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I luoghi e le scritture (rubrica di Antonio Devicienti): due scrittori e Tubinga

Tornare in una città è tornarvi anche con il pensiero, la fantasia, l’onda trascinante di un testo, di un libro. Tubinga: ancora. Mi ci riconduce l’amico carissimo Marco Ercolani, che in una corrispondenza privata mi dice quanto egli sia affezionato alla Torre e a Hölderlin folle (folle?)

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Eccolo, il libro: Discorso contro la morte (Joker Editore, Novi Ligure, 2008); eccolo il testo (racconto? meditante racconto? autobiografia intellettuale celata da racconto? scrittura apocrifa? – tutto questo insieme, direi, anche se Ercolani stesso ci fornisce, in nota, un chiarimento: “si parla di effetto d’apocrifo quando un testo chiede di essere letto come se fosse apocrifo, pur essendo evidente l’identità dell’autore“): Pallaksch (pagine 19 – 35 e, sempre in nota, si legge: “Friedrich Hölderlin – 1770, 1843 – nella torre di Tubinga dove vive recluso, vegliato dal falegname Zimmer per oltre trent’anni, elabora “pagine segrete” in cui riflette lucidamente intorno alla propria follia“). La finzione narrativa vuole che si tratti di taccuini sotterrati sotto il sesto gradino della torre di Tubinga e, come il manoscritto del Cide Benengeli, come lo scartafaccio del Cantico del gallo silvestre, come i manoscritti degli eteronimi pessoani, il testo di Marco Ercolani è invenzione originale la cui obliquità narrativa serve ovviamente a evitare i sentimentalismi e le confessioni da journal intime e fa della Torre di Tubinga in riva al Neckar il luogo d’una scrittura dove labilissima, se non inesistente, si snoda la frontiera tra sanità di mente e follia (tema tipicamente ercolaniano).
Luogo di meditazione e di scrittura, la Torre si rivela abisso interiore e spazio entro il quale fondare la distanza tra sé e il mondo, vale a dire ripensare il sé in rapporto al mondo e compiere una scelta radicale nei confronti di quello stesso mondo.
La voce narrante (e talvolta anche lirica) dei “taccuini” esprime così una consapevolezza totale della ferita inflitta dal mondo nella psiche e, accumulando frammenti (forma privilegiata da molti autori moderni e spesso assunta da Marco Ercolani per le sue invenzioni narrative), osserva i comportamenti altrui. La Torre e Tubinga sono, direi, luoghi d’eletto isolamento dond’essere contemporanei del mondo, ma in modo da non subirne i condizionamenti e le volgari intromissioni.
Tubinga e la Torre sembrano essere il medesimo luogo in cui si svolge il turno di guardia dell’omonimo libro di Ercolani (Il Canneto Editore, Genova, 2011), altra meditazione attorno al tema della follia. La Torre e Tubinga sono controprova di quanto enorme possa essere la suggestione che deriva dai nomi: in realtà Tubinga è città in cui migliaia di persone vivono, come altrove, la propria quotidianità – ma per alcuni Tubinga è nome dentro il quale abitare restituendo sé stessi alla trasfigurazione fantastica e la Tubinga reale la si guarda sovrapponendovi quella vista dalla Torre e dai molti, enigmatici anni della follia. Quelli che, banalmente e rozzamente, potrebbero essere considerati solo edifici, parchi, strade fatti di mattoni, malta, acciottolato, eccetera, trovano nella trasfigurazione fantastica e nell’associazione con precisi ricordi un’esistenza che supera di gran lunga lo status di cosa che giace, morta e chiusa in sé, e di cui ci si serve per la propria vita meramente biologica; l’accesso alla sfera della mente si compie proprio nel momento in cui abitare un luogo non significa viverci soltanto biologicamente, ma affidare alle cose, agli edifici, ai luoghi una valenza simbolica e culturale – e, nel caso presente, più che abitare il luogo geografico ch’è Tubinga, si va ad abitare il nome che Tubinga è.

Verrà che non abitiamo i nomi / non li saprete più pronunciare con l’incoscienza di prima“, scrive Ilaria Seclì in Del pesce e dell’acquario (Faloppio, LietoColle Libri, 2009), formulando una lucidissima profezia.

Marco Ercolani fa di Tubinga, ridotta e nel contempo vastissima come il perimetro della Torre, il nome e il luogo di una scelta: quella che Marco attribuisce a Hölderlin, tornando a porre la questione della follia del poeta svevo, misurandosi con la presenza problematica, interrogante, provocatoria dell’enigma che circonda gli anni della Torre. A ben riflettere la poesia sarebbe puro esercizio di stile se non possedesse questa capacità di mettere in crisi un’intera cultura e la presenza della poesia hölderliniana dentro la nostra cultura e storia, unita alla storia dell’esistenza del poeta stesso, è problematica, inconciliante, incessantemente interrogante.

Chi sospetterebbe che il tragico poeta degli inni è diventato un povero vecchio che racconta menzogne a se stesso nella torre di Tubinga? Eppure la leggenda della mia pazzia è stata utile all’estasi poetica. La torre è sempre il migliore rifugio per il signor Bibliotecario. Qui posso non parlare di dèi. Qui sono calmo. Ho annunciato epifanie ma non è apparso nessuno: forse, ma per pochi secondi, si è appannato lo specchio. La poesia è una statua di pietra. Una debole lingua di sensi e di suoni esprime appena la natura di quella pietra. Qui, dentro la torre, dentro il corpo, faccio l’animale e il matto. Custodisco il vaso. I limiti della lingua sono l’ombra dell’illimitato. Un vomito e un delirio non sconvolgono nessuno. Per questo sono qui, a fare il folle. Tiro il fiato. Non sopportavo più il peso dell’esistente (Marco Ercolani, op. cit., pag. 19).

(…) Cosa sono i miei quaderni, adesso, se non esempi di come anche l’intimo atto della scrittura non sia una confessione volontaria ma un documento stregato, un manoscritto traversato da miniature di annegati, demoni, occhi, liocorni? Noi tutti, ovviamente, seguiamo traiettorie eccentriche (pag. 20).

E proprio su quei fogli sembra profilarsi, talvolta, o addirittura farsi udire una scrittura-voce femminile, quella di Diotima, morta da anni, ma che sola riesce a insidiare il poeta nella sua ferma decisione d’isolarsi dal mondo, come se l’amore fosse l’unica forza capace di richiamare al mondo chi al mondo si sottrae con pervicace volontà. Ma Diotima è morta, Friedrich lo sa molto bene, nei taccuini la voce di Diotima è sdoppiarsi della voce di Friedrich, consapevole moto pendolare tra passato e presente.

Dire l’oltre della gioia: essere di nuovo qui, vaso sacro ma senza dèi, colmo di polvere. Essere folle, al minimo della vita cosciente, per realizzare la migliore prossimità al dio. Gli scrittori stampano libri – che atto cruento! I poeti sono clandestini, scrivono per l’aria (pag. 21).

Per tutto ciò che non risuona più ho un vero culto: essere poeti davanti a una cascata è facile come vagire. Ma quando siamo annientati da un muro ammuffito, da un tavolo freddo, essere poeti è una vittoria (pag. 22).

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Nell’inventare i taccuini di Hölderlin Marco Ercolani compie una descensio ad inferos, un metodico atto di scarnificazione del pensiero e della scrittura fino a toccare, impietosamente, l’osso. La scelta della follia (o di quello che comunemente chiamiamo follia) consente di rovesciare i luoghi comuni, sbeffeggiare le idées reçues, rivoltare il guanto del mondo; è così che la Torre di Tubinga è l’universo stesso dentro cui sta rinchiuso colui che fu poeta e che ora vuole esserlo in maniera radicalmente altra. L’apparente incomunicabilità si ribalta nella comunicazione a sé e agli altri della distanza radicale dal mondo e della rinuncia a qualunque empito lirico.

Nessuno ha mai parlato, per la mia poesia, di un’invenzione che si immerge nella fonte stessa della lingua e canta, più che la formazione delle parole, la loro stessa materia, facendone scaturire una parola densa, sonnambolica, in bilico fra rigore ed esperienza? A tutti è bastato definirmi estraneo alla terra. Ma sono loro, i miei squallidi contemporanei, a non conoscere le grandi forze della terra (pag. 23).

(…) Adesso io sono Scardanelli. Che nome suggestivo! Un pianeta distorto dalla sua sfera. Un cerchio sacro rotto da uno sputo. Scardare, pettinare lana, spezzare anelli. Tessere e spezzare. Scarnare. Come il macellaio, scarnire fino all’osso. Scardinare, sradicare, svitare dal perno, strappare dalla radice! O Scardanelli! O Scamandro! Folle Aiace! Aias! Aiai! Non è scandaloso Scardanelli? Non sono io a scandire, scarnire, scarnare la trama dei miei versi, coprendo fogli e fogli dei poemi che Zimmer brucia ogni notte, fedele al mio ordine? (pag. 24)

Parleranno, nei secoli, della notte che mi ha ottenebrato la mente. Io tratterrò a stento, dalla terra, una risata di scherno. Quella lunga risata, che sale anche oggi dal fondo della torre, in certe notti di plenilunio (pag. 26).

Pallaksch.
Né sì né no.
P-a-l-l-a-k-s-c-h.
Non posso rispondere.
È lei che lo afferma.
Forse.
Vostra Grazia lo dice.
Io no.
Se lei comanda, certo.
Non saprei (pag. 31).

Grave la parola: un macigno. Ma fatta di suoni di incommensurabile leggerezza (pag. 32).

“Solo di un folle voglio parlare, non posso vivere se non parlo di un folle!” Oh, Waiblinger! Puro, povero, piccolo ragazzo! Il mio solo rimorso è avere ingannato anche lui, come gli altri. Ma questi teneri ed esaltati studenti, dopo aver visitato la torre di Tubinga, hanno scritto poesie più profonde e racconti più pensosi (pagg. 32 e 33).

Quasi settant’anni. Da ventisei sono folle. Ma le poesie, che firmo Scardanelli, non sono macchie d’ombra su un fiume lucente: sono semplicemente il mio approdo (pag. 33).

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Marco Ercolani, scrivendo per la frapposta persona del poeta tedesco, non solo fa i conti con un’opera d’assoluto rilievo e vertiginosamente problematica, ma rivela moltissimo di sé e della propria scrittura: la Torre e Tubinga sono i luoghi della lucidità, dove la scrittura è acuminatissima sonda, nave d’Ulisse che passa prossima all’isola delle Sirene.

 

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A Tubinga giungono, nel maggio del 1961, due grandi poeti e intellettuali cittadini della DDR, ma persuasi d’appartenere alla lingua tedesca tout courtPeter Huchel e Johannes Bobrowski; partecipano a una seduta della Hölderlin-Gesellschaft; è un anno di accentuata tensione nel già tesissimo clima della guerra fredda (nell’agosto sarà costruito il Muro di Berlino) e i due amici sono da tempo tenuti d’occhio dalla Stasi, la polizia politica della DDR, la bellissima rivista che Huchel dirige e nella quale Bobrowski pubblica i suoi testi (Sinn und Form), proprio perché capace di accogliere e riunire interventi dei maggiori intellettuali, poeti e scrittori dei due blocchi, desta sospetti e gli apparati del Partito comunista tedesco-orientale non si fida né del direttore, né dei redattori.
Johannes Bobrowski ha alle spalle un altro paesaggio, in senso sia letterale che metaforico, quello della propria infanzia e giovinezza d’anteguerra, la Pianura sarmatica e la Masuria, dove Tedeschi, Polacchi, Lituani, Russi, Ebrei vivono fianco a fianco, popolando quel vasto paesaggio ricco d’acque con le figure fantastiche delle fiabe e delle leggende popolari e dove era risuonata una lingua, estintasi nel corso del Settecento, ch’era stata l’antico Prussiano. Il giovane Johannes, arruolato nella Wehrmacht allo scoppio della guerra, prigioniero in mano sovietica per quattro anni dopo la fine del conflitto, diviene consulente editoriale, scrittore e poeta che presto richiama su di sé l’interesse e la considerazione dei più avvertiti protagonisti del mondo letterario delle due Germanie. Hölderlin è uno dei suoi numi tutelari, insieme con Klopstock, ché Bobrowski, pur nel clima ingessato e dogmatico del realismo socialista, pensa alla parola poetica come a una sonda per indagare gli abissi (sì, abissi, ancora) della storia e della mente.
Tubinga, la Torre e Hölderlin gli ispirano questi versi, di vertiginosa bellezza e suggestione:

Bäume irdisch, und Licht,
darin der Kahn steht, gerufen,
die Ruderstange gegen das Ufer, die schöne
Neigung, vor dieser Tür
ging der Schatten, der ist
gefallen auf einen Fluß
Neckar, der grün war, Neckar,
hinausgegangen
um Wiesen und Uferweiden.

Turm,
dass er bewohnbar
sei wie ein Tag, der Mauern
Schwere, die Schwere
gegen das Grün,
Bäume und Wasser, zu wiegen
beides in einer Hand:
es läutet die Glocke herab
über die Dächer, die Uhr
rührt sich zum Drehn
der eisernen Fahnen.

Mi sono provato a tradurre come segue:

Alberi dalla terra, e luce, / vi sta la barca, chiamata, / il remo contro la riva, il bel / declivio, davanti a questa porta / andava l’ombra, è / caduta su di un fiume / il Neckar, ch’era verde, il Neckar, / esondato / attorno a prati e salici sulla riva. // Torre, / ch’essa sia / abitabile come il giorno, gravezza / dei muri, la gravezza / contro il verde, / alberi e acqua a cullarli / entrambi con una mano: / risuona la campana a discendere / sui tetti, l’ora / si muove al girare / delle banderuole di ferro.

Senza dubbio Tubinga possiede questa luce indimenticabile che vibra tra il verde degli alberi sulle sponde del fiume, l’acqua del Neckar, l’aria tra le case disposte in ascesa, la torre campanaria della chiesa dello Stift protestante e il suono che marca le ore canoniche.
E non mi stancherò mai di ripetere che, per me, scrittura e testo sono luoghi entro cui e grazie ai quali la mente intesse pensieri e dialoghi; in questo caso Bobrowski dialoga non solo con i luoghi par excellence hölderliniani di Tubinga, ma anche con uno specifico testo del poeta, Hälfte des Lebens (metà della vita), che così suona:

Mit gelben Birnen hänget
Und voll mit wilden Rosen
Das Land in den See,
Ihr holden Schwäne,
Und trunken von Küssen
Tunkt ihr das Haupt
Ins heilignüchterne Wasser.

Weh mir, wo nehm ich, wenn
Es Winter ist, die Blumen, und wo
Den Sonnenschein,
Und Schatten der Erde?
Die Mauern stehn
Sprachlos und kalt, im Winde
Klirren die Fahnen.

Con gialle pere si protende / e colma di rose selvatiche / la terra nel lago; / voi nobili cigni, / ed ebbri di baci / immergete il capo / nell’acqua sacra: sobria. // Ahimè, dove prenderò, quando / sarà inverno, i fiori, e dove / la luce del sole, / e l’ombra della terra? / Immobili stanno i muri / muti e freddi, nel vento / stridono le banderuole.

Il poeta venuto dalla Masuria, dall’estremo lembo orientale dei territori in cui si parlava tedesco e che porta dentro di sé la consapevolezza di una colpa commessa dal suo popolo nei confronti dell’umanità, scorge nella luce vibrante di Tubinga l’ombra del poeta che aveva sognato gli spazi dilatati dai grandi fiumi, ne riconosce, insieme, il legame inscindibile con la terra.

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E Bobrowski pone la questione dell’abitabilità della Torre ch’è, in verità, la questione dell’abitabilità di una lingua, in particolare della tedesca, la quale conosce questa doppia identità: l’essere stata lingua di un sogno universalistico e cosmopolita (la lingua di Heine, per intenderci) e, pure, lingua del Nazionalsocialismo e dei campi di sterminio. Poeti come Edmond Jabès, Josif Brodskij, Paul Celan, Marina Cvetaeva hanno dovuto abitare la propria lingua negli anni d’esilio dalla madrepatria e si tratta della lingua salvata che, è bene ricordarlo, nel capolavoro canettiano possiede doppia valenza di Zunge (l’organo della lingua) e Sprache (il sistema linguistico usato da un popolo).

 

Le foto che corredano l’articolo appartengono all’estensore dell’articolo stesso; la penultima foto è un ritratto del poeta Johannes Bobrowski, mentre l’ultima foto proviene dal sito del quotidiano tedesco Die Welt e mostra lo studio di Johannes Bobrowski nel suo appartamento di Berlino.

 

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