaria Ferramosca, ed è un abbandonarsi alla vita preferendo di essere trascinata e posseduta da un potere che non è suo, che non è solo suo, ma proviene da una lontananza i cui contorni sono impossibili da delineare, un passato lontano che è insieme futuro. È questo il tempo poetico percorso anche nel suo volume precedente, Ciclica, del 2014, che ancora prosegue lungo le pagine di questa raccolta. Siamo dentro un universo lirico tra i più rari, uno spazio che si apre solo a pochi anche tra gli addetti ai lavori, perché alla parola viene in modo consapevole accordata la sua piena e oscura potenza. Come sempre, è la parola stessa che lavora noi scriventi, non siamo noi a lavorarla, noi siamo solo miseramente splendidi nel nulla, anche se disperati diciamo anch’io sono umana.

Nella sua nota apposta alla fine del libro, la poetessa prova a spiegare le ragioni del suo cammino di ricerca poetica e una delle parole che sceglie attentamente è epifania, perché la sua è una continua ricerca di sempre nuove – anche se minime – manifestazioni epifaniche. E lungo le pagine lei sembra essere già arrivata in quegli spazi, è lì da quando ha trasformato in versi i primi pensieri che la pensavano.

     La sua formazione scientifica dà alla sua scrittura un di più di freschezza e credibilità, ulteriore dimostrazione che le forme del sacro sono infinite e infinitamente nascoste nel profano più arduo. Le poesie di Andare per salti ri-creano un mondo particolare, certamente inaccessibile a quelli che vorrebbero entrarvi mossi dal solo desiderio di inebriarsi, dimenticare le asperità della realtà per evaderla, per lasciarsi andare in balia di sensualità sonore avvolgenti. Non è per questi la poesia di Annamaria Ferramosca. La sua è una poesia che mette in allarme l’intero sistema sensoriale e, a chi ha la forza di seguire il suo originale andare, è rivelata almeno una tra le verità fondamentali della nostra esistenza di umanoidi, specie di cui la più resistente e imperitura caratteristica sembra sia quella di dimenticare il proprio cammino. Anche se sono trascorsi millenni dal diluvio, civiltà intere sono scomparse, altre sono risorte, e quella nostra attuale appare come una Venezia che sprofonda, o una Roma che sta per essere sepolta un’altra volta nella polvere. Non sembra sia una questione di biologia o di genetica il nostro perire ciclico, ma una questione di altra etica, una scelta casuale forse, ma dal sapore di una consegna che dovremmo rispettare. E noi, arrivati a livelli di conoscenza pressoché onnipotente, capaci di creare nostre copie in laboratorio attraverso manipolazioni genetiche, noi che indossando maschere protettrici lavoriamo con il nostro sangue – ma anche – e spesso con indifferenza – con quello fraterno versato nei conflitti, – siamo giustamente condannati, ad aspettare la prossima era indossando di fronte ai nostri figli una maschera di vergogna.

Pure c’è amore nel libro della Ferramosca, un amore verso l’intera umanità così profondamente purificato, da poter impedire una guerra con un solo abbraccio: se mi abbracci una sola volta, la guerra scompare.

     E oso lanciare un’altra possibile chiave di lettura del nuovo libro della poetessa romana: vi scorgo un frugare in una specie di “foresta proibita”, un tentativo di trafiggere, di “sezionare” il mistero della vita, per tentare una risposta che almeno un po’ soddisfi le nostre facoltà razionali. In Andare per salti si parla di mito, si evocano ipostasi di miraggio, di mistero nascosto nel quotidiano, anzi nascoste nell’immediato spazio domestico. La lettura di queste poesie mi ha ricordato “Il mito dell’eterno ritorno”, uno dei saggi in cui Mircea Eliade indaga la fenomenologia del sacro attraverso tre delle sue manifestazioni, rito-mito-simbolo, che riescono a esprimere concetti sull’essere e sul non essere. Eliade ha dimostrato la volontà dell’uomo arcaico di tornare a un tempo primordiale, quando il gesto sacro era compiuto da dei o eroi. La ripetizione rituale interrompe il tempo storico e riconduce all’illud tempus, al Tempo Mitico, e questa ripetizione simbolica della cosmogonia ricompone e rigenera il tempo nella sua totalità. L’aspirazione a ricominciare una vita entro una nuova creazione mostra il desiderio paradossale di arrivare a una esistenza a-storica, cioè di vivere esclusivamente in un tempo sacro. Eliade sostiene che “un ciclo cosmico contiene un’esistenza fatta di creazione, storia, esaurimento, degenerazione e ritorno al caos. Ma quello che ci interessa, scrive Eliade, è la speranza di una rigenerazione totale del tempo, evidente in tutti i miti e le dottrine che implicano cicli cosmici, perché ogni passato è stato abolito grazie a una reintegrazione folgorante nel Caos.

Le poesie di Ciclica e di questo Andare per salti sembrano, alla luce del pensiero filosofico di Eliade, microprogrammi di una memoria cosmica che si prepara a dare il cambio.  Ferramosca fruga nelle parole munita di un codice di procedimento scientifico e delle proprie sottili intuizioni poetiche, consapevole che l’uomo contemporaneo non sa affatto di più di quanto l’uomo arcaico sapeva di se stesso e del suo posto nel cosmo.

   E notiamo altre forme di bellezza-verità nelle poesie di questo libro, con rimandi alla grande poesia di Celan, Cvetaeva o Rilke, appartenenti sì alla letteratura universale, ma provenienti da spazi diversi da quello occidentale, così come il lirismo di questa poetessa ingloba uno sguardo di chiara impronta kieslowskiana – un fiume di latte corre nella mia notte – nel presentare in maniera filmica l’ambiente quotidiano, interni e esterni, labirinti, inquietudini, tumulti ma anche stasi, paralisi. Ferramosca va allo stesso tempo per salti e per larghissimi voli, come lei stessa dice, dispiegando di fronte ai nostri occhi intere ere geologiche, fatte di catene montuose ed elicoidali catene genetiche. Sullo sfondo lo spettro insistente della solitudine, ma si tratta non tanto di una solitudine individuale quanto collettiva, che si vorrebbe dileguare con movimenti di solidarietà e globale vicinanza.

   La raccolta si conclude con una preghiera profana, dove il sacro rimane ancora imprigionato, ma sempre salvato dalla parola, rivelato dal titolo tu che solo con le parole. Una preghiera in cui nulla si chiede. Si evoca l’intera nostra umanità, la si evoca come fosse già sparita. Una preghiera come un delirio, come il canto di qualcuno che va avanti per salti di salvezza anche quando l’umanità tramonta. Perché sa che solo una fine conduce a un nuovo inizio.

Mano che scrive/ parla con il tempo / mano che scrive ostinata/ prima del nuovo diluvio

oppure mano invisibile che – scrivendo – slega un po’ del mistero. O solo lo tramuta in Poesia.


In copertina: Annamaria Ferramosca (fonte: www.annamariaferramosca.it)

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