FLASHES E DEDICHE – 46 – UNA ANTROPOLOGIA DELLA POESIA. BREVISSIMO CENNO

Preciso subito che quest’articolo è soltanto un flash di un discorso ben più ampio e come tale deve essere preso.E alla fine apparve l’articolo di Giuseppe Nibali. Il più sensato e preciso perché contiene una preformulazione di proposta concreta. Come al solito distaccato, ho osservato il dibattitto dei fratelli mitilanti. Il raduno-ritrovo-stato generale-incontro etc etc in quel di La Spezia avvenuto a fine febbraio è ormai cosa nota ma tra un  vociano “filologo del cazzo” e un altro; sulla interessante rivista Midnight Magazinetoy-story-3-alieni-i8679  in particolare, si è aperto un confronto (più pacato rispetto al live) finalmente argomentativo e di riflessione. Per last but not least, il buon Nibali ha circoscritto e delineato la situazione riepilogando in breve gli interventi di Castiglione, Caporossi, Nota etc etc. Generazione, genealogia ahi mala tempora!. Cominciano ad introdurre il campo ormai pieno di tombe e di orfani e per quanto tautologico delimitiamolo. In primis la “lotta” tra poesia orale e scritta è di un assurdità assoluta. Non è neanche una lotta fratricida, è proprio aver omesso la prima base di appartenenza. La manifestazione poetica è multiforme a prescindere dal segno grafico o dal linguaggio  corpo-vocale. Dicotomizzare non ha senso. Lo si può dedurre anche analizzando l’inesistente, perché irrealizzabile, storia della poesia. Non sto qui a fare il bignami ricordando aedi, cantori, trovatori, bardi et similaria. Riconduciamoci ad un tentativo visivo di comprensione : credo che la poesia possa essere vista come un punto geometrico; anche se l’accostamento è apparentemente illogico. E` un “ognidove” in cui pa
ssano infinite rette, ovvero le poesie, che si sfiorano, si uniscono, si allacciano creando strutture simili ad un ipertesto. Si costituiscono dunque telai di intere letterature che confluiscono nel “nessundove”, che non è termine negativo, ma luogo infinito dove la poesia si rigenera con la poesia. Quindi “filologi del cazzo” e performatori egonarcisi e non  unitevi. Le basi da cui muoversi sono due : un’antropologia della poesia e soprattutto una pedagogia della poesia. Con il termine “antropologia” noi dobbiamo intendere un concetto multidisciplinare,  alla mantegazziana maniera, che serva come strumento per analizzare, comprendere ed anche sistematizzare i discorsi intorno alla poesia, essendo fallito, anzi essendo evaporato, il concetto non tanto di “critica” ma di “critico”. La pedagogia della poesia  è n realtà un concetto esplicito, chiunque si occupi di letteratura sa cosa intendo. Non è questa adesso la sede adatta per sviluppare questi concetti in maniera esaustiva ma soltanto per gettare un piccolo seme, lo ripeto. Riprendendo Nibali : il problema del padre, da intendere forse non soltanto come figure di riferimento ma anche come fenomeno degli epigoni. Qui allora siamo in presenza di un edipo non risolto. I padri muoiono, i padri sopravvivono, i padri evaporano ma il lutto deve essere superato. Sembra invece che ciò non avvenga. Il problema, a parte l’epigonismo che la Caporossi ironicamente definisce “nato per spontanea partenogenesi”, è ben altro. Dato gli spazi brevi di questa rubrica cercherò di essere ultrabignamico : nelle discussioni il problema storico viene preso in scarsa considerazione. È un concetto cronologico che alla poesia non può stare,  uno sguardo antropologico invece (dia e crono – logico) ci fa capire determinate cose. Il punto di riferimento continua ad essere il 900 dove ci sono padri e maestri in ombra o no. Nel 900 si scrivono capolavori, si formano scuole e “generazioni”.  La tecnologia e con essa la capacità di informazione è cambiata. La massa di poeti (e non parlo di “generazioni” in quanto inesistenti) usa tutto questo. Massificazione e iperproduzione. Libri, social, spazi sociali, etc ect tutto quanto fa spettacolo. Bene si dirà. Problema che pongo senza dare soluzioni ma soltanto alcune possibili risposte : nel 900 si scrivono capolavori e ci sono “poeti” riconosciuti da tutti quali maestri. Cosa succede allora adesso ?  Si è elevata la qualità dei poeti per cui sono talmente tanti che la critica è fallita non potendo fare una tassonomia né assoluta né relativa?  È diminuita la qualità e ancora nessuno ha scritto un capolavoro per cui tutti a causa dell’egorrea dominante si autoincensano come “portatori del verbo”?  L’iperproduzione impedisce una reale possibilità di sistematizzare le produzioni poetiche degli anni duemila ?  Perché è così sentita l’appartenenza ad una “genealogia” e non alla poesia stessa? L’errore è cercare un padre non interpretando invece i complicati( e non perfettamente cronologici) sistemi di parentela che meglio si adatterebbero agli ipertesti poetici. Altro problema fondamentale : il narcisismo e l’egorrea caproniana. Applichiamoli brevemente alla diatriba scritto-orale accennata all’inizio. Da un lato e dall’altro non siamo ancora pronti a cancellare l’immagine dall’acqua e le pulsioni narcisiste per confrontarci serenamente. Ben venga quindi la proposta di Nibali di istituire un qualcosa simile ad un luogo di incontro e di serena e reciproca crescita senza etnocentrismi e posizioni da bambini mai cresciuti. A sostegno faccio un semplice e riduttivo (alquanto ridicolo probabilmente) esempio. Oralità, libro, quanto un testo regge sulla pagina o (aggiungo) al contrario, insomma diciamocela tutta, poesie che nell’oralità trovano la giusta collocazione esplosiva e libri talmente brutti e illeggibili anche se pubblicati da Einaudi. Tutte forme di una medesima produzione culturale. Einaudi, Mondadori, sembra davvero che per essere definiti “poeti”, capigenerazione o bulletti del quartiere cartaceo , si debba per forza pubblicare con le due lobbies. Al contrario però bastano qualche “like” e commenti tipo “meraviglia”, “capolavoro” a qualsiasi cagata facebookiana per far sentire lo sfigato di turno senza alcun tipo di background formativo e capacità artistica, un vero poeta. Quindi il discorso è ben più complesso di quanto possa sembrare. Negli interveToy-station-01nti su Midnight si paragonavano le due case editrici,  a due astronavi che passavano sopra le teste dei poeti che sgomitavano per farsi prelevare e diventare finalmente “celebri”.  Direi invece che inconsciamente il trauma del versificatore narciso ha colpito, le due case editrici forse sono diventate i padri che il poeta-telemaco sta cercando per farsi  ri-conoscere ed ottenere la considerazione che i proci di turno (cariatidi scrittori e recensori compiacenti…forse anche un invisibile pubblico) non danno. Mi è venuta in mente anche una scena di un cartone animato della Disney-pixar, Toy story, quando i mostriciattoli chiusi dentro una macchinetta venerano la mano-tenaglia che con una monetina si muove per portarli fuori, mossa da un bambino cattivo. Miracolo! Un poeta fuori dall’anonimato!!!

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