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Proseguendo un finale: una lettera di Elio Pagliarani a Franco Fortini.

Ad agosto Carteggi Letterari si prende una pausa e sospende la programmazione ordinaria. Riproporremo post apparsi nel secondo anno di attività. Una lettera di Elio Pagliarani a Franco Fortini a cura di Vincenzo Frungillo (pubblicato il 21 maggio 2015).


di Vincenzo Frungillo

Il libro del 1968 Lezioni di fisica e Fecaloro è inaugurato da un testo che si intitolaProseguendo un finale e sembra essere una dichiarazione di continuità, almeno sul piano etico, rispetto a quanto cantato nel coro finale di La ragazza Carla. Ciò che muta in modo sostanziale in questo nuovo libro, pubblicato otto anni dopo il poemetto sull’impiegata dell’Olivetti, è il riaffacciarsi dell’io del poeta e l’ipermetropia del verso. La poesia di Pagliarani si avvicina sempre di più alla prosa, ma non è un prosa poetica è poesia a tutti gli effetti. E’ come se il poeta continuasse il coro del finale e allo stesso tempo indagasse le ragioni per cui quel coro non cessi e non permetta nuovamente alle eroine del quotidiano di tornare in scena. Il poeta, l’io poetico, l’”io personaggio”[1], occupa il testo con i suoi dubbi. Se parlassimo di tragedia greca dovremmo dire che il dionisiaco domina, e in effetti adesso si iniziano ad indagare, con strumenti modernissimi, le ragioni della dismisura.
Il testo è indirizzato a Franco Fortini, al poeta che più di tutti in quegli anni, ha analizzato gli istituti e gli strumenti poetico-letterari alla luce della società di massa e delle sue forme di potere. E forse il finale che continua è anche una risposta che ancora si deve al grande critico e poeta. Fortini proprio nel 1968 ha pubblicato due saggi polemici nei confronti delle Nuove Avanguardie nei quali si rimprovera il gruppo di concepire la poesia come “negazione radicale” contro “il compromesso dell’incarnazione” o della “mediazione formale”[2]. Il limite intravisto da Fortini in questa posizione è appunto quello di “congelarsi nella negazione”. Fortini ragiona secondo un’ottica hegeliana, filtrata dalla critica di Lukàcs, secondo la quale la poesia deve approdare dopo la negazione ad una Vermittlung (mediazione), ossia ad un momento di sintesi. La condivisione, che è poi l’oggettività dell’opera poetica, è insieme conoscenza e superamento del reale. La colpa delle neo-avanguardie, a parere di Fortini, nasce invece dalla negazione radicale che testimonia “un forte istinto di autodistruzione”. La negazione della forma nelle neo-avanguardie, ha, secondo Fortini, le sue radici nelle avanguardie storiche, ma, contrariamente a queste, si preparava all’inserimento immediato nel mercato. L’arte priva di Vermittung è anch’essa merce[3].  Con i suoi argomenti, Pagliarani risponde alle critiche di Fortini. Lo fa con i suoi argomenti. La questione estetica è la raffigurazione di un corpo in un contesto di alienazione radicale, di sradicamento dal mondo dovuto alla mercificazione della vita. Rispetto alla critica di Fortini bisogna dire che la poesia di Pagliarani, più che funzionare come arte d’opposizione alle forze del reale, funziona come intensificazione poetica di questioni laceranti. Pagliarani, come lui stesso ha affermato, assume su di sé le contraddizioni del mondo contemporaneo. La risposta a Fortini impegnerà Pagliarani anche nel finale della sezione sulle Lettere[4]La propensione di Pagliarani, anche se frustrata, resta quella realistica. La lettere a Fortini rende ragione di questo. Scrive Pagliarani:

L’angoscia intellettuale della gioventù quando scopre insufficiente
L’intelletto, cioè la capacità della ragione di distinguere
Com’è lontana, Franco: era quella che chiamavamo
angoscia esistenziale?

La lettera comincia con una domanda retorica. Il poeta giunge subito in media re e sembra descrivere lo scenario sociale dell’inizio del ventunesimo secolo. Ciò che manca alle nuove generazioni è l’angoscia esistenziale, la percezione della propria morte, della propria essenza finita. Questo il motivo della mancanza d’intelletto ossia la capacità di distinguere le cose. Manca la capacità distinguere e quindi di individuare le identità. Ma “ancora più grave” è “la carnale scoperta dell’amore sintesi” :

[…]Perché è lontana anche la carnale
Scoperta dell’amore sintesi
E dell’insufficienza anche di questo
Sapendo perfino che cosa vuole di più
-Ma più capisci e più ami più pesa la tua parte d’Atlante
Lo so perché lo dirò ma in un certo contesto
Solo a dirlo mi sento grottesco
La forza. Senza forza
Amore e intelletto nemmeno servono
A definire se stessi, ma per quant’altro poco sappia della vita
Quanto attrito che brucia, assieme come sono stridenti![5]

Ciò che non permette la forma come Vermittung, è che non esiste un corpo, una presenza carnale. Il corpo è la spia delle differenze e quindi dell’individuazione, dell’identità. Il poeta, che ha cantato la fine del corpo ideale con la ragazza Carla, presenta uno scenario storico e letterario in cui la presenza del personaggio e dello spazio mondo che ad esso si riferisce non è garantito né dalla “progettualità esistenziale” (dall’angoscia di fronte alla morte), né dall’intelletto, né dall’amore. I corpi che mancano d’amore, angoscia ed intelletto non hanno figura, sono privi d’immagine. Questi versi spezzati ed ipermetropi riproducono lo spasimo dell’alienazione, il reiterarsi della dispersione. L’unico elemento che il poeta ora riconosce in quanto agente del reale e della stessa versificazione è la forza. Ritorna la forza come centro della poesia. Pagliarani lascia scritto in un verso apodittico e sublime allo stesso tempo che “senza forza[,] amore e intelletto nemmeno servono a definire se stessi”. Per sostenere un mondo, “la tua parte di Atlante”, c’è bisogno di forza. Nell’epica antica, la dispersione e la conservazione si riconoscono in quanto forze quando nel polemos raffigurano un corpo, frutto della resistenza. Ciò che agisce nel mondo e nella forma delle nuova poesia è la forza della dispersione perché manca la scoperta carnale. Ma la dispersione, da sola, non è una forza. Senza polemos non c’è forza. Alla critica di Fortini Pagliarani non può che rispondere con il risultato formale del nuovo che avanza. La messa in versi della dispersione radicale. Siamo in circolo vizioso che il poeta si ripromette di spezzare. La poesia assume il nuovo compito di conoscenza del reale e di azione sul reale. Il poeta può ridare fiato allo scontro. L’incognita resta radicale. Solo ora il poeta ci dice che l’amore e la forza e l’intelletto, ossia la consapevolezza di questo radicale esposizione sul futuro, devono essere rintracciati. Questa indeterminazione deve raggiungere un punto comune di visione e una forza tale da sostenere questa visione. Questo punto, questo centro Pagliarani lo raggiunge all’altezza della lettera sulla fisica e sul corpo nero. Solo lì l’inconciliabile ha una sua piena espressione. Nei versi centrali di Concludendo un finale Pagliarani passa dall’interrogativo filosofico alla narrazione della storia di Tommaso, ragazzo povero del Pavese che può studiare perché considerato il più bravo tra i ragazzi del posto ed mantenuto all’Università grazie all’autotassazione dei contadini. Dopo il boom economico e la reazione di Carla a quel rivolgimento, Pagliarani osserva la possibile risposta a quella accelerazione sociale messa in atto da una collettività che segue i dettami del comunismo. Ma il poeta si chiede o meglio chiede a Fortini: e dopo, quando la cornice sarà caduta e Tommaso si troverò fuori da quei confini? Cioè quando il comunismo mostrerà d’essere rimasta una realtà locale e fuori c’è solo il fuori ossia l’esposizione a nessuna garanzia sociale?

[…]E’ più brusco
Trovarsi a tu per tu con le strutture tutto in una volta.[6] […]

Il pensiero di Pagliarani non è reazionario, come i versi ci tengono a precisare, il poeta non fa altro che scendere a fondo volgendo il canto contro se stesso, ritornando all’origine della forza e di chi o cosa la possa garantire. Concludendo, ci regala un bel finale ritornando sulla forza e sulla capacità di resistenza:

Parlo troppo di una vicenda personale lo so,
ma cosa devo dire se credo fermamente
che ho tenuto duro di cuore e di testa finora soltanto perché
mi hanno generato genitori giovani e robusti
come non potrà più essere per i miei eventuali figli?
Vero è che l’età nostra privata e più quella del tempo
Ambiscono a ridurci in solitudine.
E un essere solo
Non è mai forte, né può amare o misurare l’intelletto.[7]

E rivolgendosi all’interlocutore Fortini, scrive:

Pensa che avevo scritto un uomo solo
Poi con rigore ho cancellato l’uomo
Per essere.[8]

Pagliarani quindi non parla dell’uomo ma dell’essere. Si è ormai oltre l’umanesimo e l’umanismo. Questi versi finali valgono come sintesi di quanto finora si è cercato di dire: l’essere esposti del singolo di fronte alla struttura sociale, perché non è più una struttura che accoglie; la vicenda personale che in realtà è universale ma pur essendo tale non è garantito che diventi comune. La necessaria compresenza di forza, intelletto e amore come armi di resistenza; l’antiumanismo che deriva non da una posizione ideologica del poeta ma da una constatazione antropologica che riporta l’uomo alla sua essenza creaturale. Pagliarani vede i limiti delle ideologie e dei generi letterari. Al poeta emiliano interessa scandagliare la possibilità della parola, verificare come essa possa essere il nucleo di forza che trattenga i destini di un corpo e del suo spazio ossia di un mondo. Per questo alla fine del primo testo si rivolge all’autore diVerifica dei poteri chiedendogli una risposta:

Intanto se tu/ volessi rispondermi?


[1]Come ha sottolineato Luigi Ballerini e ricordato di recente Andrea Cortellessa.

[2]Fortini Franco, Avanguardia e mediazione, in Verifica dei poteri, Einaudi, Torino, 1989, p. 77. Cfr. inoltre Fortini Franco, Due avanguardie, op. cit. pp. 60-72. Fortini, prendendo di mira Perlini, che sostiene le poetiche delle Nuove Avanguardie, scrive: «Il paradosso dell’Avanguardia […] è quello di non accettare l’incarnazione (è peccato di spiritualismo, sempre…), di rifiutare quello che qui viene chiamato il “compromesso” (connotandolo come spregevole e ambiguo) e che è invece, molto semplicemente, l’opera nella sua oggettività.»

[3]Scrive Fortini a questo proposito, Ibidem p. 78, : «”La realtà viene negata nella sua empirica immediatezza per venire riaffermata attraverso la mediazione”. Certo la creazione artistica e letteraria non è altro che uno dei modi con i quali si “riafferma, ad un grado più alto, una realtà negata nella sua empirica immediatezza. E’, esattamente, intermediaria (una delle possibili) fra la realtà “nella sua empirica immediatezza” e la “realtà” successiva e superiore non-immediata, quella che la presenza delle opere d’arte (nel caso considerato) contribuisce a determinare, a portare alla luce. In questo caso è verissimo che l’Avanguardia ignora la mediazione perché si situa “prima” del momento del diniego. Ma, se vi si arresta, non è; si congela nella sua negazione. O, se è, si media (si esprime) in forme altre da quelle artistiche-letterarie.»

[4]Il dialogo con Fortini è motivato anche dal giudizio positivo che quest’ultimo aveva espresso nei confronti della La ragazza Carla. Tra i due si era istaurato un dialogo promosso dal critico che vedeva nel poeta emiliano una felice eccezione rispetto alle neo-avanguardie. In quell’occasione aveva scritto Fortini Franco, Le poesia italiane di questi anni, in Il Menabò, 2, 1960, citato dall’antologia critica a cura di Andrea Cortellessa in Pagliarani Elio, Tutte le poesie, MilanoGarzanti2006,  p. 474, : «Semmai quello che manca ancora a Pagliarani è la sicurezza e la plausibilità narrativa: probabilmente perché lo schema narrativo è già slogato, già posto del tempo cronologico, prima che gli inserti lirici provvedano alle transizioni; di qui la mancanza di ogni progressione.»

[5]Paglirani Elio, Lezioni di Fisica e Fecaloro, op. cit.., p. 161-162

[6]Pagliarani Elio, Lezioni di Fisica e Fecaloro, p. 164.

[7]Ibidem.

[8]Ibidem.

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