I luoghi e le scritture (rubrica di Antonio Devicienti): su due libri di Nanni Cagnone

I due più recenti libri di Nanni Cagnone: Tornare altrove e Corre alla sua sorte sono luoghi di bellezza e di meditazione, di fecondo silenzio e di parola nel suo senso antico, nobile e netta, mai banale, mai impoverita, mai sciatta. Essi, oltre che un approdo, sono contemporaneamente (e in poesia questo è ben possibile) un tentativo di tornare a un luogo di cordiale bellezza e di libertà; una meditazione sulla vita che corre in avanti e sa sempre avvincerci, emozionarci, talvolta ci fa ribellare contro la stupidità, contro il brutto, contro la violenza della Storia.

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Rispondendo a una lettrice che esprimeva la propria ammirazione per Tornare altrove (Lavis, La Finestra Editrice, 2016) Nanni Cagnone, stupito, le chiedeva se non trovasse il libro in qualche modo già superato; ecco, probabilmente occorre partire anche da un episodio come questo per spiegare non solo l’indiscutibile valore letterario di Tornare altrove, ma l’energia vitale (e l’intendo alla lettera: della vita, derivante dalla vita) che attraversa questo libro dalla prima all’ultima pagina proiettandoci verso l’opera pubblicata successivamente e confermando una coerente linea di sviluppo e di ricerca. Esiste infatti qualcosa che chiamerò grazia e che riconosco passo dopo passo nel libro di Nanni Cagnone: grazia significa qui equilibrio tra contenuto e sua espressione, tra dominio perfetto della forma e naturalezza dello stile, tra ricerca del bello scrivere (non fine a sé stesso, però) ed esperienza di vita, tra atteggiamento nei confronti delle persone e delle cose e ritmo di scrittura; è la grazia, ormai rara, di chi vive i suoi giorni con gratitudine e aspettazione, con consapevolezza e immutata curiosità e lo scrivere in poesia è il naturale, direi addirittura ovvio sentiero da percorrere per riconoscere il mondo e in esso riconoscersi. Dico e ripeto grazia e non intendo affatto un qualcosa che venga dall’esterno, concesso o donato all’autore, ma il risultato di una ricerca e di uno stile perfettamente consapevoli delle proprie possibilità e obiettivi; intendo cioè il raggiungimento d’uno stato della scrittura reso visibile in un succedersi di testi che, come la musica di Mozart e gli acquerelli degli anni ’50 e ’60 di Morandi, posseggono quella compiutezza che tutta s’offre alla contemplazione e all’ascolto.
Alle spalle di Tornare altrove c’è un’immane cultura e una profonda esperienza di vita; questo libro è come un frutto: dentro un frutto ci sono anche le radici e le stagioni e le linfe dell’albero, ma chi lo coglie gusta quel frutto, completo e maturo.
E se i 101 testi appaiono al loro autore già superati dalla propria successiva esperienza di vita-scrittura, noi lettori ci proviamo però a leggerli e rileggerli, conservandone l’aroma inimitabile e scegliendone qui solo alcuni in modo del tutto arbitrario, ché a una lettura successiva altri testi potrebbero essere presi in considerazione e a una terza altri ancora…

I
Neve nel buio,
inabissata
oltre
l’orlo della notte
in un domani,
facilmente
come il chiaro
si fa scuro.

Persino il morire
è cosa scarsa,
se lo paragoni
a quel prodigarsi
per decenni –
una conclusione
troppo semplice,
non credi? o ci sarà
una parte risonante?

Intanto, voci roche
dal palco, luce
sulla viltà
degli spettatori.

La strofe dell’attacco, perfetta nel ritmo e nell’invenzione, c’introduce subito in un libro che definirei di “poesia meditante” (mi si perdoni l’eventuale semplificazione o questo peccato di volere etichettare ciò che non si deve né si può etichettare); intendo dire che il ritmo poetico è anche ritmo del pensiero, che nella poesia di Cagnone esiste questo raro equilibrio tra bellezza dell’espressione poetica e pensiero, come se Nanni fosse, nel pieno dei nostri tempi volgari e rumorosi e violenti, un nuovo “presocratico” che non può non articolare i propri pensieri in versi e in ritmi di parole.

III
Non da questa parte
si volgono i sentieri,
e sono nostre usanze
rassegnate
al di qua della fórra,
del ruscello.

Per amor de l’incólto
il peso della brina
l’uscio chiuso
al vorticar di tutto
e l’onore
di chi dorme al giorno.

Per quel filo d’erba
forestiero,
lungamente atteso
poi assetato
poi dimenticato.

Non è una novità la notazione degli accenti nei libri di Nanni: grazia è anche questo porgere la giusta pronuncia e la giusta dizione, anche questa puntigliosa attenzione (che non si ha difficoltà a intuire quale amore e rispetto) per la lingua italiana, i suoi suoni e i suoi ritmi; per la sua tradizione – e questo intendevo quando, a mo’ d’introduzione, scrivevo della parola intesa in senso “antico”, portatrice cioè di valori concettuali e fonici, restituita alla sua forza espressiva, derivante dalla lezione dei Classici italiani del Trecento; un uso politico della parola poetica è, infatti, quest’impiegare la lingua in quanto espressione di una comunità e credendo nella possibilità che ha la parola d’esprimere con vigore tale appartenenza che non è mai, però, escludente; un uso politico della parola è però possibile solo se si crede ancora possibile l’esistenza o il recupero di una polis; e dunque:

IV
Spudoratamente
dignità intendevo,
parlando a nome
dei non asserviti pochi
da cui non si tolse
incanto, mentre gli altri
vollero eguagliarsi.

Congiungersi
senza svegliarsi mai,
ondulare
come selvatici
sull’erba,
con la sola dottrina
del respiro,
inefficaci giustamente
traccia nessuna,
se trascuri quel risveglio,
la rugiada.

Proprio qui, nei versi testé letti, riaffiora un antico leitmotiv della poesia di Cagnone, il disprezzo nei confronti dei servi quando costoro hanno scelto di esserlo, rinunciando alla propria libertà e dignità: “noi con l’orgoglio / dei pochi, l’amarezza / dei vinti, noi / che fermamente siamo / quali eravamo” è dato leggere molto più in là nel libro, nel testo XLV; gli elementi della natura, il contatto diretto del corpo e della mente con la natura sono sinonimo di libertà e di affrancamento dalla servitù, in un senso in parte rousseauiano, in gran parte derivato dall’esperienza personale dell’autore la quale ultima, a livello esistenziale, s’intreccia e dialoga con il fare artistico in una sorvegliatissima consapevolezza del vivere e del morire; per esempio:

VI

(…)

Ma ancor comanda
luna saracena, ed io
son prigione, qui –
non mi serve l’arte,
mi serve un addio.

Quella di Cagnone è attitudine di viandante, sguardo rivolto al mondo, al mattino come emblema di nuovo, sempre rinnovato cominciamento:

VII

(…)

Presso di me,
cortesemente,
sfolgora ancora
il mattino dei nomadi.

Nello stesso tempo l’albero di cedro assume la funzione di presenza benefica e protettrice, ma anche alter ego dell’autore che, alla maniera di Char, crede nella folgore/foudre quale simbolo d’illuminazione e, pure, quando inevitabile, atto finale del vivere, ché, il lettore se ne sarà già reso conto, la meditazione sulla morte è altro, discreto ma presente, filo conduttore del libro:

IX

(…)

Il cedro accanto,
entificato custode,
confida in un folgore.

La spazialità e la direzionalità abitano questa poesia, l’alto e il basso sono in corrispondenza continua, il movimento è incessante (lucreziano?), rinnovato il disprezzo per i servi (qui per i “pezzenti”):

XII
Non si può dir melancholia
la pioggia, se di terra e cielo
fa universo. L’eccelso
giunge in basso dove siamo
ma rivolti, altorivolti,
poi che storpio l’accanto –
sul tavolo settorio
i sogni dei pezzenti.

Ecco. Un grido un fosso
una nuvola. In qual dove
son io? io quale?

M’importa assai sottolineare quanto l’etica della libertà, dell’autocoscienza e dell’assunzione di responsabilità sostenga la poesia di Nanni Cagnone e di conseguenza la natura, gli elementi naturali, gli accadimenti atmosferici non sono né ornamento né passatista nostalgia per una mai stata età dell’oro, ma concreta figurazione della libertà e del non asservimento a leggi economiche e finanziarie. Leggiamo allora il magistrale testo seguente:

XVIII
L’obbligo a cui mi tengo
non è del servitore,
e quanti mi richiedono
sanno che ispida, non
rassegnata al presente,
la mia lingua –
quiete, per me,
ne la sostanza antica.

Nel dí del mio natale,
“me son resoluto,
ch’Epicuro fu
un galant’homo”.

La chiusa è presa da una lettera che Pier Francesco Orsini (la mente che concepisce il Sacro Bosco di Bomarzo) invia ad Alessandro Farnese nel giugno del 1558; in tale lettera l’Orsini si congeda dalle incombenze militari, politiche e diplomatiche per dedicarsi allo studio degli amati classici e ritirarsi nei suoi possedimenti di Bomarzo al fine di perfezionare la propria esistenza d’uomo – Pier Francesco coltivò lo studio non solo d’Epicuro, ma anche di Seneca, amò opere come l’Amadigi, la Hypnerotomachia Poliphili, l’Orlando furioso; trasparente appare, allora, il perché del legame ideale che Nanni Cagnone avverte con un personaggio di tale levatura e, attraverso di lui ma non solo, con la più alta tradizione culturale italiana, la qual cosa si rende visibile sia tramite certe sprezzature linguistiche (gli apparentemente desueti scioglimenti di preposizione e articolo – ne la, de la e molti altri – la grafia melancholia, per esempio) sia traverso la chiara enunciazione di una tale preferenza, anche se, non lo si dimentichi, non lo si trascuri, quali degni eredi di quest’alta tradizione di vigore linguistico e di nobile ricerca intellettuale e artistica Cagnone pone senza indugi l’amico fraterno Emilio Villa.

XXII
Niente s’avventura
quanto le parole,
prestiti contatti
felici malintesi –
è la contesa del senso,
il dovere d’intendere
amabili suoni.

Ma un’aerea piuma
si fece penna si fece pena –
sgualcito così presto,
il sillabario che t’invaghí
mentre la guerra.

Visto? “il dovere d’intendere / amabili suoni” è affermazione dell’etica della scrittura, il giuoco di parole “piuma – penna – pena” in una sorta di climax discendente da leggerezza a pesantezza rientra nella poetica stessa di Cagnone che contempera l’aerea grazia del poetare e la consapevolezza piena del dolore personale e collettivo; quel sillabario “sgualcito così presto” e quel sintagma tipico (“mentre la guerra”) con l’ellissi del verbo dicono proprio di un’infanzia costretta a misurarsi da subito con la violenza della storia; infatti:

XXVII
Erectus, dicono,
poi Sapiens, assicurano,
ma pur sempre
un deforme senza pace
fra stelle e zolle, che
dovrebbe della Storia
far rasura, inchinarsi
al Paleolitico,
commemorare le tribú
e aver in odio gli Stati.

Ponete solitario uno di noi
in un deserto una brughiera –
non c’è primitiva domanda
a cui sappia rispondere.

Scriverà Cagnone nel testo L: “Si tiene in ombra, / con sue pensose verghe, / chi decide impone / la Storia. Noi / siamo nei secoli / la plebe, la materia prima, / lo sguardo di gratitudine / dei servi, le comparse / di cui han bisogno / pentiti racconti. // Congegnata / miseria del mondo, / conta su di noi – / numerando iniquità, / collaboriamo”. E nel LXXVII: “Cadono in Britannia / le legioni di Roma – / di smodate ambizioni / vana cura”. Mentre nel LXXXI: “Storpiato da tempo / l’Occidente, / ma fuori rotta, qui, / ondosamente papaveri”. Se la scrittura poetica non ha, forse, incidenza sulla storia, se quest’ultima, violenta, accade in barba agli spiriti nobili, in poesia un autore come Cagnone non tace il proprio giudizio, come individuo denuncia i guasti del potere, come artista non si rifugia nei dorati giardini del bello chiusi e sprangati al mondo esterno. Anche coltivare l’attenzione alle cose e ai fatti quotidiani del vivere, custodire una propria umana propensione al vivere sono atti politici:

XXIX
Passai
con la mia voce
ove abitavano
i contemporanei —
ma erano acerbi,
in loro non vidi
tra rovi e fiori
né tenerezza
né proporzione.

‘Anticamente’
mi parve parola
adatta a trascurarli.

E mi ripeto, sommesso: “Anticamente / mi parve parola / adatta a trascurarli“. Si tratta, è evidente, di un’utile chiave di lettura per continuare a meditare sui testi che seguono:

XXXVII
Inclinare, senza volontà,
al fine d’un pensiero –
oh dondolío, ringiovanita
culla, incavatura
che addolcisce ogni cosa.
Un velario, a lusingare
il fulgore del giorno,
una musica
per danza di respiro,
il mare di Liguria
non smette di chiamarti
e i fichi son polpa felice
proprio accanto –
smisurato in ogni qui
la tua fortuna.

E dirà più avanti (XLII): “nei sussulti di luce / di sua inesistente Liguria, / ché occorre una patria, / un primo simulacro, / agli apolidi sogni”. Come già accadeva in passaggi bellissimi del Popolo delle cose e in taluni versi di Tacere fra gli alberi la Liguria, luminosa, sua terra dell’origine, risplende nella memoria come paradigma di bellezza; e a rileggere il testo XXXVII si rinnova il piacere del ritmo, appunto, danzante del respiro e della poesia, danza ch’è anche gratitudine nei confronti del mondo e della vita, oltre che (e i Greci ben lo seppero) figurazione della sacralità del moto del mondo e del sangue.
Nemici acerrimi non possono essere che “(…) voi, che per avidità / o superstizione / fate buio” (XXXVIII) e la poesia possiede, allora, il dovere e il merito di dirlo contrapponendovi la luce della generosità e della cultura come conoscenza – è in tal modo che Cagnone sottrae la scrittura alla sterilità dell’estetizzazione dell’esperienza esistenziale, forgiandola nell’inesausta attenzione e cura per tutto ciò ch’è umano.
Proprio in questo frangente appare (riappare, voglio dir meglio, se ripenso ai libri precedenti) la figura della donna portatrice e custode della bellezza e dell’amore: “(…) l’inatteso suo sorriso, / donna che in un punto / fa delicato il mondo” (XL). Ecco: la grazia che innerva il libro conosce uno dei suoi vertici proprio in quel mutamento del verso (“in un punto / fa delicato il mondo”) perché soltanto chi scrive con la grazia della poesia riesce a scorgere e a dire il punto ove il mondo viene fatto “delicato”, là dove, cioè, maggiore dev’essere la cura e l’attenzione, la pietas e l’amorosa difesa dell’umano contro la violenza e la volgarità.

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Come dimenticare, per esempio, le “ragazze altaresi” cantate con slancio e intensità nel Popolo delle cose? E i nomi di Sandra e di Benedicta (rispettivamente la moglie e la figlia del poeta) che regolarmente compaiono quali dedicatarie dei libri di Nanni Cagnone?
Das Ewig-Weibliche” di faustiana memoria, e ancor prima la tradizione italiana del Trecento, la Diotima di Hölderlin, la voz a ti debida secondo Pedro Salinas, la dedicataria di Lettera amorosa di René Char sono tutte idee e incarnazioni del femminile che si possono riconoscere nei libri di Cagnone, senhals anche di quella grazia di cui argomentavo poco sopra: “Donne, / amate vertigini” scriverà più in là nel libro (XCV).
Il sonno e il sogno costituiscono un tema molto amato dal poeta di Carcare, il sogno è territorio vastissimo di visioni e suggestioni per la veglia:

XLIV
Scivolare così,
sapientemente,
su declivi d’ombra,
intrattenersi ancora
con le lunghe tavolate
il vapore dalle pentole
le voci nei cortili,
e specialmente
muovere nel fulgido,
oh invincibile
rissosa primavera.

Veramente in sogno
ancor più cose.

E un libro creato da un pensiero poetante e meditante come questo è, anche, un libro della e sulla soglia – non tanto “l’insidia della soglia” alla Bonnefoy, cioè il resoconto del naufragio di un progetto, quanto invece l’invito a meditare intorno alla soglia, la Schwelle di Paul Celan, in qualche modo, l’attitudine migratoria di cui parlavo poco prima, il varcare per trovare accoglienza, il guardare dove giorno e notte, luce e buio si toccano – già nel testo XXXIII il poeta aveva scritto: “Nocturnidad / sopra a pensieri, / mietitura di luce / sulla soglia”.

XLVI
Soglia,
spartizione di luce.
Per mezzo della notte,
stancare confini,
consistere
ove l’uno e l’altro
si raggiungono,
soglia reciproca
accoglienza,
nessuna distinzione
ostilità nessuna – pace,
se denota in alcun modo
l’infanzia del sorridere.

Tutto questo è inscindibile dalla “lingua”, dal dire sempre aderente alle cose del mondo (e ancora mi vien fatto di pensare al “popolo delle cose”, titolo ed espressione pregnante per enunciare un modo di porsi e di scrivere che nulla ha a che fare col cosiddetto “realismo”, ma tutto con un’esperienza delle cose e dei fatti espressa poi sotto forma di scrittura e di ritmo della lingua):

XLIX
Ecco, alitar di petali,
a scongiurare
il disonore d’una lingua
che non dica
la desolazione delle favole.

(…)

Di me puoi dire
che son custode
di tetti d’ardesia
e culminanti rami.

Infatti l’etica della poesia di Cagnone sta da sempre nel guardare e dire per custodire (“armi senza insegne” è altro titolo-sintagma che assume su di sé un’attitudine combattiva priva di pregiudizi e intesa alla difesa di ciò che va preservato, curato, custodito appunto; “Ringraziare / non è timidamente, / bensì fierezza di spade / senza scudi. (…) // (…) Avvicínati – non sia / solitario fra sue imagini / l’umano” è scritto in XLI) – disonore è ignorare “la desolazione delle favole”, la mancata realizzazione di un ideale.
Un’elegia, un delicato epicedio: e non importa sapere chi venga qui evocato (esercitiamo una volta tanto la discrezione nei confronti dell’autore), ma come lo si ricordi:

LIII
Ti chiesi un’onda
di terracotta,
una conversazione
d’acqua fermezza fuoco.
Ma intanto, fra presto
e troppo presto, eri morto.
Ti trattiene con me
quell’onda acerba
che non andò per mare,
e mi figuro ancora
un calmo prodigarsi,
umilmente un far prodigi
non per domani.

Per quel che mi riguarda mi piace pensare che questo delicato componimento sia dedicato a ognuna delle persone care a Nanni e che sono scomparse, ma lasciandogli uno o più ricordi della loro arte sublime. E quello che il poeta scrive nel terzo e quarto verso potrebbe applicarsi alla sua stessa poesia, davvero “un’onda” che possiede la vitale dinamicità dell’acqua e l’energia del fuoco, come dall’acqua e dal fuoco, e anche dalla musica quale identità d’un esilio e d’un’origine proviene la mescidata cultura afro-americana, capace d’un’energia che non per la prima volta Nanni Cagnone canta e contempla:

LV

Scoraggiate a le tue labbra
esclamazioni, si direbbe
non sappiano gridare
quel che il tempo congiura,
mentre un blues erompe ancora
dai campi di cotone – pensa
all’Africa perduta nell’Atlantico,
all’incomprensibile Occidente
da cui spezzati derisi,
al nido antenato
che d’antilopi e serpenti
fece dormiveglia di maschere.

Il motivo autobiografico della lontananza dalla propria figlia emerge nel testo che segue con toni accorati e asciutti e il plurale (“i figli”) solleva i versi ben oltre il mero dato personale:

LIX
Dolente genitura,
se disertate stanze
e per i figli, qui,
non c’è stazione.

Ora riguardi la valle
immota, senz’ardore,
inaridito il granturco
l’infiorescenza si svuota
e il cielo è un inverno,
sembra di spine.

E la sterilità, l’inaridirsi della vita è temuta e stigmatizzata conseguenza di “Avarizia invece, / imitati sentimenti” (LXI), là dove l’intiero libro è, anche, esercizio di generosità e slancio umano, caloroso curarsi del mondo. Questo nasce dagli anni di studio scolastico, com’è narrato nella bella memoria del testo

LXII
Rammento
l’urto dei primi libri
nella stanza di studio.
Essendo intimamente
assopito, impreparato,
Eschilo improvviso
come Pindaro, e apparve
al fondo del giardino
un adulto compleanno.
Ne l’ascoltante silenzio,
e meravigliata luce
meridiana, mi vidi
confuso d’aria,
e cosa nessuna
che mi contenesse,
era prezioso
l’arbusto ribes.

Eschilo (e verrà poi la traduzione magistrale dell’Agamennone pubblicata insieme con il meraviglioso saggio iniziale), Pindaro, la lingua della Grecia, insomma, il suo canto e la sua sapienza, ma anche il giardino tanto carico di valore metaforico, abitato da “ascoltante silenzio”, da “meravigliata luce”; oggi, anni in cui Nanni vive a Bomarzo, un altro giardino ( o meglio “Boscho”) s’offre ad accogliere fantasie e pensieri: “(…) fra impietrite fantasie / del Cinquecento. // Stride continuamente / la Storia, / (…) / e nel Boscho dell’Orsini / un vendicativo sgretolarsi – / non devi aver studiato / gl’incunaboli / per sentire che s’incrina / voce governativa alla TV”.
Assaporare il tempo: raccogliere nei versi lo splendore di germogli e fioriture: rievocare l’eleganza naturale di giovani ragazze: musicalmente dire: ecco una manciata di testi a seguire:

LXV
Lungo tempo
equivale ad un istante,
se – smemorato
qual fioritura
che meravigli l’inverno –
tra cose che passano
ti fermi, scorgi nuvole
o nebbie, insomma
meteore, mentre
a fitte di luce
smalto di primavera
sei avvinto.

Benvenuto infossamento
l’età – datemi il tempo
di sprofondare rinsavire.

LXVII: “(…) farsi / adulti, cominciare / dalla fine”.

LXXI
Disteso
ne l’ampiezza del giorno,
senza risentimento
per quel che nottetempo
ti derise, anzi musico
e cantore – ecco
animazione d’aria
si scuotono rami,
e i vicoli del tuo paese
presi d’ombra
come un tempo,
affinché
il seno delle ragazze
nascostamente
possa sfidare
le rose randage,
affinché tu
nel medesimo te,
senza digiuno.

L’idea portante è che il mondo possegga una sua “serietà” non disgiunta da un’allegria benefica e vitale: “(…) la serietà ílare / del cosmo, / commosse da noi / le cose intorno” (LXXVI) – applicata in poesia quest’idea fa sì che si eviti l’accigliato moralismo, la vana sentenziosità e che la leggerezza del dire non sia superficialità, la delicatezza non scada in arrendevolezza nei confronti di quegli accadimenti che violentano l’umanità. Eloquente è allora, in un tale contesto, l’affermazione seguente:

(…)

Sessant’anni
al séguito
di Madonna Restía,
che mai si rivolse
chiaramente.

Necessario ad ogni modo
restare a mezza via, nella
locanda di questa pagina,
fermo come il cavallo baio
tuo parente, il poema sia
non più che biada (LXXIX).

Nella “locanda di questa pagina” trova un suo appropriato luogo la riflessione sulla parola, l’ennesima condanna dell’epoca nostra “angusta”:

LXXXIV
Non fosse requisita
la parola, devozione
dovrei dire, dedizione,
se vanno
ansimanti pensieri
alla deriva
ma l’infelice loro moto
non si ferma, sebbene
l’ombra sulle spalle
della biblioteca
affretti le ragazze
per le scale, e nelle
mendicate mense
del mondo irreale
sian mangime per pochi
le parole.

Cosa mai si vedrà
del sottosuolo, cosa
di nostra fede contraria,
che ci vuole in basso?

Angusta l’epoca,
facile lo spreco.

Ma ancora la natura, la grazia in essa insita, il contatto diretto che con lei può avere il nostro corpo, ritorna a fare da contrappunto alla penuria presente (e verrebbe da pensare che Cagnone risponda così al quesito hölderliniano a che cosa servano i poeti – “wozu Dichter” – in tempi di penuria – “in dürftigen Zeiten”: forse a riconoscere e avere cura della grazia – χάρις – che, armonia ed equilibrio, la mente persegue senza stancarsi):

LXXXV
Piedi ignoranti, nudi
e invaghiti d’erba.

Impara vicinanza,
muovincontro
sfiorando, come
vorrebbe un ventaglio
e avrai fra le dita
il batticuore di primavera –
non son lucenti, laggiú,
i ciottoli di fiume?

LXXXVII
Onore
a quel che un vano
fa vedere, galanteria
d’un declivio d’erba
e statura di boschi
alla collina. Onorati,
come misteri d’Asia
anticamente,
i santuari d’ulivi
le vendemmiate nubi –
dolci acini di pioggia,
più dolci dopo arsura,
gli aromi son tornati.

È nel linguaggio, nella sua modulazione, il manifestarsi della grazia intorno alla quale insisto a dire, tra l’altro perché, assieme alla gratuità di un atto, essa mi sembra una delle poche, vere eresie praticabili in questo momento storico nel quale tutto viene volgarizzato, assorbito, metabolizzato e restituito come merce pronta alla vendita. Siamo in presenza di una poesia che si sottrae allo status di referto del reale, ma che vi si contrappone proprio in quanto antitesi e luogo dove non hanno patria i compromessi, né gli ammiccamenti, né le rese camuffate da mimesi del reale o sua restituzione. Una controprova linguistica può essere il verso iniziale della composizione LXXXVIII: “Carezzevolmente. / Basta un avverbio / a favoleggiare il giorno” – non dimentichiamo che la poesia italiana ai suoi albori conosce una canzone che comincia in maniera indimenticabile con l’avverbio “maravigliosamente” e che quella che ho chiamato la grazia manifestantesi nel libro nasce proprio dalla bellezza linguistica, da virtù rarissima di stile. (Ancora una volta questa è poesia discorde).
Cagnone conosce bene l’ambiente dei poeti, non ha stima della pletora d’adulatori e di maldicenti che lo animano, certamente molti sedicenti poeti non posseggono né barlume d’umanità né tanto meno generosità:

LXXXIX
Scorgo più volte,
oltre confuse lodi,
avverso slancio:
su poeti morti
insiste maldicenza
di commenti –
vanno sono grandine
per dischiusi solchi,
spingendo altrove
chi seguiva un astro,
vuoto il suo granaio,
ché non si fa raccolto
andando alla ventura,
andando pungolati
senza mèta
si tocca ogni cosa,
non si tiene.

XCII
In principio,
poesia non fu
che rifugiato amore,
andar venire
fra sghembo e sghembo,
da chi non ti sapeva
sperando la risposta
d’uno sguardo.

È così vuoto qui, sono
le forme d’ogni cosa
abbandonate – se scrivi,
è per semenza altrui.
Impara a riconoscere,
pensa debitamente,
o in tramortito silenzio
un Ecce Homo.

La poesia, è evidente, non ignora la sofferenza – mi verrebbe voglia di scegliere l’Ecce Homo dell’Antonello quale exemplum che potrebbe compiutamente incarnare l’idea qui espressa da Nanni Cagnone, cioè un trasferire in forma d’arte e offrire alla relativa meditazione la figurazione dell’essere umano offeso e dileggiato. Amare l’essere umano e la lingua che ne sa esprimere pensieri, émpiti e sentimenti, questo mi sembra il ponte che lega testo XCII (appena letto) al XCIX che ci accingiamo a leggere:

È ancor nostra,
l’amorosa lingua, o
con sue alte canzoni
fu svenduta?

Ma tu
accompàgnati
al ruscello, usa
parole di riguardo,
considera
che vittoriosa fragilità
ogni stelo – si può
senza motivo
calpestarlo.

Ancora una volta fragilità e forza, cura (qui: riguardo) e “amorosa lingua” coincidono, anche in uno splendore espressivo che sembra non conoscere né sforzo né forzatura, offrendosi così diretto e necessario, con la naturalezza che pertiene solo al vero artista.
E siamo ormai alle ultime pagine del libro, forse è ancora il “Boscho dell’Orsini”, forse un bosco nei dintorni di Altare, più probabilmente il bosco reale e simbolico, vivente e metaforico del vivere e dello scrivere dove il respiro e il sasso posseggono bellezza e ritmo di vita e di sentimento:

C

(…)

Il bosco fuor dei pensieri
aveva radure di pace,
e ne l’ardente ovunque
presto sapevo accanto
altro respiro.

Oh irrequieta umiltà
che non so dire,
non ha forse un cuore
il sasso che raccolsi,
a forma di cuore?

Humilitas, come homo, deriva da humus, terra, e da sempre nella scrittura di Nanni Cagnone una tale filiazione trova espressione ed esaltazione. A maggior ragione s’impone una preoccupata considerazione circa il futuro, ad ancora maggior ragione l’ultima strofa contiene un’immagine di nascita, una luminosità di cielo verso cui dirigere uno sguardo da indagatori di quello stesso cielo:

CI
Storditamente,
fra striduli richiami
inòspiti legami.
Non ha riguardo
al preludio, questo
addormire speranze
e toglierci il passo –
in tal modo,
quale s’avvía futuro?

Oh tremuli sogni
e scompigliati cenni,
fate segno ancora
da lontano, siate
altrettante bestiole
in una culla,
cielo caldeo
su noi riverso.

 

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Corre alla sua sorte (Messina, Carteggi letterari | le edizioni, 2016) sembra strutturarsi sotto forma di brevi testi (25) che non vanno ciascuno oltre i dieci righi e che, come ben dice la nota finale, “dialogano” con nove disegni di Francesco Balsamo. Ma ormai dovrebbe essere un dato assodato che non l’eventuale disposizione grafica determina il genere “poesia” o quello “prosa” e che Cagnone segue un suo sentiero lungo il quale la scrittura è coincidenza di ritmo e di meditazione. C’è qualcosa di senecano in questi testi brevi, cioè un percorso d’equilibrata saggezza e di sereno amore per la vita non disgiunto da tagliente ironia nei confronti di un’epoca (il nostro stesso presente) immiserita e volgare.
Penso sia un errore leggere il libro come fosse soltanto una raccolta di meditazioni e pensieri, ché si corre il rischio, così facendo, di trascurare un elemento fondamentale: lo stile, la bellezza dell’espressione in lingua italiana, il ritmo della scrittura.
Si legga, per cominciare, il testo seguente prestando orecchio agli accenti, alle differenti durate delle pause (ci aiuta anche la punteggiatura, come sempre attentamente usata e dosata da Cagnone):

Dunque, non è per noi la quiete. L’idea che ci sia una scala su cui – se tenessi al mio onore – dovrei ambiziosamente salire, mi stanca come ogni minaccia di progresso. Vorrei restare com’ero come sono, dissennato inadatto possibilmente peccaminoso, e meno fotogenico d’un solitario sedano in un piatto. Vorrei essere semplicemente arioso, nella fortuna d’un crepuscolo (pag. 10).

Che la poesia debba essere “una distratta conseguenza” del vivere Cagnone l’aveva già affermato in un passo memorabile di Discorde, e qui l’ariosità ben dice d’una tale convinzione, unitamente all’essere “dissennato, inadatto possibilmente peccaminoso” – questi due libri di Nanni Cagnone si propongono proprio come oasi di silenzio e di raccoglimento nel bailamme contemporaneo; nella generale corsa a pubblicare, a farsi vedere (più che leggere), a inanellare citazioni e recensioni, Cagnone, dal suo eremo di Bomarzo, s’afferma presenza appartata e decisiva, schiva e cordiale (ben lo sa chi ha la fortuna di essere in contatto con lui) che dimostra che è possibile l’esercizio d’un vivere appartato eppure ben nel centro della contemporaneità, dedito alla concentrazione interiore e all’attenzione per ogni attimo dell’esistere.
L’humilitas, quel venire dall’humus (dalla terra) e rimanergli/le vicino è decisiva:

Ci sono fra i dolori delle cose modi dimessi di risplendere. Ci vuole umiltà per guardarli. Non credere più ai tuoi errori, non sono che metafore prese alla lettera, e loro trafitture. Sai, quando la mente si ferma e non può avventurar parole. Ma non sei sola, poi che salvi il silenzio di tuoi solitari amici e ti vegliano ovunque cose germoglianti. Ora risorge da suo segreto buio Campanella: “Debolissima è la conoscenza nostra, corta e lontana”. Sottovoce, pianopiano – confido ancora in queste parole (pag. 11).

Riconosciamo l’ammirevole pregnanza e, al tempo stesso, semplicità del sintagma “cose germoglianti” che, non lo si trascuri, “vegliano”. In tal senso è coerente il “soffermarsi” (notevole il valore frequentativo di questo verbo) della curiosità, il “guardare”, ma “più lentamente” nel testo che qui segue:

Nostra curiosità dovrà soffermarsi, se non vuole un derisorio esilio. Guardar si deve, ma più lentamente. Penso a una fede naturale, un lietombroso chiaroscuro, un tenersi a nuvole e cespugli, un accordo senza sottomissione. Mi fa contento per sempre la precarietà. Dopo i due punti, non devi far altro che guardare. Ecco, un sole spavaldo (pag. 14)

La “fede naturale” anche di matrice rinascimentale, mi vien fatto di pensare, soccorre nel momento in cui la tecnica sembra disumanizzare il mondo, sottraendo all’essere umano il dono sublime dello sguardo rivolto alla natura. E in effetti, oltre che Nanni Cagnone, bisognerebbe rileggere e meditare poeti come Camillo Pennati e Pier Luigi Bacchini i quali posseggono una consapevolezza totale della contemporaneità (urbanizzata, industrializzata, mercantile) e guardano agli accadimenti della natura e nella natura non con nostalgia o anacronisticamente invitando a un impossibile ritorno a essa, ma interpretandola con lo sguardo di chi ben conosce anche le risultanze più avanzate delle scienze e della sociologia. Tornando al libro di Nanni Cagnone voglio qui dire, insomma, che opere come Corre alla sua sorte dimostrano quanto la scrittura non sia rifugio o separazione dal presente, né vagheggiamento d’un impossibile idillio (vagheggiamento che, a ben guardare, sarebbe tra l’altro politicamente reazionario); ne è riprova l’accento posto sullo sguardo e l’ininterrotta polarità-dialogo tra natura e riflessione intorno alla storia, tra mondo interiore e mondo esterno all’io poetante, tra stasi e movimento – leggasi anche il testo seguente:

Nient’altro che un barlume, un dileguato albore – se concede accanto la nudità del suo segreto, prontamente si stanca. Bambino gitano, non so perché ti sia familiare il mondo e ne l’ignoto come tu possa raggiungerti. Mi tieni debitore, e ti vorrei più d’ogni cosa salvo. Fraternità, parola che vuol dire almeno non costringere – se continuo a sporgermi, non può inaridire (pag. 17).

Diventano perspicue e necessarie, allora, le riflessioni-invito a pagina 24:

Invoca la via, prima di partire, affinché sia improvvisa ti confonda. Sei fragile ancora, nella brevità dell’io, perciò non correre: affídati, sono le stoppie a consacrare i campi, e basterà un riverbero a far del presente durezza e nostalgia. Qualora in sé ti chiuda un vento, non dire il tuo nome: non vuol unghie per te, logora sparsamente, e imparerà la calma. La vita, insomma, che non ha bisogno d’approvazione.

Ma se la vita “non ha bisogno d’approvazione” le occorre senz’altro

Premura – sono raggiunte cose, aria che fa carezza o quel che invoglia due corpi. Nel migliore dei casi siamo noi, qualora ci convinca l’esistere, il far baldoria con le briciole, attenti al mormorío d’ogni generosa cosa prossima – brezza di mare se lusinga l’erba, o docile spavento infra le nubi. Ero già stato qui. Ero, ancora una volta, di passaggio (pag. 29).

E la memoria?

Rimpianti, delusioni – empie di scortesi leggende insepolture, ché non dovrebbe ringhiare la memoria, muover invece a benevolenza. Un po’ di gloria, alfine: vestirsi da infanzia per scroccare al disastroso stile del ricordo una versione festiva delle storie. Non tardare: sciogli la guarnigione del compianto, riapri le parole, muovi quei passi a danza per non guastarne i sonnolenti doni. Il sorriso pagano del tuo stemma può intonare ogni addio (pag. 32).

Quindi la scrittura può farsi, a tratti, prescrizione rivolta a sé stesso, sulla scia forse di Marco Aurelio, forse, di nuovo, dei grandi Rinascimentali:

(…) Abbandónati, ci sono da per tutto cose minime, d’impervie necessità nessun bisogno” (pag. 33);

(…) c’è una parola incontrata ne l’infanzia – dissipare – a cui appartieni” (pag. 35) – e “dissipare” mi sembra sinonimo di “vivere con generosità”, “offrire”, “vivere con slancio disinteressato”.

Estremamente eloquente viene a essere allora la risoluzione dell’io e del tu nel noi:

L’abito notturno della Terra – quante pieghe -, che invaghisce sveglia parole, fa indiscutibili le braccia da cui amorosamente recinti, e avviarsi d’ognuno verso solenni semplici figure. Quest’albero grande più del giorno, che delicato sfoglia libri da non scrivere, sorge ne l’intatto tumulto, in amorosa infine fragilità. Se ci leviamo prima dell’alba, è per aver dal buio una certezza (pag. 36).

(…) mimose riversate su colline di Liguria (…) Saremo noi, del tutto insonni, sovranamente nell’utero del mondo come un noi” (pag. 40).

Stupirsi è pur’essa cura del mondo e delle cose sue fragili e commoventi:

Non avrà stanchezza alcuna lo stupore, finché i sensi avranno sulla mente signoria. A farti dire oh, un declivio d’erba e lavanda, un tramestío entro cespugli, il minuzioso trepidare d’un passero. Riconosco stanca la prodezza delle tue speranze – pure, a contentarti senza una parola, può bastare l’inoperoso (si direbbe) crepuscolo. Ecco, ti sfiora (pag. 43).

C’è l’incantagione (bellissima musicale parola!) che proviene dal mondo e dall’amore:

Dalla mente, alfine, un chiaro lume, e fortuna di chi – oltrepassato – se ne avvede. Nel più completo groviglio, strofinata indocile bellezza. Sull’orlo delle pene, degli affanni, prenderemo a canticchiare. Non fa per noi l’annaspare dei filosofi; invece, un solitario sorriso che si volga in dono ultimamente – tu ed io, poi che incantagione ancor ci stringe (pag. 44).

Così si conclude Corre alla sua sorte, il cui titolo, con quel soggetto taciuto, si trova in equilibrio tra il concetto del passare e compiersi del tempo e quello di un vivere che, mosso e commosso, va a sua volta a realizzare un dovuto destino di bellezza e amore alle cose, al mondo, alle persone.

Un’ultima nota: i due volumi sono molto pregevoli anche dal punto di vista tipografico: Tornare altrove è stato pubblicato in due versioni (l’una in brossura, l’altra, a tiratura limitata, rilegata in tela e ogni copia è firmata di pugno dall’autore); d’elegante fattura e stampato in inchiostro nero di grande nitore, il volume si distingue anche per il fatto che le pagine non sono numerate come di consueto in basso, ma la loro numerazione è determinata dal numero (romano) del componimento ivi stampato (uno per ogni pagina).
Corre alla sua sorte è rilegato in brossura e il colore dominante è un elegante bianco: la sovracoperta (totalmente rimovibile) ha un ritaglio quadrato che permette di vedere il disegno di copertina realizzato da Francesco Balsamo; all’interno i nove disegni del medesimo artista esplicitano visivamente l’attitudine al movimento e alla meditazione dei testi di Nanni Cagnone – la matita e il carboncino creano un universo immaginifico e visionario all’interno del quale lo sguardo interroga enigmi e discopre inaspettate prospettive.

angkor_wat_1956

Non capiranno mai perché io abbia trascurato i fasti della società letteraria e l’imprimatur della più gloriosa editoria per starmene in disparte e pubblicare invano presso trascurabili editori. Come si cantava un tempo, in Lombardia, “ero, povero me, disertore”.
In verità, lasciai il milieu perché squallido insulso noiosissimo – dopo tutto, un ghetto come gli altri; guai se i suoi abitanti non sono spiritosi. E avendo compreso i miei colleghi a sufficienza, non volevo certo diventare il bersaglio del loro affetto. Ero un estraneo, ed ero di passaggio. Né scelte encomiabili né scelte deplorevoli. Ho fatto quel che dovevo. Niente m’è dovuto (Discorde, Lavis, La Finestra Editrice, 2015, pag. 184).

Le fotografie che corredano l’articolo sono tutte di Ernst Haas e provengono dal sito a lui dedicato; si tratta di: Madrid, 1956; Tobago, 1968; La suerte de capa, Pamplona, 1956; Angkor wat, 1956.

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