Hidden Gems (a cura di Alessandro Calzavara) – 57) It’s Immaterial

Scrivere di qualcosa è sempre, segretamente, scrivere a qualcuno. Ma scrivere a qualcuno di qualcosa che conti è una via infinita, impercorribile nel tempo d’una vita. La parole covate come l’ostrica una perla smettono d’essere parole, e diventano altro. Offerte come semplici locuzioni si presentano come gusci senza contenuto, tempo di semina senza raccolto. Superando un certo livello di concreta indicatività, le parole perdono il magnetismo del significato e girano in tondo; decorano l’insensatezza che le regge, diventando parodia di eros.
Non possiamo andare oltre il trasmissibile e ciò che emettiamo è già preda di disturbi, diffrazioni, obnubilamenti. La stessa luce che talvolta s’accende in una mente sembra provenire da uno strato dell’essere irriducibile al cervello, refrattario alla comunicazione, pura chimica soggetta a picchi d’intensa, insensata frenesia che assorbono il materiale verbale e lo mescolano al desiderio, per frustrarlo alla prova della condivisione.
Afferriamo ciò che riusciamo, assecondiamo le sinapsi possibili e con un gesto di brutale, perversa presunzione sovrapponiamo la vita atomica d’una piccola parte di mondo organico al cosmo intero, presumendo analogie di funzionamento e disvelamento.
La brama di conquista o il bisogno identitario restano adombrati nella parzialità dell’espressione e, di truffa in truffa, l’umano procede all’assimilazione e alla trasformazione del fondo primordiale in fondo antropico. Le sue bugie codificano il campo da gioco in cui gli atomi si disfidano nella battaglia dell’accelerazione spettacolare.
Inteso che parlare di qualcosa è parlare sempre a qualcuno, l’umano affina strumenti pervasivi d’abbindolamento, tecniche di autosuggestione coattiva, nell’assordante silenzio del resto, ovvero ciò che non s’esprime in termini umani e in quanto tale, non ammesso nell’arengo della finanza.

Per ogni possibilità che si apre, altre, nel silenzio, scivolano nella mera ricostruzione storica, marcando una netta differenza generazionale: per un bambino è natura tutto ciò che appare invariabile al momento della sua variazione. Ne discende che per i digital natives la natura corrisponde grossomodo alla sua simulazione mediatica. Nel rapporto tra rappresentato e la parola che lo rappresenta, il primo finisce per risultare semplice pretesto affinché si produca un dirsi, che è la chiave di tutto, la merce prominente del nuovo millennio.
Tutti gli anfratti di tempo quotidiani vengono sommersi dalla marea montante del comunicare, che diluisce ogni contenuto e lo riduce alla schiumetta diluita d’un bicchiere mal lavato. L’opera d’arte contemporanea, concepita per il mercato e per la sua feroce accelerazione, muta i propri caratteri, perdendo densità in produzione e fruizione. La stessa aria respirata, comune ai due termini, è diversa; nella percezione comune la ricerca esistenziale è ridotta a poche semplici istruzioni da manuale; e ciò che non funziona bene “funziona” comunque in relazione a nuove opportunità merceologiche. La frantumazione, la sofferenza, il disagio sono business. Manca la fierezza della differenza, la rivendicazione di legittimità e, sopra tutto, la prospettiva d’una liberazione.

itsimmaterial

Prendete un disco che negli anni ’80 era concepito e spesato per avere ampia diffusione, vi trovate spesso grandi pezzi, magari con dei suoni che al tempo suonavano à la page, ma che mai soffocano la scrittura sottostante. La scrittura resta il centro, la fuffa un tramite per sbrecciare nell’ipnoticità del pueblo abbindolato e guidarlo verso la perdizione.

“Life is hard and then you die” degli It’s Immaterial è un disco che al tempo conquistò una certa fama in un territorio in cui non aveva diritto di stare (la volgarità delle hit parade, tramite il singolo “Driving away from home”), perdendo così le sue chance d’essere ricordato oggi per ciò che vale effettivamente. Mettetelo su, magari nella sua ristampa impreziosita da materiale inedito, e provate a stupirvi di quanta fatica di cesello e ispirazione giace in questi solchi ormai snobbati da praticamente tutti. Vi troverete la cifra della differenza tra una società all’inizio della sua decadenza culturale e quella odierna, dove, in analogia con una chat estenuante, anche le note si producono solo per la necessità di riempire miliardi di coestensivi vuoti a perdere.


In copertina: “Life’s hard and then you die” (front cover, It’s Immaterial, 1986)

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