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Critica della vittima (recensione di Laura Di Corcia)

Ad agosto Carteggi Letterari si prende una pausa e sospende la programmazione ordinaria. Riproporremo post apparsi nel secondo anno di attività. Laura Di Corcia recensisce “Critica della vittima” di Daniele Giglioli (pubblicato il 27 maggio 2015).


Che, secondo il gioco degli opposti, la vittima sia in fondo anche un potenziale carnefice, è cosa risaputa (anche se mai abbastanza ribadita). Ma è nello spostamento il nucleo centrale della “Critica della vittima” di Daniele Giglioli, libro la cui tematica torna prepotentemente alla ribalta visti i non troppo lontani fatti di cronaca che hanno dato avvio a un dibattito sostanzialmente centrato sul tema delle vittime. Prefigurando i vari “Je suis Charlie Hebdo”, e anche i conseguenti “Je ne suis pas Charlie”, il critico letterario parte dal presupposto che la vittima, in quanto tale, sia afasica, ossia privata della parola, incapace di questo potentissimo strumento di contrattacco e difesa. Al suo posto, parlano gli altri, quelli che utilizzano l’immaginario vittimario perché, in fondo, innervato di potere, assolutizzato da un afflato veritativo (chi oserebbe dire che la vittima non ha ragione) che quindi, zittisce l’avversario (trasformandolo a sua volta in vittima?). Oppure parlano loro stesse, le vittime, ma nel momento in cui vittime non son più, attuando quindi uno spostamento rispetto alla situazione originaria e forse anche una sorta di tradimento. Sì, perché nel discorso vittimario Giglioli individua una distonia, una vocazione quasi dittatoriale, una pretesa per certi versi infantile di colmare quella mancanza originaria (quella che in fondo ci rende esseri umani) attraverso il ricorso all’aggressività. La polemica non risparmia nessuno: il critico se la prende col credo umanitario, reo di infarcirsi la bocca di parole buone verso le vittime ormai defunte e lontane, ma al contempo incapace di un serio progetto di ricostruzione sociale, ma se la prende anche con le posizioni non certo intelligentissime di chi al politically correct risponde con un fintamente corrosivo e anticonformista politically uncorrect. Che il discorso vittimario si sia intensificato soprattutto nel Novecento è da ricercarsi, secondo Giglioli, nel passaggio da un Super-io che tendeva a dislocare le energie, quindi puntava sul risparmio e sulla lunga gittata del desiderio, ad un Super-io volto al godimento subitaneo, appiattito, quasi fossilizzato sul presente. La mancanza, quindi, della felicità, della “fusione col corpo della madre”, la tanto agognata “unità originaria andata infranta”, vissuta nei termini di una privazione ingiusta e non percepita come possibilità di costruzione e di relazione, sfocerebbe quindi in un grido di rabbia vittimario che il critico ci fa percepire lungo tutta la lettura come insopportabilmente fastidioso perché menzognero, perché fintamente adulto e in realtà spaventosamente infantile. Basta farsi un giro anche veloce su Twitter e Facebook per rendersi conto del narcisismo nascosto dietro discorsi pomposamente umanitari e dar ragione a Giglioli. Ciò detto, la pietas, la capacità di sentire il dolore dell’altro come se fosse il proprio, è umana, umanissima, e lo provano anche alcune ricerche recenti (quelle sui neuroni specchio, per esempio). Senza contare che il discorso sulla vittima, alla lunga, definisce una semantica che sì, potrà fornire le parole non solo agli oppressi con la “o” maiuscola, ma anche a chi si trova confrontato quotidianamente con piccoli e medi soprusi.

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