L’economia del dono di Genevieve Vaughan – Un’analisi di Angela L. Di Fazio

L’economia del dono di Genevieve Vaughan, paradigma per una nuova società

Un’analisi di Angela L. Di Fazio

Genevieve Vaughan ha il potere, dato ai grandi, visionari ma realisti allo stesso tempo, di suscitare in chi si imbatte nel suo pensiero, il dubbio o il sospetto che quanto ritenuto fino a quel momento il giusto modo di interpretare aspetti e fatti della quotidiana realtà possa essere convertito o addirittura stravolto.

E’ quello che succede quando ti introduci nella sua teoria dell’economia del dono, “Per-donare. Una critica femminista dello scambio” (edizioni Meltemi.edu, 2005). Uno scritto il cui titolo può, al primo frettoloso approccio, destare perplessità, ma che una volta letto conquista la mente, conducendo ad un capovolgimento delle prospettive, senza tediare con astrusi accademismi. Un libro definito da Robin Morgan nella prefazione “un dono di una donna al movimento delle donne (e anche agli uomini di buona coscienza).

Secondo la Vaughan, dare gratuitamente rifugge dalle algide leggi dello scambio di natura transitiva, in cui si produce per avere e soddisfare un bisogno, anzi, ne costituisce l’esatta negazione, perché donare è un atto simbolico che crea legami comunitari, circuiti comunicativi, percorsi di coesione. Nelle comunità fondate sulla pratica del dono infatti, tutti i membri non solo si riconoscono ma divengono dipendenti positivamente, scavalcando la funzione coercitiva e selettiva delle leggi del mercato. Una dipendenza che rende o renderebbe liberi.

Mentre infatti il mercato, fondato su una logica patriarcale, è un’appropriazione del dono, anzi, la sua stessa negazione, ciò che viene prospettato o meglio, auspicato dall’autrice è il superamento della visione bi valoriale dell’altruismo contrapposto all’egoismo.

L’economia del dono si identifica, ed è questo il fil rouge che attraversa l’intero lavoro della Vaughan, nel dare delle donne.

Ttrova radici nel nutrimento, nel tempo, nelle cure, nell’attenzione, nella capacità squisitamente femminile della trasformazione del proprio sé, dei propri rapporti con gli altri e con le cose del mondo. La pratica del dono aderisce secondo Genevieve, alla logica della vita, una logica non solo primordiale ma primaria legata alla cura materna, all’essenza femminile, alla bellezza.

Fin dalla nascita riceviamo dalle donne il dono della vita, delle cure senza le quali non sarebbe possibile sopravvivere.

Prendesi cura dell’altro da noi è assolutamente naturale, ma spesso vi si rinuncia per costruire identità in funzione del dominio, non del dare per nutrire, annullando così la predisposizione a donare e a ricevere doni.

Un libro che innamora, così potremmo definirlo così come realisticamente utopico, considerato che l’autrice ci porta passo dopo passo a cogliere l’economia del dono anche nelle pieghe del quotidiano, mettendo in luce quanta pratica del dono si svolge nel mondo in qualsiasi momento. Il lavoro delle casalinghe ad esempio è, dopo la cura materna, una pratica di lavoro-dono, che è rimasto e per lo più rimane invisibile ma dall’alto valore economico, un diverso tipo di distribuzione e produzione che sfugge al mercato.

Penso che si debba e si possa ripartire dal dono soprattutto in un momento di crisi come questo e dal dare e dal dare per soddisfare i bisogni dell’altro, non per ottenere un profitto, proprio come fanno le madri coi figli o nelle comunità indigene sperse per il pianeta”.

Chè le donne si spoglino dell’ habitus acquisito, ossia da quel connubio di pensiero e di azione di matrice patriarcale e riscoprendo la loro stessa intrinseca natura di donatrici, siano capaci di rovesciare il sistema favorendo un’economia alternativa a quella dell’homo economicus. Ciò che va disseppellita dunque, è la vocazione al dono delle donne, che rimane inconscia o che, soprattutto nei luoghi del potere e delle decisioni si traveste da mascolinità. Occorre allora secondo la nostra autrice, per-donare: praticare il dono in maniera visibile, riconoscibile, a tutti i livelli e socializzarla tutte perché tali pratiche si estendano.

Le strutture sociali non potranno essere cambiate finché il dono non sarà riconosciuto come l’alternativa percorribile, e la possibilità che essa sia realmente percorribile non verrà riconosciuta finchè non cambiano le strutture sociali.”

Una visione radicalmente diversa, ma possibile.

Angela L. Di Fazio

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